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 2003  settembre 13 Sabato calendario

Si chiama ”Il Giannetto” il papà o, meglio, il nonno del nostro sussidiario. «Giannetto è un ragazzino» spiega Giorgio Chiosso, docente di Storia dell’Educazione all’Università di Torino, «che entra in contatto con diverse realtà della vita e attraverso le esperienze immaginarie che compie dà il pretesto all’autore di scrivere una specie di summa di ciò che un bambino deve sapere»

Si chiama ”Il Giannetto” il papà o, meglio, il nonno del nostro sussidiario. «Giannetto è un ragazzino» spiega Giorgio Chiosso, docente di Storia dell’Educazione all’Università di Torino, «che entra in contatto con diverse realtà della vita e attraverso le esperienze immaginarie che compie dà il pretesto all’autore di scrivere una specie di summa di ciò che un bambino deve sapere». Creato dalla fantasia di Luigi Parravicini, scrittore, il libro fa la sua comparsa nel 1837. A guardarlo oggi appare sovradimensionato, ricchissimo di spunti: «Dava dritte su come comportarsi, anche con gli adulti» prosegue Chiosso. «Spiegava i diritti, i doveri, le cognizioni fondamentali della vita civile e qualche nozione scientifica». ’Il Giannetto” diventa un vero bestseller dell’epoca con una cinquantina di ristampe nel corso dell’Ottocento e innumerevoli imitazioni. Modello fortunato, viene ripreso, arricchito e declinato in infinite varianti da scrittori di letteratura infantile, da Pietro Thouar a Caterina Franceschi Ferrucci per arrivare a Carlo Collodi, che nel 1876 scrive un suo ”Giannettino”, prima di realizzare con ”Le avventure di Pinocchio” il miglior esempio in Italia di letteratura di formazione e di divertimento. Nel ”Giannetto”, così come nelle altre opere del genere, che si collocano a metà tra testo di lettura, compendio e sussidiario, manca però una parte dedicata all’aritmetica, così come sezioni di storia e geografia, affrontate a parte, in altri libri. Con l’Unità d’Italia, l’istruzione obbligatoria e l’inizio di una scolarizzazione diffusa, il mercato dei testi scolastici si allarga e gli editori cercano strade diverse per creare un libro economico, alla portata di tutte le tasche: «Già intorno alla metà del secolo, poi sempre più verso la fine, qualche editore inizia ad assemblare questi libretti che spesso non superano le 30-40 pagine» spiega Chiosso, da anni impegnato in una capillare ricerca sull’editoria scolastica tra Otto e Novecento d’imminente pubblicazione. «In questa maniera nasce l’idea di un libro che raccolga un po’ di aritmetica, un po’ di geografia, un po’ di storia e così via. Poi questo modello ha un’evoluzione e nasce il sussidiario. Va ricordato che in questi anni la maggior parte dei bambini frequenta le scuole solo fino alla terza o alla quarta elementare, poi i genitori li mandano a lavorare, pertanto, quando va bene, in casa entrano uno o due libri». Il libro di lettura è il libro scolastico per eccellenza e tale rimarrà fino al secondo dopoguerra. Tra i testi di maggior successo ci sono ”Seconde letture per le scuole elementari”, che nel 1897 raggiunge la dodicesima edizione, e ”La fanciulla massaia”, che nel 1895 è già alla decima, entrambi curati da Ida Baccini, autrice tra il 1877 e il 1911 di una cinquantina di libri di lettura per le scuole. «Nella gran parte dei casi» scrive Edoardo Grossi sul sito della Biblioteca di Documentazione Pedagogica di Firenze «si tratta di libri costruiti da brevi lezioni sui più svariati argomenti, dalla storia alle scienze naturali, dalla religione ai lavori domestici, a volte con una serie di domande finali per verificare negli alunni la comprensione della lettura. Spesso le lezioncine sono rese più accattivanti dalla presenza di personaggi (bambini, mamme, parenti vari, maestre) che dialogano tra loro e che compaiono più volte nel corso del volume, creando agevoli identificazioni. In altre occasioni le lezioncine sono trasformate in brevi racconti con intento moraleggiante». Nonostante l’obbligo scolastico sia stato esteso fino a 12 anni, ancora molto alto è il numero di quelli che non lo rispettavano. Nel 1911 è analfabeta più di un terzo della popolazione (37%), dieci anni dopo la percentuale scende a un quarto (25%). Il cambiamento più importante avviene proprio negli anni Venti. Nel ’22 il capo del Governo Benito Mussolini affida al filosofo Giovanni Gentile il compito di riformare la scuola elementare. Gentile si affida a Giuseppe Lombardo Radice, direttore dell’istruzione primaria, incaricato di redigere i programmi ufficiali. «Per Lombardo Radice» commenta Chiosso «il sussidiario incarna l’idea di una cultura in pillole, stereotipata, senza vivacità e conformista. Arriva addirittura a proibirlo a vantaggio di una serie di libretti che avrebbero dovuto avere maggior approfondimento e analisi, costruiti in rapporto ai nuovi orientamenti scolastici che, nel 1923, modellano, in maniera anche molto più attenta alla psicologia infantile, la scuola elementare». Salutata da Mussolini come ”la più fascista delle riforme”, l’operazione di Gentile ha in realtà un marcato stampo liberale. Viene messo al bando il nozionismo, l’idea di una semplice trasmissione del sapere è sostituita dal concetto di ”generazione” delle conoscenze attraverso il rapporto maestro-alunno. «Questo significa massima libertà didattica per l’insegnante, il cui obiettivo è produrre negli alunni un progresso spirituale» dice Elena D’Ambrosio, ricercatrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Como, dove è conservata una ricca collezione di testi e materiali scolastici del Ventennio. «Proiezioni, gite, visite, lezioni all’aperto, racconti e letture di gruppo sono indicati come nuovi sussidi didattici» aggiunge D’Ambrosio, che è anche autrice del volume ”A scuola con il duce” e curatrice di una mostra itinerante sullo stesso tema. Nella scuola si punta a coltivare la spontaneità dei bambini. Tra le novità, nei programmi, «diventa oggetto di studio la religione e per la prima volta viene sottolineata l’importanza del canto e del disegno, considerati fondamentali». Con l’anno scolastico 1930-31 entra in vigore il Testo unico di Stato, pensato come libro di lettura in cui sono raccolte tutte le informazioni e le nozioni necessarie al bambino. « previsto un solo testo per ciascuna delle prime due classi» dice D’Ambrosio «e due testi separati per le tre successive: libro di lettura e sussidiario». Inoltre, mentre fino ad allora l’acquisto era a carico della famiglia, ora il testo, stampato dalla Libreria di Stato, viene fornito gratuitamente. Per la realizzazione vengono chiamati studiosi di prestigio, tra cui la scrittrice Grazia Deledda, Nobel per la letteratura, il poeta Angiolo Silvio Novaro e insegnanti con una spiccata sensibilità didattica e pedagogica, noti per attività che oggi si direbbero di sperimentazione e innovazione, quali Ornella ovvero Oronzina Quercia Tanzanella, autrice di successo di libri per bambini, e Alessandro Marcucci. Durante il regime fascista, le esigenze di tipo propagandistico e la volontà di fare della scuola lo strumento privilegiato per l’organizzazione del consenso di massa riguardano direttamente anche il libro di stato, in cui nulla è lasciato al caso, dalla copertina ai contenuti, dalle immagini alle filastrocche da imparare a memoria. Nonostante questo, i curatori cercano di farne un prodotto valido dal punto di vista educativo. «Quando nel 1944-45 arrivano gli americani» spiega Chiosso «incaricano un loro pedagogista, Carleton Washburne, di defascistizzare la scuola italiana. La sua relazione si conclude dicendo che i libri sono fatti bene e che l’operazione richiede di essere valutata da due punti di vista, uno politico l’altro didattico». Una tappa importante nella storia recente del sussidiario è il 1947, quando per la prima volta, come segno dell’affermarsi di una cultura democratica, in Italia si liberalizza il mercato del libro scolastico. «In precedenza, per essere adottati dagli insegnanti» precisa Chiosso «i libri dovevano essere approvati da apposite commissioni del ministero, ora non più: basta attenersi ai programmi». A dispetto dei più ampi margini di manovra, la situazione si istituzionalizza in continuità con il passato e il sussidiario rimane, insieme con il libro di lettura, l’inseparabile compagno di strada per i bambini italiani dagli 8 agli 11 anni di tutte le generazioni, comprese le ultime. Il quadro appare immobile anche visto da chi come Franco Malaguti, operatore scolastico, i libri li realizza: « come se dalla prima guerra mondiale a oggi nella scuola elementare si fosse continuato a fare le aste. Nel corso degli anni ’80 un cambiamento c’è stato ma ha riguardato la scuola media. L’antologia è diventata uno strumento per valutare i fatti: se prima Leopardi era portato a modello di bella scrittura, ora se ne studiano i temi; la storia come sequenza di date ha lasciato il posto al progresso delle idee e dei movimenti; la matematica è vista come una palestra mentale e non solo un far di conto; la geografia ha assunto un carattere etnografico più che nozionistico. Purtroppo nella scuola elementare ciò non è mai accaduto. I cambiamenti recenti, la società multietnica e multiculturale e, prima ancora, la ”rivoluzione silenziosa” dell’abbandono delle montagne per la pianura non sono mai entrati nella scuola elementare». La legge Moratti, approvata nel marzo di quest’anno, prevede una riforma del percorso scolastico che riguarda anche le primarie, ovvero le elementari. Questo significa che i libri di testo saranno ripensati in base alle esigenze della scuola rinnovata. A farne le spese potrebbe essere proprio il sussidiario, da molti considerato obsoleto e superato per la sua impostazione. Che sia davvero venuto il momento di mandarlo in pensione? «Penso che una summa orientativa sia ancora utile» conclude Chiosso, «ci vuole un filo che organizzi la conoscenza. Però ci vorrebbe un colpo di genio per rinnovare questo strumento: dovrebbe essere fatto con criteri nuovi, ricco di suggestioni più che d’informazioni preconfezionate, capace di far nascere curiosità e di porre interrogativi». E al momento di interrogativi il futuro del sussidiario ne ha fatti sorgere molti. Ci sarà ancora? Per quanto tempo? Sarà ripensato? Quali scuole lo adotteranno? Tutte o solo quelle sperimentali? E in quali classi, visto che le primarie sono oggi divise in un primo anno più due bienni, e non più un biennio e un triennio? Dal ministero dell’Istruzione al momento negano che ci sia l’intenzione di mandare a riposo l’amato-odiato sussidiario. Ed è vero, almeno per l’anno scolastico che sta per iniziare. Per il 2004-5, l’Associazione Italiana Editori (Aie) ha avanzato alcune proposte, ma finora risposte non ne sono giunte: «Era stato avviato un ragionamento serio e approfondito da parte degli editori di libri per le elementari con il ministero» spiega Ethel Serravalle, consulente dell’Aie, «per realizzare prodotti che corrispondessero alle nuove esigenze. Poi c’è stato un rallentamento legato al reperimento delle risorse per finanziare l’operazione». Probabilmente il libro adottato in seconda e in terza manterrà le caratteristiche di un sussidiario mentre in quarta e quinta si introdurrà un libro dei linguaggi (italiano e lingua straniera) e un libro delle discipline non più diviso rigidamente per materie. Ma al momento queste sono solo ipotesi. Insomma, il libro che sostituirà il caro vecchio sussidiario deve ancora nascere. Severino Colombo