Americo Bonanni Macchina del Tempo, settembre 2003 (n.9), 13 settembre 2003
L’astronomia è probabilmente la scienza più antica dell’umanità. Ma che cosa vuol dire oggi essere astronomo? Ce lo ha raccontato Cesare Barbieri (nella foto), docente di Astronomia all’Università di Padova
L’astronomia è probabilmente la scienza più antica dell’umanità. Ma che cosa vuol dire oggi essere astronomo? Ce lo ha raccontato Cesare Barbieri (nella foto), docente di Astronomia all’Università di Padova. Nato 61 anni fa a San Giovanni in Persiceto (Bologna), Barbieri ha lasciato la sua firma su molti progetti e strumenti di esplorazione del cosmo. stato il principale artefice del Telescopio Nazionale Galileo, attualmente in funzione a La Palma, nelle isole Canarie. Lo ha seguito in tutte le fasi di costruzione ed è stato il direttore dell’osservatorio di La Palma dal 1990 al 1998. Poi è stato coinvolto nella realizzazione di diversi strumenti spaziali, come la Faint object, camera del telescopio orbitale Hubble, oppure la fotocamera della sonda Giotto, usata nella missione europea che sfiorò la cometa di Halley. «Possiamo dire» spiega Barbieri «che oggi esistono almeno quattro modi di essere astronomo, molto diversi tra loro. Il primo è il teorico puro: non costruisce strumenti, non osserva il cielo, ma crea modelli basandosi sui dati ricevuti. I suoi strumenti sono carta, penna e computer. Magari non ha mai messo piede in un osservatorio. Poi c’è l’astronomo che si dedica all’osservazione vera e propria». quello più vicino all’immagine popolare. «Indubbiamente. Passa un certo numero di notti all’anno negli osservatori, magari situati in parti del mondo sperdute, per ottenere immagini e raccogliere dati. Bisogna considerare che oggi, con le tecnologie disponibili, questo lavoro lo si può fare quasi sempre anche a distanza, rimanendo quindi seduti davanti al computer della propria scrivania. certamente un fatto positivo: migliora la vita dell’astronomo. Ma io penso che abbia anche un lato negativo, che faccia perdere il contatto con il cielo. Quando lavoro per raccogliere dati a me piace stare proprio lì, sotto la cupola dell’osservatorio. Un discorso diverso è quello della terza categoria: gli astronomi spaziali, che si dedicano all’osservazione e alla raccolta di dati usando satelliti e sonde». Quindi c’è chi osserva e chi elabora modelli e teorie. Cos’altro si può fare? «Costruire. Inventare strumenti di osservazione nuovi o migliorare quelli esistenti. Una strada per la quale si deve essere anche un po’ ingegneri (e a volte si finisce per prendersi tutte le colpe se qualcosa non funziona come sperato). Soldi da amministrare per la costruzione delle apparecchiature, contratti da rispettare, questo è il panorama. Ma la soddisfazione d’ideare qualcosa di nuovo per indagare il cosmo e poi vederla realizzata è enorme». Diventano astronomi solo quelli che lo sognavano già da bambini? «Non solo loro. Io, ad esempio, l’astronomia l’ho scelta tardi, durante il mio corso di laurea in fisica. Certamente la passione che può essere nata da giovanissimi è una spinta forte e importante, e molti scienziati l’hanno avuta. Ma va sottolineato che all’astronomia ci si arriva sempre con una solida preparazione fisica e matematica. La passione deve essere accompagnata da una forte disciplina, altrimenti c’è il pericolo d’incappare in grosse delusioni». C’è un’immagine stereotipata che la gente ha dell’astronomo? «Spesso sì. quella del passato. In tanti ci vedono come persone strane, un po’ fuori dal mondo, come su una torre. Eppure sono tantissimi i campi della tecnologia, persino della medicina, che hanno utilizzato le scoperte degli astronomi per migliorare la nostra vita. Parlando del rapporto con la gente, poi, dobbiamo sempre ricordare quella quasi immancabile confusione con l’astrologia, che continua, e anzi cresce, per merito dell’imperversare di ciarlatani e di oroscopi in televisione».