Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  settembre 12 Venerdì calendario

SINGAPORE

L’operazione per separare Ladan e Laleh Bijani, le due gemelle siamesi iraniane di 29 anni unite per la testa, si è conclusa tragicamente con la morte di entrambe le pazienti lo scorso 8 luglio e ora si è aperto il dibattito all’interno della comunità medica tra chi sostiene le ragioni dell’operazione e chi crede che i chirurghi abbiano sottovalutato i rischi. Pierre Lasjauanias, neurochirurgo presso l’ospedale Kremlin-Bicêtre di Parigi, era l’unico specialista europeo presente nella sala operatoria e ha spiegato alla stampa che le due gemelle sono decedute a causa di un’emorragia inarrestabile provocata dalla comparsa, dopo 54 ore di intervento, di una piega non prevista nella vena principale del cervello condivisa dalle due gemelle. «In una situazione analoga sceglierei di operare di nuovo» ha dichiarato Lasjauanias, spiegando che le pazienti, una avvocato e l’altra laureata in giornalismo, erano pienamente coscienti dei rischi. L’operazione era allo studio da più di 10 anni e l’équipe che ha operato era senza precedenti: 12 chirurghi (5 neuro, 6 plastici, uno vascolare) e 16 specialisti di alto livello (5 radiologi, 9 anestesisti, un internista e uno psichiatra) e più di 100 tra infermieri e personale paramedico. «Quando si tratta di malformazioni di questa gravità» ha concluso lo specialista, «il rischio è implicito dell’operazione, ma non è mai sottovalutato».