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 2003  settembre 12 Venerdì calendario

Gelman Juan

• Buenos Aires (Argentina) 3 maggio 1930. Poeta. Figlio di immigrati ucraini, ha esordito a ventisei anni con una raccolta di versi dal titolo Violín y otras cuestiones, a cui hanno fatto seguito, tra le altre, Carta a mi madre, Salarios del impío e Incompletamente. Questi ultimi tre lavori sono in un volume edito da Guanda col titolo Lettera a mia madre (trad. L. Branchini, 1999), mentre da Interlinea, nel 2003, è apparsa una breve antologia titolata Nel rovescio del mondo. Esiliato dopo il golpe militare, Gelman non rivedrà più il giovane figlio, la nuora e la bambina che aspettavano, rapiti dai militari di Videla. Cominciò così la sua lunga battaglia per conoscere il luogo della sepoltura - «ogni persona ha diritto a una tomba», si legge in alcuni suoi versi - del figlio e della nuora, sulle tracce della nipote scomparsa. Il governo socialista di Tabaré Vázquez ha rivelato il luogo in cui è stata seppellita la nuora Claudia. Il corpo del figlio Marcelo fu invece gettato in mare. La loro bambina, Macarena, partorita in un ospedale di Montevideo, era stata data in adozione a un poliziotto. «“Una voce fondamentale dell’America Latina, in cui si incontrano, al più alto grado, messaggio etico e forza stilistica. Poeta toccato dalla tragedia e dall’inferno della storia, ha risposto attraverso una combattiva resistenza spirituale e linguistica, cercando nella poesia la forma più alta e assoluta di verità” (Giuseppe Conte nella motivazione del Premio Lerici-Pea) [...].Pubblicato in dodici paesi e in Italia da Guanda (un suo titolo è Lettere a mia madre), ora residente in Messico, è stato duramente colpito dalla dittatura militare. Obbligato all’esilio, era in Italia quando il figlio ventenne Marcelo Ariel e sua moglie Claudia di 19 anni, in attesa di una bambina, finirono nella schiera dei desaparecidos. Il figlio fu assassinato con un colpo alla nuca, la nuora venne portata in Uruguay, dove partorì prima di “sparire”. Gelman è riuscito dopo un’estenuante ricerca a conoscere la nipote» (“la Repubblica” 12/9/2003). «“La mia è stata una scrittura attraversata da continui soprassalti e interruzioni, avevo la testa, il cuore, il sangue rivolti altrove”. Così Juan Gelman, poeta argentino, nato nel quartiere popolare di Villa Crespo a Buenos Aires e costretto a un lungo esilio dalla dittatura militare del generale Videla, descrive “la fatica e la pena” che hanno segnato gli ultimi trenta anni della sua vicenda umana e della sua ricerca poetica. Una ricerca condotta nell’ambito della scrittura e dell’“inafferrabile” ma che, come osserva il critico Jorge Boccanera, tragicamente e indissolubilmente si lega a una ricerca più terrena, “quella di sua nuora” rapita nell’agosto del 1976, al pari del figlio Marcelo, dai militari del regime e rinchiusa in un campo di concentramento sadicamente chiamato “Il giardino”. Da allora, Gelman non ha smesso di cercare, tanto sul fronte della poesia, rivolgendosi a forme sempre nuove, quanto su quello della memoria e della realtà più terrena, scrivendo lettere, raccogliendo firme, intentando cause pilota contro i militari e i loro protettori politici. “Il dolore non si dimentica di me. Ombre, distanze, superfici, odore di sospetti marci, affanni che non spostano i piedi. Vi è paura nella memoria proibita”. Per il recupero di questa memoria, dichiara Gelman, “vale la pena lottare e soffrire. Vale la pena scrivere”, violare le porte e infrangere divieti. [...] “Comincio a scrivere quando sento un rumore all’orecchio e mi prende un malumore straordinario. Sento dentro di me un’ossessione. Quello che tutti chiamano ispirazione per me è soltanto questo: un’ossessione. Non so di preciso cosa mi accada. Potrei dire - scherzando, ovviamente - che scrivo per leggermi e capire, a posteriori, quello che mi accade. Quando avevo quattro, cinque anni mio fratello maggiore si divertiva a recitarmi versi di Puskin in russo. Ero molto piccolo e, ovviamente, non capivo nulla. Però mi colpiva la musica di quei versi, il loro ritmo. Molte volte ho pensato che quei suoni abbiano influito radicalmente lasciando una impronta su di me. I miei genitori provenivano dall’Ucraina, mio padre prese parte alla rivoluzione del 1905, a Odessa. Era un operaio, un falegname, poi in Argentina divenne un piccolo commerciante. Ma era uno di quegli operai dell’est e del centro Europa che leggevano di tutto, così la nostra casa era piena di libri di letteratura, di storia, di politica e di economia. Ricordo come se fosse ieri la domenica in cui presi dalla biblioteca Umiliati e offesi di Dostoevskij e cominciai a leggerlo. Ne fui scosso a tal punto che mi venne la febbre e mi durò due giorni. Favorito da questo ambiente familiare cominciai a leggere poesia, mi sentivo spinto da una misteriosa necessità. Tra le cose che mi raccontava mia madre, ricordo una storiella in cui si parla di un ragnetto che, per strada, incontra un millepiedi e gli domanda: “Mi dica, come cammina lei? Cinquanta piedi prima, cinquanta dopo. Alternati a dieci a dieci, a venti a venti... Come fa a coordinare i movimenti?” Il millepiedi si ferma a pensare e quel problema lo affligge, lo inchioda al suolo per il resto della vita. Forse in poesia accade la stessa cosa. Comunque sia, ci sono cose che davvero non so e altre che preferisco non sapere. Altre ancora mi conviene non saperle. Occorre sedersi davanti alla pagina bianca con la verginità che ci è possibile e ci viene concessa, senza che i vecchi modelli influiscano troppo - troppo consapevolmente intendo - su di noi. [...] Io credo che la poesia non si possa studiare, ma la si può imparare dalla lingua, soprattutto dalla lingua dei grandi poeti. Per questo diffido delle traduzioni e cerco di rivolgermi a quelle lingue alle quali posso avere un certo accesso. Il problema della poesia è la musica, che ha le sue leggi, e esse stesse sono piene di significato. [...] Pavese parlava di ossessione servendosi di un’immagine molto bella. Diceva che è come un grafico che inizia da un valore corrispondente a cento, mentre la scrittura parte da zero. La scrittura si alza mano a mano che comincia a esprimere l’ossessione, mentre l’ossessione cala di pari grado, fino a che non si intersecano. Quando questo succede vengono fuori i poemi più felici, che non sono molti. Una volta trovato questo punto di intersezione, però, il pericolo che si corre è quello di fermarsi lì, ripetendosi, o ripetendo cliché e stili già adottati. Una volta acquistata una certa tecnica, la scrittura rischia di diventare mestiere. Per questo, credo sia necessario mettere continuamente in discussione i risultati raggiunti, rivolgendosi ad altre forme. Non bisogna avere il timore di restare in silenzio, anche se non si scrive per due, tre anni. Quando avevo trenta anni mi preoccupavo enormemente di questi lunghissimi, interminabili tempi morti in cui l’ispirazione veniva meno. Ma il problema è che non si scrive mai poesia, si viene scritti dalla poesia. La poesia è una signora molto occupata, poiché ci sono poeti dappertutto. Bisogna aspettarla, non chiamarla. Non è questione di pazienza o di volontà. Si tratta di attendere che arrivi con ciò che ho chiamato ossessione. Le ossessioni - vale per qualsiasi artista - sono poche, in fin dei conti. Ma, col tempo, si sviluppa una sorta di spirale entro la quale la stessa ossessione è guardata da un punto di vista sempre diverso. Per questo cambiano le forme e la mia poesia segue stili molto diversi. [...] Di fatti, la prima ferita che il bambino ha nella culla è la parola. La parola che viene dal cuore. Tutti siamo stati - e molti di noi continuano a esserlo, nel ricordo - feriti dalla parola che entra nella culla provenendo da fuori. È la prima ferita e non si chiuderà mai. Perché per alcuni questa ferita passi per la scrittura, sanguini in parole, e per altri no, è un mistero che non scioglieremo mai. È il mistero del millepiedi di cui parlavamo prima. [...] In esilio, in verità, ho lavorato poco come giornalista e mi sono riciclato come traduttore. Lavoravo all’Unesco e poi per altri organismi delle Nazioni unite. Traducevo pratiche noiose. [...] Studiavo chimica e un giorno mi sono detto che proseguendo per quella strada non sarei arrivato da nessuna parte. Quello che volevo era scrivere poesia. Ho fatto molti lavori, molta gavetta, e infine mi misi a cercarne uno in cui la parola fosse importante. Ma ho sempre amato la cronaca, perché mi permetteva di uscire dalla redazione e vedere quello che succedeva per le strade di Buenos Aires. La cronaca e l’intervista erano i generi che preferivo. Non credo che tra il fare poesia e il lavorare sulla cronaca ci sia contraddizione. Poesia e giornalismo sono buoni vicini che convivono in uno stesso palazzo. Molti poeti argentini lavoravano come giornalisti, anche se non pochi vivevano la cosa con grande disagio. [...] A me interessavano le riunioni sindacali di base. Un uruguaiano parla castigliano, ma con delle nuances, delle sfumature che arricchiscono la lingua di partenza, e questo era ciò che mi interessava di più. I problemi sono sempre gli stessi - il salario, il lavoro, l’economia - ma qualcosa cambia nei dettagli dell’espressione che si usa per manifestarli, e quei dettagli arricchiscono la lingua. Accade ovunque, ma Buenos Aires era un vero crogiuolo di parlate. Ho lavorato come capo della redazione di un giornale, Noticias, e ho sempre desiderato una cosa davvero impossibile: che si facesse cronaca prestando orecchio alle espressioni, alle sfumature, alla musique della lingua parlata per strada. Questa era la mia ambizione, ma nel giornalismo spesso prevalgono altri aspetti, come la burocrazia, il formalismo, l’appiattimento del linguaggio...[...]”» (Marco Dotti, “il manifesto” 31/8/2005).