Varie, 10 settembre 2003
MIAN Michele
MIAN Michele Gorizia 18 luglio 1973. Ex giocatore di basket. Con la nazionale vinse l’argento alle Olimpiadi di Atene (2004) e l’oro agli Europei del 2009 • «L’alpino muto, il soldatino con la barba da anarchico, il rivoluzionario dei canestri. Per descriverlo, si sono sprecati gli stereotipi [...] Perito informatico; laureato in Filosofia con una tesi sulle interpretazioni umanistiche di Rodolfo Mondolfo dai greci a Marx; fidanzato con una pubblicista dell’Ufficio Stampa del Politecnico di Milano, non vede la tv, se non per qualche telegiornale. “Credo di aver visto un programma intero l’ultima volta 3-4 anni fa. Ero a cena da amici e abbiamo seguito Miss Italia, per caso. Lo stesso vale per l’auto. Avevo una Hyundai Accent, che ho regalato ai miei genitori, dopo che la Snaidero me ne ha data per contratto un’altra: non è importante avere un macchinone costoso, per l’uso che ne devo fare non vale la pena. Piuttosto, se ho 50 milioni, compro una barca. Di recente ne ho presa una, di seconda mano. La tengo ad Aquileia, dove ho costruito con imiei la casa dove viviamo”. Padre ex falegname e ora vigile urbano, madre casalinga, ha una sorella eun fratello col quale ha cominciato a giocare a basket. “Passavamo i pomeriggi facendo ’uno contro uno’ al campetto delle scuole di Aquileia: lui era i Boston Celtics, io i Los Angeles Lakers. Insieme siamo stati presi da Gorizia dopo un provino procurato da un cugino che aveva giocato nelle giovanili. Avevo 14 anni, allora avrei voluto fare il cuoco o l’assistente per handicappati, alla fine decisi per il Tecnico per Informatica, ma già pensavo che il basket non sarebbe stata la mia unica attività. Gorizia era in C, i giocatori della prima squadra arrivavano al pomeriggio, dopo aver passato una mattinata vuota, e non avevano nemmeno voglia di fare allenamento. A me piace essere attivo su più cose: pensai che non avrei mai voluto diventare così pigro e cominciai a leggere libri di filosofia, sociologia e psicologia. [...] Mio padre leggeva l’Unità e da piccolo lo aiutavo a togliere i chiodi per costruire la Casa del Popolo. Ma certe idee le ho maturate sulla mia pelle. Eravamo tre fratelli ed eravamo in ristrettezze economiche: dovevamo dividere tutto in misura uguale, dal cibo ai giochi. Da mio padre, poi, ho imparato il rispetto per le persone più deboli e disagiate. [...] Avevo deciso di smettere un paio di volte: la più famosa è quella legata alla mia barba. Avevo 18 anni e Dalipagic, che era g. m. a Gorizia, voleva costringermi a tagliarla. Da quel momento, la barba è diventata un simbolo di ribellione, di affermazione della libertà e della mia personalità. In campo mi si può chiedere tutto e il campo è il luogo nel quale mi trovo più a mio agio che altrove. Ma fuori c’è la mia vita e non voglio intrusioni, nulla che mi impedisca di curare i miei interessi. C’è stata la passione per la pipa, poi la montagna, prima la canoa: a volte, la riempivo di viveri e me ne andavo in laguna; mi fermavo due- tre giorni in tenda, su una striscia di sabbia, a pensare in solitudine”» (Carlo Annese, “La Gazzetta dello Sport” 10/9/2003).