Varie, 4 settembre 2003
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Sabattini Claudio
• Bologna 28 aprile 1938, Bologna 3 settembre 2003. Sindacalista • «A un certo punto, quando le trattative si trasformavano in estenuanti maratone notturne, muro contro muro, lui da una parte del tavolo con la delegazione sindacale, di fronte gli uomini della Fiat, Claudio Sabattini si alzava, accendeva l´ennesima Marlboro Light e proponeva una sospensione. ”Vado a prendere un cappuccino tiepido”, diceva e scompariva per un´ora avventurandosi alla ricerca di un bar per i viali di una Torino che a quell´ora era già dormire. Al rientro in un salone dell´Unione Industriale denso di fumo come la bocca di un vulcano, tra lo stupore di quanti lo avevano atteso più di quanto avrebbero pensato di dover attendere, riprendeva a tessere la sua tela di dirigente sindacale convinto che ”la lotta dura è il solo modo per piegare i padroni”. Era l´autunno del 1980, l´autunno della vertenza dei trentacinque giorni alla Fiat, quella che sarebbe finita con la marcia di quarantamila e la sconfitta del sindacato. E´ difficile non collocare Sabattini, in quel momento storico del sindacato, non perché finì tra i perdenti ma perché il suo comportamento in quello scontro sintetizza meglio il carattere singolare dell´ex segretario dei metalmeccanici della Cgil, la tenacia delle sue convinzioni, quella sua vocazione alla navigazione controcorrente inseguendo un modello di sindacato che non esisteva più. Un uomo al quale una vita forse crudele ha riservato qualche successo e tanta solitudine. Quella solitudine che dopo la sconfitta di Torino lo aveva portato sul lettino dello psicanalista alla ricerca di una di quelle complicate vie d´uscita che lo intrigavano quando, lontano dalle sedi sindacali, si lasciava affascinare dallo studio di Freud. Un padre e uno zio gappisti nella Resistenza, laurea in Lettere e filosofia ”prima del ’68” amava ricordare, una gioventù nelle file del Pci e poi il sindacato, la sua vita, la guida dei metalmeccanici, prima e dopo Torino. Amava le cravatte colorate, gli orologi e alcuni mobili antichi che si portava dietro nelle sue peregrinazioni per case che il sindacato gli trovava in giro per l´Italia. L´esplosione di una stufetta a gas alla quale s´era accostato per accendere una sigaretta gli aveva ”disegnato” sul volto una cicatrice che gli conferiva un´aria burbera che si dissolveva quando in privato parlava di libri o di politica non con i politici. Il ”Sandino di Bologna” veniva considerato da molti un ”duro” del sindacato ma lui amava definirsi ”un moderato” con quel tono che, nonostante le apparenze, lo faceva apparire una sorta di aristocratico del sindacato. Come quando sosteneva ”sono convinto che gli operai siano conservatori e perciò mi regolo di conseguenza”. Aveva carisma, una dote che nel mondo del lavoro conta molto. Si dice fosse un tessitore di trame contro gli avversari ma accettava le sconfitte che gli costarono più volte l´esilio. La politica lo vide vicino ai ”miglioristi” e in tempi più recenti tra gli organizzatori del ”Correntone”, qualcuno dice sia stato la mente che lo ha pensato. Si scontrò con Cofferati, il metalmeccanico contro il chimico [...]» (s.t., ”la Repubblica” 4/9/2003). « stato tante volte sugli altari e altrettante nella polvere. Ha guidato, da numero uno, i metalmeccanici della Cgil in più riprese e le sue scelte hanno sempre fatto discutere. I giornali lo hanno, con qualche ragione, eletto a simbolo dei 35 giorni, la lunga lotta degli operai Fiat che si concluse con la marcia dei 40 mila e di cui Sabattini fu parte dirigente. ”Quella sconfitta ha segnato la storia sindacale – ha raccontato – ed esaminandoli a ritroso gli eventi che la determinarono sono chiari: l’esperienza thatcheriana e il reaganismo”.. Una frase in cui c’è l’essenza del Sabbatini pensiero, il legame fortissimo che nelle sue analisi c’era tra evoluzione del capitalismo mondiale e condizione operaia. Un marxismo forte e rimotivato dall’esperienza movimentista dei consigli di fabbrica. Bolognese doc – a lui è capitato di essere nella stazione della sua città anche il terribile 2 agosto della strage – Sabattini ha amato profondamente Torino. stato il teatro in cui ha recitato meglio. Oratore vibrante, dotato di un carisma ”magnetico” nei confronti di delegati sindacali e militanti, l’ex capo della Fiom-Cgil ha goduto di gran rispetto anche presso le controparti imprenditoriali. O meglio ”i padroni”, come invariabilmente preferiva definirli. stato, forse, uno dei dirigenti sindacali più temuti. E del resto basta dare uno sguardo al suo ruolino di marcia per capirlo. Un’unica volta da segretario generale della Fiom firmò un contratto nazionale ”lampo”, nel – 93. Ma negli anni successivi soltanto l’intervento di Cgil-Cisl-Uil e del governo resero possibile il rinnovo. Nel 2001 addirittura Sabattini decise di non firmare il contratto con la Federmeccanica – a differenza di Fim e Uilm – perché, a suo giudizio, economicamente inaccettabile. E da quella scelta nacque il caso Fiom, l’isolamento dei metalmeccanici della Cgil che dura ancora adesso e condiziona le scelte della segreteria Epifani. I suoi rapporti con Fausto Bertinotti e Sergio Cofferati, due leader con i quali Sabattini si è misurato pur in stagioni diverse, non sono stati sempre facili ma a dire il vero c’è anche stata una leva di sindacalisti – alcuni dei quali oggi governano la Fiom – fieri di etichettarsi come ”sabattiniani”, di rappresentare nella Cgil più che un clan una tendenza politico- culturale» (d.d.v., ”Corriere della Sera” 4/9/2003).