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 2003  maggio 05 Lunedì calendario


C’era una volta il panettone di Stato, le merendine pubbliche, le torte della nonna sfornate dai manager con la casacca dell’ Iri

C’era una volta il panettone di Stato, le merendine pubbliche, le torte della nonna sfornate dai manager con la casacca dell’ Iri. E poi ancora Autogrill e patatine, supermercati Gs e surgelati Italgel. Tutto questo, e molto altro ancora, era il gruppo Sme a metà degli anni Ottanta, quando i politici della prima Repubblica innalzarono il vessillo delle privatizzazioni. Parole molte, ma pochi fatti concreti, sommersi da un diluvio di buone intenzioni e di private, privatissime, lotte tra partiti e correnti di partito. Logico allora che il mondo della politica, ma anche quello dell’ economia, rimase a dir poco spiazzato quando, il 30 aprile del 1985, l’ allora presidente dell’ Iri Romano Prodi e Carlo De Benedetti convocarono una conferenza stampa per annunciare che la cessione della Sme era cosa fatta. Nessuno, o quasi, se l’ aspettava. De Benedetti, che già controllava l’ Olivetti, era allora più che mai sulla cresta dell’ onda. Pochi mesi prima, a febbraio, aveva rilevato la Buitoni, marchio storico dell’ industria italiana. Messe insieme, Sme e Buitoni facevano dell’ Ingegnere il più importante imprenditore italiano del settore alimentare, con un giro d’ affari di 4.000 miliardi di lire. Colossi come Barilla e Ferrero venivano distanziati. Sotto l’ ombrello della Cir, la holding di De Benedetti, erano raccolti marchi importanti come Motta e Alemagna, i pelati Cirio e le patatine Pai. "E’ la prima volta in Italia che un privato acquista da un ente pubblico pagando con soldi veri, non con pezzi di carta o con impegni a babbo morto", annunciò l’ Ingegnere quel fatidico 30 aprile del 1985. Eccola qui, allora, la questione del prezzo. Il nodo attorno al quale si sono consumate polemiche, sentenze e processi nei successivi 18 anni. In base al contratto siglato tra Prodi e De Benedetti, il gruppo Cir si impegnava a pagare 397 miliardi nell’ arco di 18 mesi a cui andavano aggiunti altri 100 miliardi che sarebbero stati versati da Mediobanca e dall’ Imi, scesi in campo come soci-finanziatori. "Finisce l’ epoca dei panettoni di Stato", titolarono i giornali dell’ epoca. Celebrando l’ operazione che portava fuori dalla sfera delle Partecipazioni Statali alcune imprese, come Motta e Alemagna, che erano diventate un simbolo dell’ inefficienza pubblica nella gestione industriale. E in effetti, mentre il resto del gruppo Sme era più o meno in equilibrio economico, il settore dolciario perdeva denaro a rotta di collo, ben 47 miliardi nel 1984. De Benedetti, però, non sembrava intimorito dalla titanica impresa di risollevare un simile mastodonte. Mentre Prodi spiegava che il denaro fresco sarebbe servito ad alleggerire il peso dei debiti che gravava sull’ Iri. Nessuno dei due, però, né l’ acquirente né il venditore, aveva fatto i conti con Bettino Craxi, allora a Palazzo Chigi. A sole 48 ore dall’ annuncio dell’ accordo, durante una riunione di governo, Craxi annuncia che l’ operazione va rivista sotto il profilo della congruità. E il 9 maggio, con una lettera al ministro delle Partecipazioni statali, il dc Clelio Darida, Craxi esprime "forti perplessità, sia in ordine alle modalità procedurali, sia in ordine al merito". Come dire: il prezzo spuntato da De Benedetti, non va bene. Troppo basso. Prodi tira diritto e porta la questione al consiglio di amministrazione dell’ Iri. E, infine, a bloccare tutto, arriva un’ offerta formulata da un certo avvocato Scalera. Niente di preciso, E infatti di quell’ offerta non si sentì più parlare. Tempo un mese, però, e il 28 maggio sul tavolo dell’ Iri arriva la proposta di una cordata nuova di zecca, nata sotto le insegne della Iar, una società costituita ad hoc dalla Fininvest di Silvio Berlusconi, dai due gruppi alimentari Barilla e Ferrero, e dalla Conserve Italia delle cooperative bianche. L’ inedita compagine mise sul piatto 600 miliardi, quindi un centinaio in più rispetto a De Benedetti. Il 15 giugno si arriva al colpo di teatro. Tutto da rifare. La Sme torna a casa. Darida annuncia che la holding pubblica dell’ alimentare dovrà essere messa all’ asta tra i vari soggetti che hanno manifestato interesse. Infatti oltre alla Iar, si fanno avanti un paio di altre cordate, tra cui una delle Coop rosse. Per Prodi è uno schiaffo pesantissimo. Non a caso in un memoriale inviato otto anni dopo al pool di Mani pulite, l’ attuale presidente della Commissione europea descrive il suo primo mandato alla guida dell’ Iri come il "suo Vietnam" e certo la vicenda Sme è una delle sconfitte che brucia di più. Anche De Benedetti, ovviamente, la prende molto male. Il 25 giugno del 1985 durante l’ assemblea della Buitoni, l’ Ingegnere spiega a un azionista che l’ acquisto della Sme non gli è riuscito perché "ci sono state interferenze politiche e perché non ho pagato mazzette". Quanto alla cordata Iar, secondo De Benedetti sarebbe stata "organizzata da Craxi con il suo compare Berlusconi". Dopo il ribaltone annunciato da Darida tutta la storia prende la via delle aule di giustizia. La Buitoni fa ricorso per ottenere che l’ originario contratto, quello annunciato il 30 aprile, venga onorato dall’ Iri. La prima sentenza risale al 19 luglio 1986. Il tribunale di Roma presieduto da Filippo Verde respinge l’ istanza della Buitoni e stabilisce che l’ intesa raggiunta in aprile non è valida. Proprio questo è il verdetto che, secondo le accuse, sarebbe stato comprato ed è quindi al centro del processo in corso a Milano. De Benedetti non si arrende. Fa ricorso. Ma perde sia in corte d’ appello (marzo 1987) sia in Cassazione (marzo 1988). Nel frattempo l’ Ingegnere decide che è meglio lasciar stare con l’ industria alimentare e nel marzo del 1988 vende la Buitoni alla Nestlè. Capitolo chiuso per lui. Ma, oltre al processo di Milano, resta aperta quella fastidiosa questione del prezzo. Davvero quei 497 miliardi offerti da De Benedetti erano troppo pochi? Oltre a Berlusconi, molti altri analisti finanziari hanno espresso dubbi sulla congruità di quell’ offerta. E tutti fanno riferimento alla somma ben più elevata spuntata dall’ Iri negli anni successivi, quando riuscì a vendere, in parti separate, le attività riunite sotto la Sme. Infatti, dopo il gran polverone del 1985, la privatizzazione dell’ alimentare di Stato si bloccò per molto tempo. Fino al 1992, quando la holding pubblica venne di fatto smembrata in tre società e quindi messa sul mercato nei due anni successivi. L’ Italgel con Motta e Alemagna finì alla Nestlè, l’ olio Bertolli alla Unilever, la Pavesi alla Barilla, Gs e Autogrill a una cordata guidata dai Benetton e da Leonardo del Vecchio. Infine la Cirio andò a Sergio Cragnotti. In totale si può stimare che le attività Sme vennero cedute per una somma superiore a 2.000 miliardi. Non senza polemiche, se si considerano la singolare trafila che ha portato la Cirio, inizialmente aggiudicata allo sconosciuto imprenditore Saverio Lamiranda, fino a Cragnotti. Resta aperta la questione sul prezzo: come si spiega la differenza tra gli oltre 2.000 miliardi spuntati dall’ Iri tra il 1993 e il 1994 e i 497 miliardi del contratto siglato nell’ aprile del 1985? De Benedetti tempo fa ha dichiarato che un simile confronto è assurdo, perché nel frattempo grazie anche all’ ingresso in forze sul mercato delle multinazionali straniere i valori sono completamente cambiati. E comunque, ha concluso l’ Ingegnere, se erano insufficienti i miei 497 miliardi, anche i 600 miliardi della cordata di Berlusconi, dilazionati in più anni, erano poca cosa rispetto a quei 2.000 miliardi incassati anni dopo. Vittorio Malagutti IL CONTRATTO Il 30 aprile del 1985 Romano Prodi, allora presidente dell’ Iri, e Carlo De Benedetti, allora presidente di Buitoni, si accordano per la cessione da parte dell’ Iri della sua partecipazione nella Sme, la società che riuniva le attività agro-alimentari Iri, pari al 64,36% del capitale, per 497 miliardi di lire. Il 51% sarebbe andato a Buitoni (gruppo De Benedetti), il 13,36% a Mediobanca e Imi. All’ epoca il settore dolciario della Sme perdeva 47 miliardi l’ anno LE CRITICHE Alcune forze politiche protestano in seguito all’ accordo: in testa c’ è il Partito Socialista dell’ allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Dopo 48 ore dall’ annuncio del contratto, Craxi afferma in Consiglio dei ministri che l’ operazione va rivista sotto il profilo della congruità. Il 9 maggio scrive al ministro delle Partecipazioni statali Clelio Darida (Dc) esprimendo le sue "forti perplessità" sull’ operazione e il prezzo. Prodi va avanti L’ ALTRA CORDATA L’ offerta dell’ avvocato Scalera blocca il contratto. Il 28 maggio arriva la proposta della Iar, cordata formata da Berlusconi, Barilla, Ferrero e dalla Conserve Italia delle coop bianche. L’ offerta è di 600 miliardi. Il 15 giugno il ministro Darida annuncia che il contratto con De Benedetti andava annullato e la Sme messa all’ asta tra i soggetti interessati. Si fa avanti anche la Lega delle cooperative "rosse" con una sua proposta d’ acquisto IN TRIBUNALE La Buitoni di De Benedetti fa ricorso chiedendo che venga onorato il contratto firmato da Prodi. Il Tribunale civile di Roma presieduto da Filippo Verde respinge il ricorso, dichiarando annullato il contratto. E’ la sentenza al centro del dibattimento di Milano: si contesta la corruzione di Verde. De Benedetti, sconfitto anche in appello, decide di cedere le attività nel settore alimentare, vendendo la Buitoni alla multinazionale elvetica Nestlé LA VENDITA L’ Iri cede la Sme divisa in tre tronconi tra il 1993 e il 1994. Ottiene complessivamente 2.000 miliardi di lire. Motta e Alemagna vanno alla Nestlé, Bertolli alla Unilever, Pavesi a Barilla, Gs e Autogrill alla cordata Benetton-Del Vecchio. La Cirio viene venduta all’ imprenditore Lamiranda che poi la cede a Sergio Cragnotti. Secondo De Benedetti, la differenza di prezzo è dovuta all’ ingresso delle multinazionali sul mercato, con il rialzo delle quotazioni Davanti al pool Mani pulite il presidente Ue la definì "il mio Vietnam". L’ intervento dell’ avvocato Scalera per bloccare la cessione e la contro-offerta Berlusconi-Ferrero-Barilla.