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 2003  settembre 02 Martedì calendario

SEN Amartya Santiniketan (India) 3 novembre 1933. Economista. Premio Nobel per l’Economia 1998 • «Uno dei più originali e influenti pensatori contemporanei

SEN Amartya Santiniketan (India) 3 novembre 1933. Economista. Premio Nobel per l’Economia 1998 • «Uno dei più originali e influenti pensatori contemporanei. Benché egli abbia lasciato l´India nel 1971 per insegnare nelle più prestigiose università del mondo, dalla London School of Economics ad Harvard, non ha mai smesso di interessarsi ai destini del suo paese: ne ha sempre mantenuto la cittadinanza esclusiva, e ne ha studiato a fondo le problematiche economiche e sociali. [...] La sua famiglia ebbe forti legami con Tagore, scrittore e poeta, premio Nobel per la letteratura. [...] ”Sono stato veramente privilegiato a conoscerlo da bambino, visto che le nostre famiglie erano molto vicine. E´ stato lui a inventare un nuovo nome per me, quando nacqui: Amartya significa ”immortale’, anche se temo che non rispecchi la realtà. Benché io fossi molto giovane (avevo solo otto anni quando lui morì), rimasi estremamente impressionato dal suo calore e dalla sua familiarità, nonostante la sua fantastica fama come poeta e come leader intellettuale. Quando crebbi, lessi sempre di più i suoi scritti. E fui particolarmente stimolato dalla sua insistenza sull´orgoglio che andava nutrito per la nostra cultura, pur rendendo allo stesso tempo omaggio alle culture di altri paesi, e accettando di buon grado influenze straniere. Sono anche stato molto influenzato dai suoi scritti sull´importanza della libertà nella vita umana, e sul bisogno costante di usare la ragione critica, anche nel valutare la tradizione che abbiamo ereditato [...] Ricordo bene la sua confusa relazione con l´Italia durante il fascismo. Dato il suo interesse per la libertà, ci si poteva aspettare che sarebbe stato un antifascista convinto. Ma allo stesso tempo, e per lo stesso motivo, era anche molto critico verso l´imperialismo britannico. Per un breve periodo si lasciò dunque suggestionare dalla propaganda fascista, e credette che nel fascismo italiano potessero esserci i germi di un nuovo ”anti-imperialismo’. Annebbiato da questa illusione, accettò di essere ”esibito’ dal regime durante una breve visita ufficiale in Italia. Appena arrivato ebbe subito delle difficoltà, perché voleva incontrare Croce, che ammirava enormemente. Non glielo permisero, con la scusa che Croce non era a Roma, ma lui disse di essere disposto ad andare a trovarlo dovunque fosse. Fu il Duce stesso a dirgli che nessuno sapeva dove Croce fosse. [...] Nella primavera del 1943 non avevo ancora dieci anni, e i miei pensieri erano ancora piuttosto primitivi. Ma l´aspetto della carestia del Bengala che mi colpì di più da bambino, è proprio quello che poi influenzò la mia ricerca di trent´anni dopo. La cosa aveva a che fare con la natura classista della mortalità: oltre alla rabbia e allo scandalo dovuti al fatto che milioni di persone morissero di fame e di malattie ad essa collegate, rimasi sorpreso dal fatto straordinario che nessuno di coloro che conoscevo personalmente, parenti o amici, aveva seri problemi economici durante la carestia, mentre milioni di persone sconosciute vagavano per il paese in cerca di cibo e morivano. Non si poteva evitare di notare il carattere classista della carestia in particolare, e della privazione economica in generale [...] Quando in seguito studiai sistematicamente quella carestia, così come molte altre in Africa e in Asia, non mi limitai a considerare soltanto la disponibilità di cibo nel paese o nella regione: che non era sufficiente a spiegare perché qualcuno morisse di fame, e altri continuassero a vivere bene. Invece mi concentrai sui motivi per i quali un gruppo di persone potesse di colpo perdere la possibilità di comprare cibo: ad esempio, la disoccupazione, o la perdita di potere d´acquisto dei salari. Benché la disponibilità di cibo sia certamente uno dei fattori che influenzano le carestie, dobbiamo esaminarne anche molti altri. In realtà molte carestie, compresa quella del Bengala del 1943, sono accadute senza una sostanziale diminuzione della disponibilità del cibo, e a volte addirittura anche senza alcuna diminuzione!”. Una delle sue idee più influenti è appunto che gli indicatori puramente economici, quali il prodotto interno lordo o il reddito pro capite, non sono una misura sufficiente dello sviluppo di un paese. Di cos´altro bisogna tener conto? ”Del fatto che la caratteristica principale dello sviluppo sta nell´ampliare la libertà umana. Lo sviluppo non può essere visto soltanto in termini di crescita di concetti astratti. Naturalmente essi sono utili, ma il loro valore deve dipendere dal loro effetto concreto sulla vita e sulla libertà delle persone. [...] Effettivamente, l´opulenza economica e la libertà sostanziale possono divergere, benché siano collegate. E´ sorprendente che all´interno dei paesi molto ricchi ci siano gruppi di persone che non hanno maggior libertà di vivere abbastanza a lungo, senza malattie o altre cause di mortalità precoce, degli abitanti di certi paesi del cosiddetto ”terzo mondo’. Ad esempio, gli afro-americani, cioè i negri degli Stati Uniti, soprattutto quelli delle grandi città, hanno un´aspettativa di vita più corta dei cinesi e degli indiani, per non parlare dei giamaicani o dei costaricani. Naturalmente, chi ha un reddito alto ha una maggior libertà rispetto alla mortalità prematura, ma questa dipende anche da molti altri aspetti dell´organizzazione sociale, compresa la sanità pubblica, la scuola e l´educazione, la coesione e l´armonia sociale, e così via. Dunque, è importante intendersi sui fini dello sviluppo: le libertà politiche devono essere incluse fra le sue condizioni essenziali, perché senza di esse la libertà umana rimarrebbe inadeguata”» (Piergiorgio Odifreddi, ”la Repubblica” 27/8/2003).