Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  agosto 18 Lunedì calendario

Linuccia Saba, figlia del poeta Umberto, tutt’altro che bella, «magra come un osso spolpato», gambe somiglianti a «malinconici fiammiferi», la bocca ridotta in «nera voragine» per timore del dentista, fragile di nervi, una perenne aria di insopportazione dipinta in faccia, costretta da un «destino inaspettatamente generoso» a escogitare il modo di sedurre e tener legato a sé lo scrittore Carlo Levi, incontrato per caso nel 1943, in casa di Anna Maria Ichino

Linuccia Saba, figlia del poeta Umberto, tutt’altro che bella, «magra come un osso spolpato», gambe somiglianti a «malinconici fiammiferi», la bocca ridotta in «nera voragine» per timore del dentista, fragile di nervi, una perenne aria di insopportazione dipinta in faccia, costretta da un «destino inaspettatamente generoso» a escogitare il modo di sedurre e tener legato a sé lo scrittore Carlo Levi, incontrato per caso nel 1943, in casa di Anna Maria Ichino. Lui aveva gran successo, era sempre ambito dalle donne, avvolto dal narcisismo, rapito dal lavoro. Per riuscire nell’impresa, senza vivere la relazione «da perdente, da bruttina rassegnata e gentile», lei moltiplicò capricci e stravaganze, allestì una vita sentimentale fantasiosa e teatrale, in cui alternava possessività esasperata e «impudiche manifestazioni di una femminilità tutta inventata». Organizzava bizzarre cene spalmate di salse color blu, presentava la coda alla vaccinara accompagnata con una coppetta di panna montana (il pittore Corrado Cagli giurava di essersela trovata davanti). Quando lui era in viaggio, lo tempestava di lettere, biglietti e telegrammi deliranti e ricattatori: cercava di impietosirlo dicendosi gravemente ammalata; poche ore dopo si proclamava guarita, ma reclamava la sua presenza per risolvere urgenti e inspiegati problemi pratici. Lui non si lasciava turbare e le rispondeva con messaggi impercettibilmente canzonatori (in quei casi, lei si dimostrava una grande incassatrice). Restarono insieme per trent’anni, formando una «coppia strana, che metteva a disagio»: incontrandoli, «non veniva certamente fatto di pensare alle gioie del talamo, quanto a un pronto soccorso dell’eros».