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 2003  settembre 01 Lunedì calendario

Bignamini Lorenzo, di anni 42. Milanese, sposato con Zocca Donata, due figlie: Matilde, di anni 10, e Anita, di anni 12

Bignamini Lorenzo, di anni 42. Milanese, sposato con Zocca Donata, due figlie: Matilde, di anni 10, e Anita, di anni 12. Medico suo padre, psichiatra lui, lavorava per l’ospedale San Paolo e curava i pazienti schizofrenici con il gioco della sabbia di Dora Kalff. Inizialmente laico, si era avvicinato alla Chiesa anche grazie a sua moglie, corista nella parrocchia vicino casa: negli ultimi tempi, ormai profondamente credente, teneva i corsi di preparazione al matrimonio. Era da poco tornato da un viaggio in India con tutta la famiglia per curare bambini poveri. Tre anni fa aveva firmato due ordini per il ricovero obbligatorio in clinica psichiatrica di un suo collega, Geoffroy Arturo, di anni 47. Costui, originario di Pescara, laureato a pieni voti, carriera brillante, era caduto in un miscuglio di paranoia e depressione dopo essere stato aggredito e sequestrato da un suo paziente: riteneva di dover esser risarcito per quell’incidente, odiava il Bignamini che facendolo internare gli aveva rovinato la carriera e odiava tutti coloro che non lo prendevano sul serio. Negli anni aveva preso passione a denunciare tutti: Asl e Inail, i giudici di Milano e di Brescia, poi quelli di Trento, Pescara, Torino. E pure sua madre, Bernardini Maria Luisa, vedova di un dirigente di banca, a suo dire «collusa coi magistrati». Alle 17 e 45 di venerdì 8, sei anni due mesi e quattro giorni dopo l’aggressione che lo aveva fatto uscire di testa, previo breve appostamento, si mise a seguire il Bignamini che usciva dal lavoro in bicicletta. Lo speronò con la Passat bianca comprata con la liquidazione, poi gli puntò contro una balestra e lo colpì alla schiena. Pur ferito, il Bignamini provò invano a scappare: fu raggiunto al cuore da una coltellata, in piazza Angilberto II, quartiere Corvetto, periferia sud di Milano. Subito dopo il Geoffroy fuggì in macchina. Vagò fino a casa della madre, poi tornò nei pressi di Milano. Com’era solito fare da quando era stato sfrattato dalla sua casa in corso Lodi, passò la notte in auto, circondato da avanzi e ricordi: molliche di pane, tabacco da pipa, un cappello cinese, una cintura militare, boxer blu a fiori, stinti mocassini blu, pallina antistress blu, spazzolino spelacchiato, ombrello, valigetta da medico, guanti di lana, faldoni col resoconto delle denunce, fucile da sub. All’alba di domenica si decise a fare un po’ di mare a Camogli (Genova). I carabinieri lo trovarono steso sul suo telo da spiaggia, intento a leggere Il mondo infestato dai demoni, nello zainetto una lista di 13 nemici, primo il Bignamini. Ringraziò gli agenti per la discrezione con cui gli avevano messo le manette. Chiese di non essere giudicato né a Milano, né a Brescia.