Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, ཿCorriere della Sera 1/9/2003;, 1 settembre 2003
Il ministero del Tesoro ha rinunciato all’Iva sui diritti della Champions League, circa 20 milioni di euro, accogliendo la tesi (sostenuta dal Milan) che chi partecipa al torneo "rinuncia attraverso l’accettazione del regolamento Uefa, al diritto di sfruttamento economico in proprio delle partite a favore d’un soggetto soprannazionale, cioè la Uefa, fiscalmente residente in uno Stato extra Ue"
Il ministero del Tesoro ha rinunciato all’Iva sui diritti della Champions League, circa 20 milioni di euro, accogliendo la tesi (sostenuta dal Milan) che chi partecipa al torneo "rinuncia attraverso l’accettazione del regolamento Uefa, al diritto di sfruttamento economico in proprio delle partite a favore d’un soggetto soprannazionale, cioè la Uefa, fiscalmente residente in uno Stato extra Ue". La "Soluzione prospettata dal Contribuente" è: quei diritti non sono da assoggettare a Iva in Italia "per mancanza del presupposto dell’utilizzo delle prestazioni in territorio comunitario". Infatti, sostiene il Milan, non si può "individuare con precisione l’effettivo luogo d’impiego" di questi diritti, quindi "si deve ritenere che detto luogo coincida con quello in cui le medesime prestazioni sono acquisite alla sfera giuridico-economica del committente (Uefa)". E "poiché il committente è residente in Svizzera...". Traduzione: non si può dimostrare che i diritti per una "diretta", una maglietta o un disco del Galatasaray possano essere rivenduti meglio in Turchia che in Finlandia o quelli dello Sparta Praga in Boemia che in Portogallo.