Pietro Citati, ཿla Repubblica 15/7/2003, 15 luglio 2003
Mentre Hannah Arendt, pur ridente e socievole di carattere, si struggeva romanticamente per la distanza più o meno marcata che la separava da Heidegger («che non si distendeva mai e si prendeva terribilmente sul serio perché il suo pensiero - e lui attraverso il suo pensiero - doveva essere tradotto, interpretato, moltiplicato, adorato come l’unica Bibbia dell’Occidente»), lui le scriveva frasi d’amore come «la Cosa decisiva rimane il mantenere integra la più autentica autenticità femminile», accenni alla «tua essenza di pura fanciulla», «il tuo grande momento, in cui diventi una santa»
Mentre Hannah Arendt, pur ridente e socievole di carattere, si struggeva romanticamente per la distanza più o meno marcata che la separava da Heidegger («che non si distendeva mai e si prendeva terribilmente sul serio perché il suo pensiero - e lui attraverso il suo pensiero - doveva essere tradotto, interpretato, moltiplicato, adorato come l’unica Bibbia dell’Occidente»), lui le scriveva frasi d’amore come «la Cosa decisiva rimane il mantenere integra la più autentica autenticità femminile», accenni alla «tua essenza di pura fanciulla», «il tuo grande momento, in cui diventi una santa». Fino al «sei semplicemente felice e in cammino verso la felicità» (mentre lei soffriva terribilmente). In soprammercato, decorava le sue lettere con riferimenti musicali, «per creare la giusta atmosfera»: «Bach, concerto brandeburghese n.3. Secondo movimento. Allegro» oppure «Beethoven, Opus 111. Adagio Finale». La volta in cui, lui in Germania, lei a Manhattan, le inviò una foglia d’edera (appartenente a un viticcio che anni prima contadini della foresta Nera avevano regalato a sua moglie), perché creasse intorno a lei «quell’atmosfera di frenesia dionisiaca che il vecchio professore aveva desiderato invano per tutta la vita».