Fernanda Pivano, ཿCorriere della Sera 21/7/2003, 21 luglio 2003
Nel maggio 1944, a Londra, Mary Welsh, americana del Minnesota, corrispondente di guerra per il ”Times”, conquistò il suo terzo marito abbigliata con l’uniforme necessaria per i suoi servizi da giornalista, le calze sempre tirate, senza una piega
Nel maggio 1944, a Londra, Mary Welsh, americana del Minnesota, corrispondente di guerra per il ”Times”, conquistò il suo terzo marito abbigliata con l’uniforme necessaria per i suoi servizi da giornalista, le calze sempre tirate, senza una piega. Minuta, sorridente, non parlava mai del suo collega australiano Noel Monks, imminente ex marito, e faceva di tutto per farsi invitare dall’uomo che due anni dopo avrebbe sposato in cornice cubana. Così almeno, nel racconto del cognato. La versione di Mary prevede invece che a presentarla al terzo marito, Ernst Hemingway, era stato Irwin Shaw, durante una colazione in cui di lei spiccava soprattutto il golfino indossato senza reggiseno. A sentir lei, lo scrittore aveva domandato la sua mano già la sera del giorno successivo, «confermando la richiesta la notte stessa, nel letto matrimoniale di lei». Si sposarono il 14 marzo del ’46 e lei teorizzava: «Quando si sposano certi uomini bisogna essere la prima o l’ultima, non si può essere una moglie di mezzo». Mary aveva una certa familiarità col sesso e ne parlava senza pudori: una volta scese lo scalone di un albergo di Cortina lamentandosi ad alta voce: «Ho un mal di schiena terribile. Tredici volte»; molto più tardi, spiegava così il sesso con Hemingway: «Soffrivamo tutti e due d’insonnia. E lui era sempre il benvenuto sotto le mie coperte rosa». Sua tecnica per tenerlo legato a sé, circondarlo di attenzioni che non gli permettessero di distrarsi. Molteplici anche i meccanismi di autodifesa dalle distanze di lui: fingere di non accorgersi che lui sottraeva le parti migliori dei pesci per soddisfare la passione di nutrire cani e gatti; organizzare la casa in modo che potesse lavorare indisturbato e non dir nulla alla scoperta che lui preferiva invece scrivere in mezzo al trambusto; ignorare l’invadenza di una ammiratrice che le aveva rubato il posto vicino al marito negli spostamenti in macchina per assistere alle corride. Solo di rado Mary si chiedeva se sarebbe stata capace di lasciarlo e andare a fare la dattilografa. Sua tesi di resistenza: «I tuoi insulti, la tua insolenza mi feriscono, come certo sai, ma nonostante tutto ti amo [...] Così fai pure tutto quello che vuoi per spingermi a lasciarti ma non ci riuscirai. [...] Resterò qui a dirigere la tua casa fino al giorno che verrai sobrio al mattino, a dirmi con sincerità e chiarezza che vuoi che ti lasci». Lui non lo fece mai, nemmeno nei periodi più oscillanti: si sottomise volentieri alle sue minime tirannie, le scrisse letterine seduttorie, e il 22 dicembre ’53 arrivò a proclamarle: «Questa è stata la settimana più felice della mia vita». Poi un giorno la mise a letto, le disse «buona notte, gattino» scese le scale e si sparò un colpo di fucile al cervello.