varie, 29 agosto 2003
MAGRELLI
MAGRELLI Valerio Roma 10 gennaio 1957. Poeta e saggista «raffinato. [...] un poeta scienziato, un consapevolissimo logoteta, o ordinatore di parole, cui piace il laboratorio e dunque anche la sperimentazione» (Paolo Mauri, ”la Repubblica” 28/8/2003). «[...] La poesia di Magrelli- da un quarto di secolo una delle più spiccate e riconoscibili, nel discontinuo brusio di versi da cui il lettore è raggiunto anche senza volere [...] Dice Magrelli: ”Tutti si chiedono come nasce una poesia: io trovo più interessante chiedersi come finisce... duro prendere congedo. Ma l’explicit ci chiama. Serve un dono, un talento: l’ispirazione della conclusione”. Contro i pericoli dell’enfasi, della mollezza, del dispendio di sé, la Forma esige dunque l’intervento crudele delle cesoie, la recisione del cordone ombelicale, la cicatrizzazione rapida di un pensiero da cui pure continuano a sgorgare altri pensieri, come sangue da una ferita aperta; e la parola conserva energia solo quando ha il coraggio di prendere congedo da se stessa. Recitando la sue poesie (ma ”recitare” va qui inteso in senso neutro, quasi notarile), Magrelli non va alla ricerca di un Dna vocale, recuperato attraverso un reinsediamento dei versi nel corpo, un ritorno alla voce. L’operazione non ha niente di conclusivo: semplicemente documenta una persistente, esplorativa curiosità per le parole sorprese in ciascuno dei loro stati; una studiosa applicazione alle loro infiltrazioni e osmosi. una diffusione o circolazione che avviene per capillarità, senza che questo faccia dimenticare la vera scaturigine, che andrà cercata nel silenzio della mente (da cui le parole si staccano a una a una), nella reticenza delle passioni, nel nomadismo dell’attenzione. La poesia di Magrelli è ”cosa mentale”. La forma che, da un punto di vista grafico, meglio ne interpreterebbe la natura sarebbe forse quella di un quaderno di appunti in cui i grumi del testo siano intervallati da schizzi eterogenei, traiettorie, meridiani (anche nell’accezione dell’agopuntura: penso al lavorio intorno a quello che Magrelli ha chiamato, nel titolo di un suo libro di prose, il «condominio di carne»), schemi di connessioni e tubature, mappe di impianti, proiezioni, filettature, dentellature, eccetera, come in un codice leonardesco. A Magrelli preme mostrare l’omologia tra i reticoli cellulari da cui è costituita la stoffa dell’universo (reticoli evocati traslocando nei versi un ricco lessico scientifico e tecnico) e quegli altri reticoli (ritmi, figure retoriche...) che costituiscono la stoffa del linguaggio. Scoprire in un testo un collegamento per somiglianza (metafora) o per contiguità (metonimia), nonché chiasmi, paronomasie, eccetera, non è diverso dal rilevare campi magnetici, flussi di particelle, reti neurologiche o dall’individuare nel cielo minutamente stellato il disegno di una costellazione. Si tratta di fenomeni sovrapponibili. Fissarli nel giro di qualche verso significa sporgersi sull’universo (che, per convenzione, è qualcosa di assai vasto e persino di vertiginoso); ma ciò che colpisce è la precisione, e dunque la freddezza e il limite, degli oggetti o delle situazioni su cui l’attenzione si appunta. Il sentimento del cosmo, delle sue regole e anche delle sue aberrazioni (’il misurato orrore del capello / la cui punta si duplica...”) è costretto ogni volta a passare attraverso una strettoia, una cruna. [...]» (Giovanni Mariotti, ”Corriere della Sera” 26/3/2006).