Varie, 29 agosto 2003
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THESIGER Wilfred Addis Abeba (Etiopia) 3 giugno 1910, Londra (Gran Bretagna) 26 agosto 2003 • «Una leggenda, per chi ama i libri delle sue avventure
THESIGER Wilfred Addis Abeba (Etiopia) 3 giugno 1910, Londra (Gran Bretagna) 26 agosto 2003 • «Una leggenda, per chi ama i libri delle sue avventure. L’ultimo grande esploratore nella tradizione del passato. Il cronista di un mondo perduto, quando esistevano ancora regioni inesplorate, genti sconosciute, terre vergini al turismo di massa. [...] nel mondo arabo era meglio noto come Mubarak bin London, benedetto figlio di Londra [...] Gentiluomo inglese educato fra le guglie gotiche di Eton e di Oxford, era sempre stato affascinato dai deserti (fu il primo ad attraversare - a piedi - quello saudita di Rub’ al Khali) e da quelle che definì ”le nobili virtù dei beduini”, innamorato delle pagine del colonnello Lawrence. Amico di Haile Selassie e di un manipolo di sceicchi del mondo arabo. [...] ”Grazie a Dio sono vissuto appena in tempo”, affermava con un tocco di civetteria: ”In Dancalia, nel Tibesti, nel deserto di Rub’ al Khali, nelle paludi del Kurdistan, nell’Himalaya, sempre a piedi o a cavallo o a dorso di cammello. Se oggi qualcuno lo facesse, passerebbe per eccentrico”. Ma per eccentrico, oltre che coraggioso amante dell’avventura, passava anche allora, mezzo secolo fa, quando subito dopo la guerra (aveva combattuto in Abissinia contro gli italiani) si offrì volontario per scoprire le migrazioni delle locuste: cinque anni fra i beduini fino alla sua storica traversata del deserto fra lo Yemen e il Golfo Persico. Di ogni sua avventura avrebbe scritto, a partire dal 1959, un libro di successo: il più celebre resta proprio, dell’avventura nel deserto, Arabian Sands. Poi per otto anni nelle paludi dell’Iraq. E infine, dopo cinque spedizioni nell’Himalaya e nel Karakorum, attraverso l’Afghanistan e l’Hindu Kush, ecco il Kenya dove, diceva con dolore, ”si assiste alla fine della società tribale, con i giovani che non vogliono più faticare nei campi o con le mandrie e preferiscono lavorare in un ufficio di Nairobi o negli hotel italiani”. L’avventura, forse, era nel suo Dna. Nato nel 1910 a Addis Abeba - suo padre era ambasciatore britannico - vide da bambino il trionfale ritorno di Ras Tafari, il futuro imperatore Haile Selassie, dalla vittoriosa battaglia di Sagale contro Lij Yasy: ”Marciavano al ritmo dei tamburi e allo squillo delle trombe, fra lance insanguinate e insegne sventolanti. Pochi europei hanno mai visto uno spettacolo così barbaro e splendido”. Fu pronto ad abbandonare la vita agiata dell’aristocrazia britannica (suo nonno, Lord Chelmsford, era stato il vincitore degli zulu e suo zio, anche lui Lord Chelmsford, viceré delle Indie) per cercare ”un rapporto con esseri umani temprati dalle avversità della loro vita dura”. Aveva 20 anni, nel 1930, quando Haile Selassie lo invitò, in memoria del padre, ad assistere alla sua incoronazione. A Thesiger non parve vero; anche perché c’era la questione del fiume Awash, che nessuno sapeva dove finisse. La Dancalia inesplorata lo aspettava, con i guerrieri Afar ai quali nessun europeo era mai sfuggito, che eviravano le vittime e dei testicoli facevano collane. Scoprì, dopo sei mesi, che il fiume sfociava in un grande lago salato, senza emissari. Gli bastò quell’avventura per decidere che in Inghilterra non sarebbe tornato. Finì in Sudan, assistente commissario distrettuale a Khartoum: a dorso di cammello, nel deserto, fra le popolazioni nomadi delle quali s’innamorò, legate a modo loro a un codice eroico che coincideva con un suo sfocato e forse anacronistico ideale cavalleresco. Gli occhi grigi penetranti sotto le fitte sopracciglia spioventi, il naso adunco e storto dal suo pugilato a Eton, le rughe che laceravano quel volto battuto dalla sabbia e dal sole hanno sempre mascherato la sua età. Incontrandolo in questi ultimi anni a Londra, pareva di rivedere le immagini di lui a cammello, il mantello bianco da Lawrence d’Arabia. Odiava automobili, televisione, computer, telefoni: ”La più grande disgrazia dell’umanità è stata l’invenzione del motore a combustione interna”. Un’altra delle sue eccentricità; come i grandi amori (’ma platonici - precisava - perché nulla è più sgradevole della sodomia”) prima per Idris, in Sudan, poi per Lawi e Laputa, entrambi adottati in Kenya dove era approdato nel 1960 e da dove se n’era andato nel 1997. ”I sogni possono anche essere scomodi”, diceva guardando con tristezza il Tamigi dalla finestra di casa. L’ultima confessione del grande esploratore» (Fabio Galvano, ”La Stampa” 27/8/2003).