Varie, 25 agosto 2003
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Garcia Rodrigo
• Buenos Aires (Argentina) 1964. Autore teatrale • «Tra i Grandi Guastatori del teatro odierno è il più spietato. I suoi spettacoli sono campi di battaglia, affollati da rifiuti e materiali ripugnanti, e scanditi da sevizie e masochismi. Per raccontare ”l´horror e la decadenza dei nostri anni e la pornografia del mercato”. Poeta debordante e rabbioso della messa in scena. Rabbia di fronte a un mondo che fa di ogni suo abitante un prigioniero: della miseria o della sopravvivenza quotidiana, o dell´abbondanza e dell´iper-consumo. Nel suo teatro c´è di tutto: animali e corpi nudi che fanno sesso, liquidi chimici, fisici e alimentari, interpreti che si rimpinzano fino al massacro, affreschi delle più creative oscenità possibili. Sempre con humour terrificante, dato che l´ironia, sostiene il regista, ”è il solo modo di dire le cose, che risuona e scuote. [...] Arrivo con idee semplici, concrete, spesso fisiche, e l´attore improvvisa a partire da ciò che propongo. In After Sun, per esempio, ho chiesto a un´attrice d´inchiodarsi a un tavolo con chiodi e martello. Accumulo materiali e alla fine li compongo in una struttura. Nello spettacolo scorrono flash di immagini e musica, soprattutto hard rock e techno. Ma mi capita anche di usare la classica. Non scrivo fiction, non costruisco personaggi. Lavoro con gli attori in quanto persone. Ciascuno è se stesso. Se in scena appare stanco o esaurito è perché sta realmente facendo qualcosa che lo stanca o lo esaurisce. [...] In principio le mie proposte sceniche erano influenzate dalle arti plastiche e da artisti che operano nella performance, come gli americani Bruce Nauman, Paul McCarthy e Jenny Holzer. Poi ho abbandonato le installazioni e il mio teatro è divenuto sempre più spoglio. Ora in pratica non c´è scenografia, e ogni cosa c´è solo in quanto viene utilizzata, senza valore estetico. Con risultati sporchi. [...] Lavoro con cibo, latte, vino, ketchup, mostarda. L´ambiente nasce dal modo in cui si va insozzando il palcoscenico: tutto diventa mierda. L´effetto è forte, non solo visualmente, visto che gli odori si mischiano e alla fine può esserci una puzza spaventosa. [...] La mia energia di artista parte dal malessere. Vivo in un mondo malato, dunque creo opere violente. Non concepisco il teatro come intrattenimento. [...] Il mio teatro parla dell´eccesso di consumo. come se la vita di ognuno fosse ridotta a una compravendita. Anche nel tempo libero, anche nell´uso della cosiddetta cultura. Persino leggere un libro, oggi, diventa un´attività consumistica. [...] In After Sun, per esempio, c´è un momento in cui un attore balla con due conigli su una canzone di Tom Jones. Si mette una maschera e fa una parodia sessuale con gli animali, avvicinandoli al proprio sesso. L´effetto è duro, aggressivo, e la scena ha causato proteste soprattutto dagli animalisti. Purtroppo si confonde l´esito emotivo che provoca ciò che si vede con quello che sta realmente accadendo ai conigli, cioè un bel niente. [...] Il mio non è un teatro ’colto’. Parlo di cose di cui non si ha voglia di parlare. Sesso, violenza, fame, luride ambizioni. Lo faccio in modo esplicito, diretto, quindi scioccante. Ognuno può elaborare quest´emozione come crede. [...] Il mio teatro parla senza tabù di educazione, famiglia e società, e ovviamente il sesso ha a che vedere con tutto questo. In Creo che no me habéis entendido bien un padre istruisce il suo bambino su come dovrà vivere: gli spiega che dovrà fare qualsiasi cosa, anche prostituirsi, pur di avere soldi e godere la vita con montagne di denaro. Uso un paradosso per attaccare il sistema. [...] Mio padre fa il macellaio, e all´epoca voleva che lavorassi con lui in macelleria. Per me era terribile. Poi ho lavorato come creativo in agenzie pubblicitarie. Ingannavo la gente ideando campagne per convincere i consumatori che i prodotti erano stupendi. Forse anche per questo oggi odio il consumismo. [...] A 22 anni arrivai in Spagna e volevo fare il regista. Scrissi un testo con cui vinsi un premio, e per metterlo in scena creai nell´89 una compagnia chiamandola La Carneceria, la macelleria, in omaggio ai miei anni in Argentina. Agli inizi è stato duro, il mio teatro veniva rifiutato. Non dagli spettatori: ho sempre avuto un pubblico. Ma non avevo appoggi né dalle istituzioni né dalla critica. Poi giunsero a vedermi persone dalla Francia, e il Teatro di Rennes mi offrì una produzione. Lì cominciò tutto. [....] Il luogo in cui ho trascorso i primi anni della mia vita è il quartiere San Miguel, nella periferia più misera di Buenos Aires, dove la gente fruga nella spazzatura per mangiare. Per questo il mio lavoro è ossessionato dall´idea del benessere di pochi confrontata alla disperazione di molti. [...] Faccio un lavoro biografico: parlo della mia vita, della nostra vita. Se si considera trasgressivo questo discorso non è un mio problema”» (Leonetta Bentivoglio, ”la Repubblica” 25/8/2003). «Un Cristo crocifisso sull’altare del consumismo, con il ketchup che gli cola da un braccio, mentre sull’altro scorre la mostarda; patatine, lasagne surgelate e hotdog: divorati, vomitati e di nuovo ingurgitati; un tacchino spennato, trasformato in petardo che scoppia sull’albero di Natale; e poi un trionfo di coprofagia e coprolalia che culmina nella simulazione di una defecazione collettiva. Rodrigo Garcia, l’autore-regista argentino da alcuni considerato il nuovo enfant terrible della scena internazionale [...] con la sua ”poetica del disastro” [...]dilaga in palcoscenico con palate di immondizia, umori corporei e lerciume vario. Compré una pala en Ikea para cavar mi tumba (’Ho comprato una pala all’Ikea per scavarmi la tomba”) si intitola lo spettacolo proposto in prima nazionale al Teatro India di Roma. il racconto di un disastro annunciato, quello del mondo globalizzato contro cui si scaglia l’invettiva, spiato all’interno di un triangolo apparentemente domestico: un uomo (l’attore Juan Loriente), una donna (Patricia Lamas), entrambi con una carta di credito infilzata in testa (emblema della società mercificata), e un adolescente (il giovane Rubèn Escamilla). Nello scarno decoro scenografico, dove si affastellano oggetti quotidiani (una poltroncina, un divanetto, un materasso, un secchio e il cadaverico tacchino), la famigliola distilla un elenco di denunce sociali contro i simboli del consumismo e contro i rituali del vivere borghese. Sul banco degli imputati, le multinazionali, così come le griffe della moda, ma anche le odiate cene natalizie, consumate tra parenti-serpenti: un minuetto iconoclasta, che non risparmia neanche i santi. Vuole essere violento, García, per reagire alla violenza della realtà contemporanea; dice di voler fare, con la sua compagnia La Carnicerìa (La Macelleria: un nome, una dichiarazione di intenti), un ”teatro sudicio”, per dissacrare la visione idilliaca e patinata del mondo in cui viviamo. pater le bourgeois sembra il suo grido di battaglia, ma Rodrigo García non scandalizza, pur provocando tra gli spettatori qualche sussulto di ribrezzo. Un’ora e mezzo di spettacolo senza intervallo, ovvero una successione meccanica di scene il cui filo conduttore no-global si traduce in manifesto programmatico» (Emilia Costantini, ”Corriere della Sera” 23/10/2003).