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 2003  agosto 21 Giovedì calendario

Cruijff Jordi

• Amsterdam (Olanda) 9 febbraio 1974. Calciatore. Figlio di Johan • «Si ribella da quando è nato. Suo padre Johan, eversore nel calcio, totale con quella squadra dove tutti stavano dappertutto, e nella vita, totale anch’essa, con le regole del perfetto calciatore sconvolte dalla libertà di sconfinare in bacco, tabacco e venere con i compagni (anche nel senso di convinzioni politico-esistenziali) dell’Ajax e della nazionale Orange, lo chiamò Jordi come il Santo patrono di Catalogna. Nel 1974 si moriva ancora di garrota nelle prigioni franchiste e quel Santo autonomista non piaceva al regime che vietava ai pargoli catalani di venire battezzati con quel nome. Ma Johan Jordi Cruyff venne alla luce in un liberale ospedale di Amsterdam. Il giorno che Danny Cruyff sbarcò col bebé all’aeroporto del Prat lo trovò invaso di tifosi, manco che tornasse da una vittoriosa finale con la Coppa dei Campioni sottobraccio. Un nome indipendentista per una storia umana e professionale alla ricerca dell’autonomia: questo è Jordi Cruyff, che nella vita ha avuto solo due problemi, la calvizie precoce e un’eredità difficile da gestire. Jordi non è un campione, ma un buon giocatore. Vorrebbe essere giudicato per quello che è e non per quanto sia riuscito, più o meno, a imitare suo padre. La sua è la storia di una grande emancipazione con una ribellione non contro suo padre, ma contro i preconcetti degli altri. La sua è la storia di un giocatore che ha trovato la terra promessa nel cuore della provincia basca, nel suo ultimo domicilio conosciuto, quello considerato ”minore”, dagli altri, sempre, perché Jordi qui ha avuto la sua migliore stagione da calciatore, la più completa. A Vitoria, terza provincia basca, gli uomini li giudicano per quello che sono. ”Qui è diverso dagli altri luoghi, questa gente è speciale, orgogliosa, anche il calcio è un modo di esprimere se stessi, le proprie convinzioni”.[...] A Vitoria ha rinunciato al suo alto stipendio solo per scoprire cosa significhi soffrire nel calcio. [...] ”In molti si sono rifatti su di me perché non potevano farlo con mio padre: ho sopportato di tutto, fin da bambino, anche le battute ’è figlio di sua madre’ per dire che di Johan non avevo niente. Ma io non posso che essere orgoglioso di lui e mi aspetto solo che stia bene. Vive con tre by-pass e deve pensare alla salute, il resto non conta. Non lo vedrete mai più in panchina e neanche come presidente del Barcellona. Non può più sopportare le tensione che produce il calcio [...] L’ultima volta che la gente si è divertita a Barcellona è stata con mio padre. Quando le cose vanno male è suo il nome che gridano. Ho buoni ricordi del periodo passato lì, anche se mi cacciarono non per questioni tecniche ma per il cognome che portavo: ero un ragazzo di 21 anni e mi avevano appena convocato in nazionale. Comunque avrei voluto giocare là per tanto tempo. Ma il presidente Nunez non mi voleva vedere neanche in foto. il club che apprezzo di più. Del Manchester United ho memorie confuse: tanti infortuni e poco pallone, però lassù ho imparato che potevo giocare in qualsiasi squadra, piccola e grande”» (Roberto Perrone, ”Corriere della Sera” 19/5/2001).