Varie, 20 agosto 2003
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VieiraDeMello Sergio
• Rio de Janeiro (Brasile) 15 marzo 1948, Bagdad (Iraq) 19 agosto 2003 (ucciso da un’autobomba). Figlio di un diplomatico, aveva studiato in una scuola italiana a Beirut e al liceo francese Chateaubriand di Roma. Laureato in filosofia a Parigi dove aveva conseguito un dottorato alla Sorbona, da oltre 30 anni era all’Onu, aveva cominciato la sua carriera all’Alto Commissariato per i rifugiati di Ginevra per conto del quale era stato inviato in missione in Bangladesh, Sudan, Cipro, Mozambico e Perù. In Libano dal 1981 all’83, nel ”92 diresse il ritorno dei rifugiati cambogiani nel loro Paese. Nel ”99 fu in Kosovo e fino a maggio 2002 fu a capo delle operazioni che portarono all’indipendenza di Timor Est. Nominato a settembre 2002 Alto Commissario per i Diritti umani, il 2 giugno 2003 era giunto a Bagdad come rappresentante speciale dell’Onu • «Intrappolato nelle macerie del quartiere generale dell´Onu a Bagdad, sepolto dalla polvere e dal cemento, ha avuto la forza di usare per l´ultima volta il telefono cellulare. Con voce flebile, quasi irriconoscibile, l´uomo-simbolo delle Nazioni Unite in Iraq ha riferito che era stato ferito dalla bomba, che era riuscito a bere dell´acqua, e ha cercato di spiegare ai soccorritori dove si trovava. Ma quando lo hanno raggiunto, era troppo tardi. [...] Brasiliano di nascita, ma ”cittadino del mondo” come scelta, [...] aveva cominciato nel 1969 a Ginevra presso l´Alto commissariato per i rifugiati, spostandosi poi in ogni angolo sfortunato del pianeta dove c´era bisogno delle bandiere delle Nazioni Unite: Bangladesh, Mozambico, Libano, Bosnia. Nel 1998 Kofi Annan lo nominò sottosegretario generale per gli affari umanitari e lo mandò prima nel Kosovo, poi a East Timor per guidare la rinascita del paese. Affabile, disciplinato, abile, pieno di energia e doti diplomatiche, vestito con eleganza, sicuramente ambizioso, era capace di ottenere sempre risultati concreti, visibili. Di qui le voci che potesse, un giorno, puntare alla poltrona di segretario generale. Di qui la sua nomina nel settembre del 2002 ad Alto commissario per i diritti umani, al posto della irlandese Mary Robinson, e poi, a maggio 2003, con il benestare di Bush e Tony Blair, come rappresentante speciale di Kofi Annan per l´Iraq. Un incarico difficile, quest´ultimo, soprattutto per i rapporti con la forza di occupazione americana: de Mello aveva accettato di farlo solo per 4 mesi, perché voleva tornare ad occuparsi di diritti umani. Per quegli strani, tragici, paradossi della vita, era giunto alla fine del suo mandato: in una settimana sarebbe ritornato dalla moglie e dai due figli. Invece è morto nell´attentato più grave nella storia delle Nazioni Unite. Quando alle 16 e 30 del 19 agosto 2003 il camion-bomba ha fatto saltare in aria l´albergo che ospitava i trecento funzionari del quartiere generale dell´Onu, nel nord-Est di Bagdad, de Mello si trovava nel suo ufficio al secondo piano. ”L´esplosione è avvenuta sotto le sue finestre”, ha riferito il portavoce, Salim Lone. ”Immagino che l´abbiano fatto apposta, il suo ufficio e quelli attorno non esistono più, sono ridotti in polvere”. Il rappresentante di Annan a Bagdad era da poco tornato da viaggi in Turchia e in Egitto. Voleva rafforzare il sostegno dei paesi dell´area al governo provvisorio creato nel dopo-Saddam. Guidava le operazioni umanitarie. Preparava, in una ”situazione delicata, persino bizzarra”, come aveva ammesso lui stesso, la rinascita democratica. Ma sapeva anche dei rischi che correva. ”La nostra presenza in Iraq è molto vulnerabile”, aveva spiegato a luglio in un intervento al consiglio di sicurezza. ”Per la nostra sicurezza, possiamo contare solo sulla reputazione dell´Onu, sulla capacità di dimostrare che siamo a Bagdad per proteggere la popolazione irachena e sulla nostra indipendenza”. Anche per queste ragioni, l´edificio colpito non era tra i più protetti. Ma non è solo la relativa facilità dell´obiettivo ad aver spinto i terroristi-kamikaze all´azione contro de Mello: attraverso il suo massimo rappresentante, hanno inteso ferire l´Onu, nella speranza - forse - di rinvangare i problemi nati all´interno dell´organizzazione quando Stati Uniti e Gran Bretagna decisero di avviare le operazioni belliche in Iraq senza un esplicito mandato del consiglio di sicurezza» (Arturo Zampaglione, ”la Repubblica” 20/8/2003). «Calmo. Rassicurante. Sino all’ultimo. Anche quando la trave del tetto che gli aveva spappolato le gambe gli stava portando via la vita, non ha perso l’autocontrollo. Non ha chiesto una reazione di forza, non ha invocato vendetta. Da diplomatico di razza. Da uomo che per tutta la vita ha lavorato per trovare la soluzione migliore a favore della gente. [...] Non ha preso di petto il proconsole americano a Bagdad, Paul Bremer. Ha lavorato con lui, ma sempre senza subordinazione. Un suo primo colpo da maestro era stato in luglio l’insediamento del Consiglio di governo iracheno. Tra i 25 ”rappresentanti” scelti da Washington sono entrati all’ultimo momento molti iracheni che da anni collaboravano con le Nazioni Unite e a favore dei diritti umani. Sul palco assieme agli iracheni per sottolineare e in qualche misura garantire l’aspirazione all’autonomia del Consiglio era salito de Mello. Il governatore Bremer era rimasto in platea» (Andrea Nicastro, ”Corriere della Sera” 20/8/2003).