Varie, 19 agosto 2003
BRACHETTI
BRACHETTI Arturo Torino 13 ottobre 1957. Attore • «L’homme aux mille visages, l’uomo dai mille volti [...] Un trasformista, pratica cioè un’arte rara e affascinante che consiste nell’indossare (nel senso tecnico di indossare) infiniti personaggi [...] pare che sia uno dei due unici attori a praticare quest’arte che i francesi, nel Settecento, chiamavano Chapeaugraphie... Che diavolo è la Chapeaugraphie? ”Credo sia stato usato per definire il lavoro del primo, cioè dell’inventore di questo gioco trasformistico. Sarebbe stato un certo Tabarin, ma sì: come il bar tabarin. E forse il tabarin inteso come sala di spettacolo leggero deriva da lui, il quale, sulla Place Dauphine, o sul Quai de la Seine, sempre dalle parti del Pont Neuf, avrebbe inventato e perfezionato questo numero. Siamo nei primi anni del ”700 [...] Fregoli è stato un grandissimo. [...] Sono stato persino benedetto da una coincidenza: ho debuttato con il mio spettacolo, a Parigi un secolo esatto dopo il debutto di Fregoli, giorno, mese e anno. Perché non considerarla una sorta di lontana benedizione? [...] Sono un attore che è capace di cantare, faccio delle pantomime e qualche numero di prestidigitazione, parlo al pubblico e posso farlo in italiano, in francese ho cominciato a lavorare al Paradis Latin e in inglese. Tecnicamente, quello che faccio in prevalenza, si dovrebbe definire ”trasformismo’ [...] Mi trasformo in vari personaggi, anche astratti. Travestirsi allude al travestimento al femminile, cosa che pure faccio, ma il trasformismo mi permette non solo personaggi umani ma anche astrazioni” [...] Privilegia l’aspetto ”gioco” del suo lavoro, simile ad un cronometro svizzero. coniuga nella professione due aspetti del suo carattere: la precisione maniacale e la fantasia inarrestabile. C’è il bisogno infantile di stupire, ma anche di tener tutto il suo mondo creativo sotto un controllo ferreo. riduttivo considerarlo una specie di Peter Pan, o un Puck: il personaggio è solo se stesso e abita in un mondo inspiegabile che tenacemente spiega e racconta al pubblico» (Alvise Sapori, ”la Repubblica” 20/8/2001). «Il Fregoli dei nostri giorni. L’artista che in cento minuti mette in scena cento personaggi, che in un quarto d’ora interpreta gli eroi del XX secolo, che in sei secondi si cambia costume e che da quattro anni sbalordisce platee dal Canada all’Europa con il nuovo spettacolo One man show. [...] Ha fatto teatro con Ugo Tognazzi e, come regista, con Aldo Giovanni e Giacomo (i Corti e Tel chi el telun), si presenterà anche con tutti i classici di Hollywood ma in 20 minuti: Mosè che diventa Judy Garland che si trasforma in Liza Minnelli di Cabaret uccisa come in Psyco sotto la doccia che diventa l’ombrello di Gene Kelly in Singin’in the rain ... Come nei sogni. ”Come un delirio, un po’ alla Otto e mezzo con tutto il rispetto per Fellini a cui ho dedicato il finale con l’arrivo del Rex, le musiche di Rota e la morale: non dobbiamo vergognarci a tenere aperta la scatola dei giochi di bambino. Questo finale l’ho fatto per la critica più intellettualoide. Quanto al pubblico, sente che può riaprire la finestra della fantasia anche se si è tristi bancari”. Non crede che qualcuno viene a vederla in quanto ”fenomeno"? ”Fenomeno? L’arte della trasformazione è nata in Italia nel ”500. Poi ci fu Fregoli. Questa è un’arte di cui non ci sono né libri né videofilmati. Mi sono reinventato tutto da solo. [...] Studio, anche se poi ognuno ci mette di suo. Io una schizofrenia personale. Fin da bambino non riuscivo a mostrarmi su un palco se non travestendomi. Di questo mio psicodramma ho fatto un’arte. [...] Io sono la punta di un iceberg. Giro con tre tir e venti persone dietro le quinte che mi aiutano concentratissime perché tutto deve essere un orologio. La velocità dei miei trasformismi è tecnica della ripetitività. Più ti alleni, più sei veloce. [...] Sono uno che mangia veloce e dorme poco. Ma anch’io ho i miei momenti di apatia, come tutti. Giornate intere in cui guardo solo la televisione. Cos’ha capito? Spenta. Che è il modo migliore per guardare la tv”» (Anna Bandettini, ”la Repubblica” 12/10/2003) • «[...] [...] ”Pensare che da piccolo ero timidissimo, solitario. Sono nato a Torino, in un’epoca in cui la città era la Fiat, in un quartiere operaio e periferico buio e triste. Giocavo sempre con un teatro di burattini e mi ero costruito un palcoscenico girevole con il fondo di una torta. Inventavo i miei spettacolini ispirandomi alle foto dell’enciclopedia. Non avevo pubblico, ogni tanto mia sorella. Introverso com’ero, parlavo solo attraverso i burattini: ne avevo ventiquattro, facevo anche le voci”. Padre impiegato alla Fiat, nonno operaio nella stessa azienda, il bambino Arturo passa l’infanzia con la nonna e la sorella. Erano i tardi anni Cinquanta, forse i Sessanta (Brachetti non rivela mai la sua vera età). ”Eravamo quattro fratelli, due di noi vivevano con nonna e due con i miei genitori, il che non era tanto raro all’epoca”. Bravo a scuola: ”Un po’ secchione, troppo. Così mio padre, che era molto religioso, a undici anni mi mandò in un istituto dei salesiani, il Don Bosco, fuori Torino”. Questo pezzo della biografia di Brachetti è il più conosciuto. In seminario incontra don Silvio Mantelli: ”Aveva una stanza piena di libri, di oggetti strani e di giochi di prestigio”. lui che gli insegna tutti i trucchi dell’illusionismo: ”Una testa calda, ancora adesso, un tipo pimpante e creativo. Mi telefona cinque, sei volte l’anno. Ha promosso missioni, adottato moltissimi bambini orfani. E li sovvenziona anche con qualche mio spettacolo”. sul palcoscenico del Don Bosco che Brachetti adolescente muove i primi passi. ”C’erano i costumi di scena, da cowboy, da cinese, da indiano, a volte mi vestivo da donna, ricordo che feci anche Raffaella Carrà, un successo. Con il travestimento prendevo coraggio e smettevo di essere timido. Avevo l’età in cui si è ancora bambini, ma con la malizia dei più grandi, uno stato intermedio che ti permette di essere amorale fino al surrealismo”. l’ironia che ancora gli piace, che lo ha legato ad Aldo Giovanni e Giacomo e che lo ha portato a essere il regista degli spettacoli del celebre terzetto, da Tel chi el telun del ”99 al recentissimo Anplagghed. ” quel tipo di spirito infantile che ti fa osare le cose più volgari con la leggerezza che viene dall’assurdo”. Versatile e poetico. Mai soltanto virtuoso. ”Tutto iniziò una volta che, in collegio, mi cambiai i costumi in scena particolarmente in fretta. Io sono un iperattivo e faccio tutto in fretta: mangio, dormo, lavoro e faccio l´amore sempre a gran velocità”. Accadde in collegio. ”Un giorno don Silvio mi portò un libro su Fregoli (il grande trasformista vissuto dal 1867 al 1936, ndr) e mi disse: ”Leggilo, non c’è più nessuno che sappia fare questi giochi’. Quel libro era pieno di fotografie”. La vita del ragazzo Arturo diventa un’altra. Si diploma maestro elementare, ma a insegnare non ci va nemmeno un giorno. ”Più di un paio d’ore i bambini non li sopporto, sarà perché il bambino sono io”. E, ancora adolescente, sa che diventerà un artista famoso: ”Già a quindici anni presi a esercitarmi con gli autografi. Sapevo che mi sarebbe servito”. Il giovane Arturo risparmia i primi soldi facendo il portiere d’albergo e si compra sei costumi. ”Preparai un numero, bello, magico, veloce. Mi scelse Macario, ma per mia fortuna venni richiesto anche da Parigi. Macario morì due mesi dopo e Parigi mi cambiò la vita”. Approda al Paradis Latin, il celebre locale di Montparnasse, del Moulin Rouge. ”Era un locale mitico, avevano uno spettacolo con quaranta persone, tutti si ispiravano a loro. Renzo Arbore faceva Indietro tutta guardando al Paradis Latin e il suo Cacao Meravigliao non era altro che il Café, café, un quadro del Paradis Latin. Era la metà degli anni Ottanta. Adesso è decaduto, ma allora quel teatro era un laboratorio d’avanguardia, con gente geniale. Pensai: non mi prenderanno mai. Invece feci il mio numero, e mi presero”. Anni di formazione e divertimento. Brachetti andava in giro per Parigi su una vecchia Citroen, i capelli blu, il trucco di scena e i vestiti da operetta. ”Mi piaceva stupire, mascherarmi. Al Paradis Latin seppero andare oltre. Il direttore artistico, il regista Jean Marie Rivière, mi fece fare da uno scenografo italiano un fondale alla Magritte. Grazie a quell’accorgimento il mio numero, anche se con i soliti sei costumi, si trasformò di colpo in un numero surrealista. Scoprii che potevo usare i miei trucchi e i miei travestimenti in un modo diverso, migliore”. ”Ma la mia passione più grande è riuscire a suscitare stupore, a sbalordire. quello che mi piace di più. Quando faccio uno scherzo o uso i miei trucchi e posso vedere negli occhi di chi guarda il lampo della meraviglia, quello è il mio godimento. Come faccio a casa mia”. La sua casa, la prima che il giramondo Brachetti ha comprato solo qualche anno fa e che non è ancora del tutto finita. a Torino, in uno stabile antico, su due piani che ha ristrutturato con passaggi segreti e pareti mobili. Più un grande pannello, di Magritte anche questa volta, nel bagno. ”Mi piace moltissimo la mia casa. Ogni tanto invito qualche amico e metto su un numero tutto per loro. Ho scritto il copione: ad aprire la porta è un fantasma, che sono io con una maschera. Dico che Arturo non c’è e, parlando con un’altra voce, accompagno gli ospiti in giro per le stanze, senza passare mai dallo stesso posto. Lungo il percorso preparo una serie di sorprese, ovviamente non sto a dire quali. Puro divertimento. Io sono contento. E anche loro [...] Faccio sempre più fatica a cercare di restare il tredicenne che mi sento. E non solo per il corpo che cambia e si appesantisce. C’è troppa gente che mi vuole dare responsabilità sempre più grandi e che mi costringe ad invecchiare”. ”Che cosa vorrei fare in futuro? La regia dei music hall. Rimettere in scena vecchi varietà, ma in modo nuovo e onirico, stravagante e, neanche a dirlo, surrealista. E con una story line. Non i classici, montati nei teatri stabili diecimila volte, che annoiano i giovani. Del resto se vai nel mondo, dove per campare devi vendere i biglietti, capisci che, con cose diverse, i giovani possono tornare a innamorarsi del teatro [...] Anni fa, dopo il premio Molière, mi venne la depressione. Eppure ero all’apice del successo, avevo soldi, persone che si innamoravano di me... Ed ero caduto nell’ansia. Andai da uno psicologo. Mi disse: ” normale non sapere più dove andare’. La vita è come scalare una montagna e, quando arrivi in cima, vedi un picco più alto e vuoi andare lì e poi un altro ancora... Ma se la nebbia totale ti impedisce di vedere la prossima cima e la prossima sfida, dove vai?”» (Silvana Mazzocchi, ”la Repubblica” 15/10/2006).