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 2003  agosto 15 Venerdì calendario

Cunningham Michael

• Cincinnati (Stati Uniti) 6 novembre 1952. Scrittore • «Da quando il mio romanzo, Le ore, fu pubblicato, nel 1998, mi è stato chiesto perché mi interessasse tanto Virginia Woolf. Questa domanda mi è stata rivolta molte, molte volte. Tante di quelle volte che mi sono trovato, quando ero scocciato, a dare risposte che potevano essere vere, ma non lo erano. Ho detto che mi piaceva molto il nasone della Woolf e che volevo vedere se riuscivo a far portare un nasone finto a un’attrice americana attraente, in omaggio a tutti i nasuti del mondo. Ho detto che sapevo che Virginia Woolf sarebbe stata una bomba di incassi. Ho cercato di fissare con sguardo assente coloro che mi facevano la domanda, e ho cercato di cambiare argomento. La verità, la sola verità, è che Mrs. Dalloway della Woolf è stato il primo grande libro che ho letto. L’ho letto a 15 anni. A 15 anni ero uno studente non particolarmente dotato in un liceo pubblico non particolarmente severo. Non ero proprio avverso ai libri, semplicemente non mi interessavano molto. Preferivo i film e il rock n’roll. Non mi interessava diventare scrittore. Mi preparavo a una futura carriera di rock star, che intendevo perseguire anche se non avevo alcun talento musicale. Volevo solamente stare su un palcoscenico con i pantaloni di pelle e il fuoco nei capelli. Non è quel che vorremmo quasi tutti? Poi, un pomeriggio, mentre fumavo una sigaretta nel posto segreto in cui tutti noi andavamo a fumare le sigarette, mi trovai accanto a una ragazza che posso solo chiamare la regina dei pirati del liceo. Tutti i licei, in tutti i Paesi, devono avere ragazze del genere. Era alta e dura e bellissima. Era brillante. Poteva essere crudele. L’amavo più di quanto avessi mai amato nessuno. Trovandomi accanto a lei e cercando di apparire un tipo pericoloso, per quanto è possibile a un ragazzo di 15 anni che fuma una sigaretta rubata dalla borsetta della madre, pensai tra me, ”Parlale. Affascinala. Falla innamorare di te”.Feci del mio meglio. Cominciai con Leonard Cohen, uno dei miei musicisti preferiti. Le dissi che pensavo fosse ancor più grande di Bob Dylan. Sperai che capisse che ero audace ma acuto, non timoroso delle opinioni forti, dal cuore appassionato ma dai modi gentili. Mentre continuavo a parlare, lei mi guardò con gli occhi socchiusi. Quando mi interruppi per prendere fiato, diede un colpetto alla sigaretta per far cadere la cenere e disse, con un tono che mi piace pensare non volesse essere del tutto scortese, ”Hai mai pensato di essere meno stupido?”.In effetti avevo pensato di essere meno stupido e avevo deciso che ero più o meno contento di essere lo stupido che ero. Esitai, incerto su come rispondere. Temo di averla guardata a bocca aperta. Spero di non aver avuto troppo l’aria di un cane a cui si è dato un nuovo comando poco familiare. Lei disse, ”Perché non leggi un LIBRO, per l’amor del cielo?”.Le risposi che avevo letto un libro. Le dissi che avevo letto un gran numero di libri. Lei disse, ”Che cosa pensi di T.S. Eliot? Che cosa pensi di Virginia Woolf”? Fui abbastanza furbo da non cercare di fingere. Avevo sentito parlare di T.S. Eliot e di Virginia Woolf - non ero un completo imbecille - ma non li avevo mai letti, e non avevo mai pensato di doverlo fare. Lei mi lasciò e andò a parlare con un ragazzo più grande che era inferiore a me in tutti i sensi, se non per essere più alto, più atletico e più bello. Finii la sigaretta e me ne andai di soppiatto. La mattina dopo mi recai in biblioteca a cercare qualcosa di Eliot o di Woolf. La biblioteca della scuola non aveva Eliot e solo un libro della Woolf, Mrs. Dalloway . Lo presi in prestito. Ero l’unico che l’avesse mai preso in prestito. Lo lessi. No, cercai di leggerlo. Non riuscii a capirlo. Non aveva letteralmente senso per me. Sembrava riguardare una donna che dava una festa, che usciva per comprare dei fiori per la festa, ma ben prima di arrivare dal fioraio venivano introdotte altre persone, e ricordi, e un areoplano. Il significato del libro mi sfuggiva. La lingua, però, no. Non avevo mai visto prima delle frasi del genere. Non avevo immaginato che fosse possibile articolare la lingua inglese in quel modo. Non avevo mai visto nessuno mettere insieme le parole in modo che precipitassero come in picchiata, che stridessero e cantassero. Non avevo mai visto frasi così aggraziate, potenti, disposte così magicamente in proposizioni principali e subordinate; così vigorose e leggere e precise. Fu una rivelazione. Mi ricordo di aver pensato che la Woolf facesse con la lingua quel che Jimi Hendrix faceva con la chitarra. Non è un’esagerazione dire che Mrs. Dalloway mi cambiò la vita. Non sono così ingenuo da pensare che se non avessi letto quel libro in quel periodo sarei rimasto completamente ignaro di letteratura. Chiaramente ero un lettore che aspettava una botta in testa per cominciare quel che sarebbe diventato il lavoro della mia vita. Se quella ragazza non mi avesse dato quel libro, qualcun altro me ne avrebbe dato un altro. Tuttavia fu quella ragazza, e fu quel libro. Da allora ho letto innumerevoli libri, ma Mrs. Dalloway rimane unico, quasi come un primo bacio, che indugia nella mente per decenni anche se è seguito da un numero infinito di altri baci. Mrs. Dalloway mi sembrò, mi è sempre sembrato, non solo un libro, ma un’esperienza vitale. Trent’anni dopo, quando cominciai a scrivere Le ore , considerai Mrs. Dalloway il suo sostrato più o meno come altri scrittori potrebbero fondare il loro romanzo su altri tipi di esperienza - la prima delusione amorosa, mettiamo, o la relazione catartica con i genitori. Non ho mai pensato di star scrivendo un libro su un libro. Sentivo di star scrivendo un libro su un’esperienza significativa che avevo fatto. Mrs. Dalloway è allora, in un certo senso, il mio primo libro. Lo sarà sempre. E se la ragazza che me l’ha imposto dovesse per caso leggere questo scritto, spero che si metta in contatto con me. Ho molto da raccontarle» (’Corriere della Sera” 15/8/2003).