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 2003  agosto 15 Venerdì calendario

Jackson Phil

• Deer Lodge (Stati Uniti) 17 settembre 1945. Allenatore di basket, ha vinto undici titoli Nba (record): 6 con i Chicago Bulls di Michael Jordan (1990/1991, 1991/1992, 1992/1993, 1995/1996, 1996/1997, 1997/1998), cinque con i Los Angeles Lakers di Kobe Bryant (1999/2000, 2000/2001, 2001/2002, 2008/2009, 2009/2010) • «Viene dal Midwest gelido e rurale, da giocatore lo chiamano Bones (Ossa), perché i muscoli vestono lo scheletro solo quando passa i due metri, è bravo al college, sfonda coi Knicks: non è la superstar, ma il buon gregario. E usa il cervello: ci si legge già il futuro da coach. Jackson non vive in giacca e cravatta, il basket si mescola ai capelli lunghi, la contestazione, le birre e qualcos´altro. Per un po´ può permettersele pure quando salta il fosso: gli inizi da coach sono avventure picaresche. Poiché non si nasce campioni del mondo, la prima gavetta è un ruolo di assistente ai New Jersey Nets. Fra brocchi, etilisti e nevrotici, una squadraccia. Uno bravo si chiama John Williamson, non la passerebbe neppure a sua madre e a fine partita infila nella sacca tutte le birre del buffet. Scusa John, perché? Lui si indica la schiena: sul giubbotto s´è fatto ricamare Super John. Poi viene la Cba, la lega sgangherata di chi è fuori dalla Nba: si gioca per pugni di dollari, le trasferte di meno di 500 miglia si fanno in pullman e si possono portare, per risparmiare, 9 giocatori anziché 10. Tutto serve, ovunque s´impara. Anche nel campionato di Portorico. A Quebradillas si gioca a 40 gradi e la prima cosa che PJ nota nella ’sua´ tribuna è una gabbia di legno. Domanda: e lì? Lì ci sta il sindaco. Una volta sparò a un arbitro e finì dentro, un po´ s´è quietato ma non si sa mai. Si può fare, questa vita zingara, per il Gioco. L´amore per il gioco. I dialoghi sul gioco. La geometria degli schemi che, poco per volta, lievita in filosofia, o in religione, setacciata tra la bibbia dei genitori ministri pentecostali e lo zen delle ultime letture. Il Gioco è guidare giocatori di carattere, far loro respirare l´essenza e depurare il contorno. Ma è dura coi nuovi ragazzi imbarcati dalla Nba, quelli che schiacciano perché solo una schiacciata va nello spot della Espn. E quelli che non amano il gioco, quelli che non lo capiscono, quelli che picchiano, che simulano, che barano. Quelli che, contro i Lakers, randellano apposta il gigante Shaq, perché tiri anche 40 liberi a partita: ne sbaglia più di metà. Non è bello, ma si può fare, finché Shaq sostituì la pazienza all´ira, s´allenò tanto e non lo menarono più. L´amore per questa geometria in movimento si sublima nello schema di una vita. [...] uno schema, o un arcipelago di schemi, ma pare un filosofico approdo dell´anima, una perfezione di corpi e spiriti, se mai ci sarà. L´ha inventato Tex Winter, classe ´22, uno che a ottant´anni fa ancora il vice coach: una missione, più che un lavoro. Uno che, se vede O´Neal distratto in un esercizio, gli pianta la sua canizie perfettamente phonata davanti ai 140 chili e gli fa: dai, palleggia bene, se vuoi battermi. Il Triangolo nasce come schema rigido, poi zampilla in decine di varianti ed opzioni. Il segreto è che le scelgano i giocatori in campo, muovendosi in sincronia. Quando lo governano, diventano imbattibili. Il più bravi col Triangolo furono i Bulls. Sostiene PJ: vincevamo per Jordan, certo, ma vincevamo perché Jordan e gli altri usavano lo schema come uno strumento docile e terribile. Sei titoli, a Chicago. Pj era a casa sua nel Montana a scorrazzare in moto, l´estate dell´89, quando lo chiamò il gm Jerry Krause. Vai a un telefono sicuro, devo parlarti. Nacque così la Dinastia. Nel ´99, prima dei Lakers, Phil è invece a pesca coi figli in Alaska. Isolato dal mondo, all´ingaggio pensa l´agente. ”Tu sei Phil Jackson dei Bulls – lo incrocia un piccolo eschimese con parabolica sull´igloo -. Ha detto l´Espn che allenerai i Lakers”. Ed eccoli, i Lakers. Tutto da rifare: anche la propria vita, ormai separata da June, moglie trascurata, e da figli fatti grandi. La casa sulla spiaggia, dopo gli inverni dell´Est, la squadra che ha due assi, Bryant e O´Neal, e idee precarissime di gioco collettivo, i tifosi delusi e avviliti. Il libro racconta un´impetuosa fioritura, dal nulla al trionfo. Le prime vittorie confortanti. Le sconfitte, anche più salutari, per coltivare il dialogo e la riflessione: Shaq da convincere a non vivere di forza, Kobe da infilare nello schema, raccontandogli che anche Jordan poteva farne a meno ma lo sposò. Pure qualche allenamento sospeso (tutti a casa, se non ne avete voglia), qualche intervallo di partita con pareti impallinate a bottigliate (ma non si può fare più di due volte all´anno). E poi i play-off, la presa di coscienza, le conquiste. Alla fine la vittoria, ”la sirena dell´ultima partita che è una scarica d´emozione come fu la prima”. Poi ti chiedi perché hai vinto. ”Perché avevamo Kobe e Shaq. E perché ci siamo abituati a pensare, per tutto l´anno, che siamo capaci di vincere”» (Walter Fuochi, ”la Repubblica” 30/7/2003) • «Fa meditare i suoi uomini; li sottopone a prove mentali e morali; regala loro libri che devono memorizzare prima di una partita importante. [...] Confessa Shaquille: ”Senza Phil, saremmo ancora qui a lottare per qualificarci nei playoff. Lui è un secondo padre; ha un sistema, di gioco e di vita: se sgarri, perdi”» (Riccardo Romani, ”Corriere della Sera” 14/6/2002).