Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  agosto 12 Martedì calendario

Ferrero Sergio

• Torino 21 dicembre 1926, Torino 13 agosto 2008. Scrittore • « privilegio di alcuni scrittori saper raccontare storie e avvenimenti, paesaggi e personaggi anche senza averli mai vissuti o visti. Danno l’impressione, questi prescelti, di muoversi lungo passaggi segreti, misteriose scorciatoie che li portano al cuore della realtà, anche dentro quella di cui non hanno alcuna esperienza. Sergio Ferrero fa sicuramente parte del circolo di privilegiati perché leggendo ciò che scrive si ha la sensazione che nulla gli sia estraneo, che sappia di ogni cosa della vita, che attraverso tutto sia già passato. Sensazione che, del resto, affiora anche quando lo si ascolta parlare. Egli sa, per esempio della crudeltà dell’infanzia e della paura dell’età matura, dei sentimenti estremi di certe donne e della solitudine di certi uomini; sa dei dolori e dei rancori, delle vergogne e delle vendette, dei baci e delle tenerezze; sa delle case e dei giardini e del loro incanto, sa della guerra che distrugge ma che, insieme, a volte, libera ed esalta e, naturalmente, sa della morte che, sia pure violenta, ingiusta, precipitata anzitempo, può davvero somigliare alla pace. Niente lo scandalizza, niente lo meraviglia o lo mette in agitazione. Di pari passo non c’è nulla di sgargiante, nulla di esagerato o di eccezionale nei personaggi che s’incontrano nei suoi racconti. Sono anziane zie a modo, adolescenti con smania di crescere, bambini che vorrebbero sapere, uomini e donne con segretissime follie. Sono contadini e negozianti, insegnanti e musicisti, vagabondi, portinai, cameriere, signore e signori di buona famiglia. A tutti quanti prima o poi la vita gioca un piccolo o grande tiro crudele, inaspettato, al quale alcuni sopravvivono più o meno indenni mentre altri ne restano segnati, annichiliti. E già quasi dalle prime righe quei personaggi non appartengono più solo all’autore, ma subito anche al lettore: diventano nostri vicini di casa, nostri insegnanti, nostre zie, nostri cugini, nostri conoscenti e parenti. Gli stessi dei quali, se ne fossimo capaci, racconteremmo agli amici le storie che racconta Sergio Ferrero. Vicende ispirate all’ autobiografia? Lo vorrebbe, lo potrebbe suggerire, forse, quell’io narrante che torna con frequenza, che inevitabilmente dà suggestione di verità alle trame, ma è più probabile che no, che si tratti piuttosto di storie inventate dal vero, un brandello di ricordo rielaborato, un frammento di vita ricostruito con la fantasia, come se si trattasse di un affresco quasi del tutto perduto e reinventato dal restauratore, chissà se in modo fedele oppure liberamente, secondo il suo estro. Del resto, si sa, tutto ciò che lo scrittore mette nei suoi libri automaticamente diventa vita sua, patrimonio di emozioni e sentimenti incamerato senza più distinzione tra il reale e l’irreale. Così la signora russa della Riviera, la vicina di pianerottolo a Torino, il proprietario della casa del cancello, il soldatino tornato senza gambe dalla guerra hanno esattamente la stessa, ininfluente probabilità di essere fantasmi dell’immaginazione o figure storiche con nome e cognome. Perfettamente curata è la scrittura, probabilmente limata all’inverosimile, ma senza che il lettore se ne renda conto. E così dev’essere perché, in caso contrario, sarebbe come quando in Toscana dicono ”mi sento il capo”: la ricerca di scrittura, come la testa, non si deve sentire, altrimenti disturberebbe il racconto e il lettore non riuscirebbe a conservarlo nella memoria ben netto, limpido ed efficace. I protagonisti diventano subito vicini di casa, nostri parenti e amici» (Isabella Bossi Fedrigotti, ”Corriere della Sera” 11/7/2003).