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 2003  agosto 11 Lunedì calendario

TRANTINO VINCENZO

TRANTINO Vincenzo Licodia Eubea (Catania) 20 settembre 1934. Avvocato. Eletto deputato per l’Msi nel 1972, 1976, 1979, 1983, 1987, 1992, per Alleanza Nazionale nel 1994, 1996, 2001. Sottosegretario agli esteri nel Berlusconi I. «Presidente della commissione Telekom Serbia [...] Politico di lungo corso, felpato, cardinalizio, l´eloquio del penalista scafato, uno che fa il baciamano alle signore con leggero inchino. [...] ”Il Maestro”, come lo chiamano, tra il deferente e l´ironico, i colleghi di Alleanza nazionale [...] Le battute: la sua specialità. Come quella volta, alla Camera, quando chiese la parola a notte fonda, i deputati accasciati sui banchi, prima di una votazione: ”Presidente, vista la grande compostezza dell´Assemblea e questo clima invidiabile, le suggerisco di convocare le sedute dalle 23 in poi perché i risultati sono eccellenti...”. Forma impeccabile, dietro la presa in giro. il tratto del ”Maestro”, la sua personale abilità. Non a caso è un penalista brillante. Lo studio di Catania dà lavoro a 24 avvocati, tra cui il figlio Enrico. Marcello Dell´Utri ha voluto Trantino nel collegio difensivo e anche Nitto Santapaola si è affidato alle sue capacità fino a quando l´onorevole ha rinunciato all´incarico ”per una scelta interiore”. Nostalgico della monarchia, ma perfettamente inserito nelle istituzioni repubblicane, dal 1972 in Parlamento. Uno dei pochi, a destra, ad avere un buon rapporto con Oscar Luigi Scalfaro. Mentre l´allora suo compagno di partito Misserville chiamava Oscar il suo cane Sanbernardo, lui andava in controtendenza: ”Ammiro e rispetto Scalfaro. Ricordo ancora quando, da vicepresidente della Camera, scese dal suo scranno per venirsi a congratulare con me, deputatino, per un mio intervento contro l´aborto”. Va da sé che il ”Maestro” non è banalmente iscrivibile alle due correnti che si fanno la guerra dentro An. Lui ha altro da fare, è anche scrittore, pluripremiato. L´ultima sua fatica si chiama Dialogo con Timoteo e viene dopo Certi del dubbio, pubblicato nel 2001. Il genere? Racconti di delitti e suicidi, casi misteriosi con finale a sorpresa, tipo quello della preside più ricca del paese, intrappolata in un Ferragosto assolato nella sua camera cassaforte e costretta a mangiarsi i suoi gioielli, finendo poi squartata. Quindici racconti che sono ”un contemporaneo lancio di coltelli”, come dice l´autore stesso» (Alessandra Longo, ”la Repubblica” 11/8/2003). «Ama la parola più di se stesso [...] narciso [...] nella vita crede di avere incartato tutti [...] avvocato, che sempre ha sfoggiato trovate retoriche [...] ”Per me il silenzio - suole dire - è peggio di una cintura di castità, peggio di un burqa” [...] La sua proverbiale vanità siciliana prevede bei gesti e atti estremi, ma non l´ammissione dell´ingenuità, l´assimilazione di se stesso alla più banale delle normalità. [...] L´essenza stessa dei siciliani, ”un´intelligenza di zolfo” che da sempre Trantino rivendica e teorizza nei libri, di raffinata scrittura e di rari lettori, che pubblica con la casa editrice Novecento e delle cui vendite, almeno una volta la settimana, chiede conto presso la libreria Paesi Nuovi, a due passi da Montecitorio. Sul risvolto di copertina della sua ennesima fatica, Memorie di un pubblico cittadino, così Trantino riassume se stesso: ”Enzo Trantino, costellazione vergine. Colleziona orologi, bastoni, cravatte ed emozioni. , soprattutto, un pubblico cittadino, curioso ma discreto, intrigante ma con stile, inappagato sempre, perciò cronista inquieto di fatti, uomini e cose, destinati altrimenti all´impietoso archivio della memoria, che per sua natura non concede repliche”. La vanità, dunque. Una volta, molti anni fa, Pippo Fava, lo scrittore catanese di cui da giovane Trantino era stato collega al ”Giornale di Sicilia”, scrisse di lui: ” puro e trasparente come acqua di fonte, è onesto e solenne. Persino la vanità in lui è virtù meridionale, ma questa virtù è così rischiosa che potrebbe un giorno renderlo vano”. [...] A Catania un avvocato, prima ancora di essere un tecnico del diritto, è un modello antropologico, un uomo che si diverte a destreggiarsi fra i tranelli dell´oscurità, che sa riconoscere i pataccari solo sbirciandone l´ombra. Da sempre, proprio per difendersi dalla volgarità dei Marini, Trantino rischia la goffaggine e sconfigge gli scherni indossando le ghette e il frac bianco. Come avvocato si è rifiutato di difendere il boss Nitto Santapaola e di sicuro ora nessuno gli rimprovera la difesa di Dell´Utri; in Parlamento la sua presidenza della giunta per le autorizzazioni a procedere è, a sinistra, ancora oggi indicata a modello; persino negli anni bui del ”fascista, carogna / ritorna nella fogna” per Trantino c´era sempre e comunque benevolenza, quasi avesse un posto riservato nella civiltà. Trantino può esercitare la rischiosa virtù della vanità meridionale distribuendo come volantini le lodi che Michele Serra fece al suo galantomismo e compiacendosi di incarnare la destra che piace alla sinistra, ”ma so bene - va sostenendo - che alla fine il gioco della sinistra in Italia è quello di dare dignità d´avversario solo alla destra che si sposta a sinistra”. Un giorno tenne una conferenza sulla droga all´ospedale annizzaro di Catania. Il pubblico era composto da medici e infermieri di destra. Trantino sostenne che la droga è una diavoleria comunista diffusa per collassare l´Occidente. Ma all´amico di sinistra che era lì per caso e che gli chiese spiegazioni, Trantino disse, con occhio divertito e complice: ”Ho detto le puttanate che volevano sentire da un giurista di destra. Come potevo deluderli?”. Un´altra volta presentando il libro dello storico Tino Vittorio su un eroe vero del comunismo siciliano, Franco Pezzino (Una vita contro) ne esaltò ”la moralità ineccepibile, la coerenza, la serietà e il senso di responsabilità”, tutte qualità che ai suoi occhi di fascista monarchico oscuravano l´antifascismo repubblicano di Pezzino. E ancora Trantino ostenta il pizzetto alla Italo Balbo, non perché militarista ma perché aereo, è un eccentrico pizzetto da volante fine dicitore, con la piazza sempre piena ai comizi, i carabinieri in lacrime durante le arringhe, e il faccione sui manifesti elettorali sopra slogan che sono sempre calembour: il coraggio dell´onestà e l´onestà del coraggio; la forza dell´onore e l´onore della forza... I ragazzi del Msi lo chiamavano ”il pensiero reversibile” e una volta, assieme ai manifesti con il solito calembour sul coraggio e sull´onore, ne stamparono per scherzo una decina con questo slogan sotto la sua faccia: ”La presa per il culo e il culo nella presa”. Trantino, che eccita e perdona la goliardia, li invitò tutti a mangiare nella sua bella casa dove donna Gemma prepara ”il miglior gelato di mandorla del mondo”, perché il gelato di mandorla è l´alfa e l´omega della gelateria: chi controlla la mandorla controlla l´umanità presa per la gola. E probabilmente fu in quell´occasione che gli chiesero se era vero che aveva avuto la stessa fidanzata del mitico ”zio” Nino Buttafuoco, un altro missino storico e per bene della Sicilia. E Trantino rispose: ” vero, siamo stati commilitoni. Abbiamo militato nello stesso corpo... di donna”. così il sud, è così il galantomismo di destra, ed è così Trantino, eccelle nella retorica forense ma anche nella goliardia che è sempre triviale, perché il trivio è l´eversione del luogo comune, è l´irriverenza del nulla così come la retorica è la pomposità del nulla. Trivialità e retorica più che gusto in Sicilia sono, per dirla alla Trantino, surrogato di sostanza o sostanza di surrogato. La Sicilia è un´isola bagnata dalle parole, che sono attributi di potere, e la retorica forense è nata qui perché in una terra di domini cangianti i confini delle proprietà sono sempre incerti, sono un moto ondoso, un terremoto continuo che ha bisogno della sofistica, vale a dire dell´unica tecnica che riesce a legare e tenere ferme realtà in movimento, la retorica forense è il diritto delle cose storte. Questa è dunque l´antropologia del galantuomo di destra meridionale, un´antropologia che sta sparendo e che secondo noi merita invece di essere protetta, perché è un valore antico, e i conservatori vanno giustificati solo quando c´è qualcosa da conservare. Ebbene, l´unica maniera che ha Trantino per legittimare il proprio conservatorismo è conservare se stesso, quella sostanza di antico galantomismo che per la prima volta è gravemente a rischio. [...] Trantino non deve nulla a Berlusconi, non è una delle tante zucche che quello ha trasformato in deputato, non è un cavallo che il cavaliere ha fatto senatore. Trantino ha da difendersi solo da Trantino [...]» (Francesco Merlo, ”la Repubblica” 1/3/2004).