11 agosto 2003
Tags : Jacques Deray
DERAY Jacques (Jacques Desrayaud). Nato a Lione (Francia) il 19 febbraio 1929, morto a Parigi (Francia) il 10 agosto 2003
DERAY Jacques (Jacques Desrayaud). Nato a Lione (Francia) il 19 febbraio 1929, morto a Parigi (Francia) il 10 agosto 2003. Regista. «Sinfonia per un massacro, La piscina, Borsalino. Lo definiscono l’’Hitchcock francese”. Ma l’unico cineasta transalpino che può aspirare al titolo, per una sorta di ideale affiliazione, resta Claude Chabrol. Quanto a Deray è stato in realtà un prolifico macinatore di polar, un genere che forma il piatto forte di una filmografia di oltre 30 titoli. Solo occasionalmente imparentabile con il thrilling, il poliziesco parigino-marsigliese maturato dalle parti dei romanzi della Série noire deve molto al modello Simenon nelle atmosfere, nel disegno dei personaggi e in un certo psicologismo che riesce a umanizzare anche i campioni della ”mala”. Più bravo a girare che a parlare del suo lavoro, non nascondeva l’ambizione di raccontare vicende di uomini comuni presi in situazioni eccezionali. ”Né eroi, né dannati, gente come noi” era il suo motto. Da ciò veniva quel tanto di credibilità che in genere manca nei film d’azione; e dai divi che aveva sottomano, prevalentemente maschi anche se resta nel ricordo l’ammirabile prova di Romy Schneider in La piscina (1969), sapeva mettere in evidenza qualcosa di ciò che avevano dentro come persone. Jacques stesso aveva cominciato come attore, con tanto di regolare diploma del Cours Simon, e sosteneva che l’esperienza personale della recitazione è indispensabile per chi vuol dirigere gli altri. Ovviamente bisogna anche conoscere la macchina cinema e su questo punto il nostro era ferratissimo, avendo assistito maestri quali Luis Buñuel e Jules Dassin. Non c’è quindi da stupirsi se furono in tanti i grossi nomi lieti di mettersi nelle sue mani, stars del calibro di Jean-Paul Belmondo, Lino Ventura, Yves Montand e soprattutto l’ombroso e caratteriale Alain Delon che fece con lui un’intera serie di film. Nonostante i contrasti che puntualmente scoppiavano sulla lavorazione (Alain era spesso co-produttore e voleva dir la sua nelle sceneggiature), Deray conservava un simpatico ricordo del lavoro con il personaggio che aveva tanto faticosamente abbinato al rivale Belmondo nel clamoroso duetto di Borsalino (1970). Dei film con Delon Deray avrebbe voluto cancellare solo L’uomo di Saint Michel (1971), dove il divo si faceva prete credendosi vedovo e veniva invece messo in crisi dalla moglie rediviva. A volte i soggetti non erano un granché, tant’è vero che, richiesto dai giornalisti di sintetizzare il messaggio di un altro film con Delon, Tre uomini da abbattere, il regista se la sbrigò dicendo: ”Ciò che il film vuol dire è fatevi gli affari vostri e non raccogliete i feriti per la strada”, con riferimento a ciò che fa Alain nel film cacciandosi nei guai. Tutto sommato, al suo amico-nemico il regista rimproverava soprattutto di pensare troppo ai soldi; mentre lui, pur condannato al film di genere, si sentiva un artista ed era spesso capace di entusiasmarsi. Gli piacevano i paradossi: una volta dichiarò che non vedeva mai i film degli altri, ma soltanto i suoi. E invece chi lo conosceva bene giura che non si perdeva mai un titolo importante, soprattutto francese. Affermatosi nei primi Anni ’60, in sincrono anche se in totale discrepanza con la Nouvelle Vague, come firma per il grande schermo Deray invecchiò presto e negli ultimi dieci anni dovette accontentarsi di lavorare per il video» (Tullio Kezich, ”Corriere della Sera” 11/8/2003).