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 2003  agosto 10 Domenica calendario

Eifman Boris

• . Nato a Rubtsovsk (Russia) il 22 luglio 1946. Coreografo. «L’uomo nuovo del Balletto russo. La sua compagnia ha sede a Pietroburgo ma è anche ”residente” al Lincoln Center di New York, unico caso nel mondo di oggi. adorato dagli americani, per i quali progetta un musical sulla storia di Balanchine, il creatore della danza classica negli Stati Uniti. Il suo successo si basa su elementi tradizionali: musica romantica, drammaturgia forte, sentimenti scatenati. ”In un periodo grigio, in cui pare si sia perduto l’uso della parola, voglio commuovere, agitare le menti, fare discutere - dice Eifman - . E desidero di essere capito. Se mi chiedete con quale compositore vorrei lavorare adesso rispondo: Ciaikovskij. Non Stravinsky”. certo una provocazione, ma è anche la conferma di una continuità con la tradizione vicina e lontana della Russia, dai tempi di Petipa a quelli di Grigorovic: l’ossessione del racconto, ieri come ora. [...] ”Io racconto storie, più o meno vere, d’accordo, ma non faccio spettacoli astratti; interpreto credo i grandi temi della nostra letteratura e del nostro teatro. E torno spesso alla nostra storia, come nell’Amleto russo dove ho narrato la tragica vita dello Zarevic Paolo ai tempi di Caterina II. Mi dicono che amo le tinte forti, e lo ammetto. E difatti mi sono ispirato ai Fratelli Karamazov, al Maestro e Margherita, a Don Chisciotte, emblema della follia, e alla vita di Ciaikovskij, di cui ho sottolineato la tragedia dell’omosessualità. [...] Per esprimere la danza cerco di essere vicino il più possibile ai miei modelli, Balanchine, Petit, Béjart”» (Mario Pasi, ”Corriere della Sera” 31/1/2004). «A capo del suo Balletto Teatro dal 1977, fa una danza possente, visionaria, piena di immaginazione. altamente teatrale nell’affinamento psicologico dei personaggi, cinematografico nel montaggio rapido delle scene. shakespeariano quando ci porta nella profondità dell’animo umano, quando ci mostra le cupe tragedie della storia, verdiano nell’immediatezza popolare del racconto» (Sergio Trombetta, ”La Stampa” 21/7/2003). «Nel 1991, quando la democrazia russa provava appena a muovere i primi passi, la televisione di stato mandò in onda un filmato Eifman: l’uomo che ha osato dedicato ad un coreografo, Boris Eifman, che fin da giovanissimo, negli anni più bui del regime, aveva sfidato la monolitica tradizione del balletto sovietico per affermarsi come artista indipendente. Il titolo riprendeva quello di un articolo del ”New York Times” dedicato a questa figura pressoché unica di dissidente nel mondo del balletto. Fin dagli anni Settanta infatti - nonostante ad Eifman e alla sua troupe fosse impedito viaggiare - il suo lavoro era noto e apprezzato fin negli Stati Uniti. Oggi Eifman [...] è ormai un artista affermato, conosciuto in tutto il mondo e particolarmente popolare negli Stati Uniti, ma non ha perso il gusto della sfida: ”Quando nel 1977, dopo lunghe battaglie, sono finalmente riuscito a mettere insieme una compagnia indipendente, nei miei spettacoli usavo, ad esempio, la musica dei Pink Floyd. La mia era un’estetica completamente nuova, in aperta opposizione con quella ufficiale del balletto sovietico. Fu ciò che fece scrivere al ’New York Times’ ’Eifman ha osato’ per cui fui poi ufficialmente bollato come dissidente . Cominciò allora la mia guerra come artista libero in un sistema non libero. Oggi mi rammarico per tutte le energie che ho dovuto spendere per lottare contro burocrati e funzionari invece che per creare opere nuove, ma quelle battaglie mi hanno aperto la possibilità di edificare un teatro nuovo e un nuovo repertorio, nuove opportunità di sviluppo alla tradizione del balletto russo con una compagnia indipendente capace di competere con le maggiori sul piano internazionale [...] ero più giovane: molte cose erano per me naturali, come la lotta per l’affermazione. Nella Russia di oggi posso dire che mi sento completamente libero, come artista. Con la mia danza non faccio politica, non attacco manifesti. La mia arte guarda al mondo interiore, all’anima. Il mio scopo è, attraverso la coreografia, esplorare l’interiorità emozionale dell’essere umano. Ma devo affrontare comunque ogni giorno almeno due ordini di problemi: sul piano personale, avendo raggiunto fama e successo, devo lavorare continuamente per mantenerli. E sul piano pratico, poiché la compagnia sopravvive, per il 60-70% grazie agli incassi e alle tournées devo pensare anche al successo finanziario. La vita non mi consente la facoltà di sbagliare: ogni spettacolo nuovo deve avere successo” [...]» (Donatella Bertozzi, ”Il Messaggero” 29/12/2004).