8 agosto 2003
SERGAS Giulia
SERGAS Giulia. Nata a Trieste il 26 dicembre 1979. Giocatrice di golf. "Si è rotta il gomito due volte, tre volte un dito. Una volta ha dovuto mettere i punti sul mento. Ha rimediato una bella paura con il paracadute e una brutta caduta con lo snowboard. Ama il calcio, nel ruolo di portiere e per questo motivo a scuola era molto corteggiata dai suoi compagni che la reclamavano spesso per le loro partite. Il suo modello era Walter Zenga. A tre anni andava ghiotta di rane e lumache. Anticonformista vera, eppure per professione ha scelto il golf. Bionda, occhi azzurri e sguardo da vera combattente sul green (il piercing sopra l’occhio destro le è caduto e non l’ha più rimesso), è la nostra proette emergente che ha puntato sul Tour Americano, l’Lpga. Un altro mondo, dove le proettes sono scortate da psicologi e maestri, dove i green sono sempre perfetti e si passa il taglio solo girando in par. Ha fatto sognare gli italiani nell’Us Women’s Open, nell’Oregon: alla fine del primo giro era quarta, con alle spalle Sorenstam&C., ma ha poi chiuso 35ma. [...]. Lo snobismo nel golf? ”Ogni sport, per essere capito e amato, va affrontato con il cuore, senza fermarsi alle apparenze. Come lo stereotipo tifosi-violenti. Certi comportamenti da barbari allo stadio possono alimentare pregiudizi negativi sul calcio quanto certi pavoneggiamenti da socio di circolo danneggiano l’immagine del golf. Di veri golfisti in Italia ce ne sono pochi: sono quelli che, anziché viverlo come uno status symbol, cercano l’emozione di colpi tirati da 200 metri proprio come li avevano immaginati e che con stupore si rendono conto di come a guidarli alla buca non sia stata tanto la potenza fisica quanto la capacità mentale. E poi vuoi mettere la libertà? Non conosciamo orari, stagionali e atmosferici, nè, tanto meno, anagrafici. Non abbiamo confini, di campi ce ne sono ovunque, ognuno con la sua personalità, e di colpi ne tiriamo quanti ne vogliamo, e nessuno sarà mai uguale all’altro [...] Il momento più difficile è stato nel ’99 quando ho dovuto scegliere se continuare l’università a Los Angeles (Ucla) o rinunciare alla borsa di studio e passare subito al professionismo. Ho optato per l’Lpga a occhi chiusi, senza sapere esattamente a cosa andassi incontro. L’esperienza si sta rivelando più impegnativa di quello che potessi immaginare. Nel Tour americano, galleggiare non è poi così difficile. A me, però, non interessa affatto galleggiare. Vorrei sempre vincere e far parte del gruppo delle prime venti. Il che rappresenta un compito decisamente arduo [...] Dal punto di vista tecnico, poi, si vedono degli swing che in Europa ci sogniamo. Le gare si vincono soprattutto sui putt, dove le coreane sono formidabili. Imparo molto osservando le colleghe. Fuori del mondo golfistico, invece, il discorso è completamente diverso. I rapporti umani sono difficili e si mangia veramente male. Mi rimpinzo di peanut’s butter. E poi mi manca la dimensione cittadina di Trieste, con i bar, il panettiere sotto casa, gli incontri con gli amici. E la mia fantastica famiglia”" (’La Stampa”, 31/7/2003).