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 2003  agosto 04 Lunedì calendario

DONADONI Roberto

DONADONI Roberto Cisano Bergamasco (Bergamo) 9 settembre 1963. Allenatore di calcio. Dalla 18ª giornata del campionato 2011/2012 al Parma. Dal 2006 al 2008 ct della nazionale (condotta fino ai quarti di finale degli Europei, sconfitta ai rigori contro la Spagna poi vincitrice del torneo). Ex calciatore. Vicecampione del mondo nel 1994, bronzo nel 1990, con il Milan vinse tre Champions League (1988/1989, 1989/1990, 1993/1994) perdendo due finali (1992/1993, 1994/1995), due Coppe Intercontinentali (1989, 1990), tre supercoppe europee (1989, 1990, 1994), sei scudetti (1987/1988, 1991/1992, 1992/1993, 1993/1994, 1995/1996, 1998/1999), quattro supercoppe italiane (1988, 1992, 1993, 1994). Diventato allenatore, nel 2002/2003 guidò il Livorno (serie B), nel 2003/2004 il Genoa (C1). Nel gennaio 2005 di nuovo il Livorno, questa volta in A (subentrando a Colomba). Nel febbraio 2006, con la squadra sesta in classifica, si dimise a causa delle ingenerose critiche del presidente Spinelli (in diretta telefonica al Processo di Biscardi) dopo un 2-2 interno col Messina colpa dell’arbitro che aveva dato ai siciliani un inesistente calcio di rigore (fallo di mano di Galante ben fuori dall’area di rigore). Dalla 28ª giornata del campionato 2008/2009 alla 7ª del campionato 2009/2010 sulla panchina del Napoli (subentrato a Edi Reja, sostituito da Walter Mazzarri). Dalla 13ª alla 38ª giornata del campionato 2010/2011 al Cagliari • «[...] quei dribbling secchi che gli valsero il titolo di erede di Causio e Bruno Conti, nonché il nomignolo “Luci a San Siro” [...] è uno che ama le sfide: a 32 anni, quando di dribbling gliene riuscivano ancora parecchi, emigrò negli Usa e da centrocampista dei New York Metrostars fu chiamato da Sacchi all’Europeo ’96, dove fece in tempo a risultare tra i migliori di quella sfortunata spedizione. In America cucinava spaghetti sul fornello elettrico per i compagni e naturalmente studiava calcio: Parreira, futuro ct del Brasile e all’epoca allenatore dei Metrostars, gli chiese di restare come vice. Macché, gli ultimi dribbling, dopo il ritorno al Milan con scudetto, lui li avrebbe fatti in Arabia, nell’Al-Ittihad di Gedda: “Quando me lo proposero, pensai che non mi sarebbe mai più capitato, per lavoro, di andare in un paese tanto affascinante. Se mi avessero chiesto di giocare in Cina, sarebbe stata la stessa cosa”, rivelò in un’intervista a Libero. Cattolico praticante, il bergamasco Donadoni pregava a casa di nascosto e prima della partite aspettava i compagni in uno stanzino vicino allo spogliatoio, mentre loro si riunivano per pregare Allah. In panchina non è sfuggito alla gavetta. È partito da Lecco, in C1. Al Genoa fu esonerato da Preziosi dopo tre sconfitte nelle prime tre giornate, ma la squadra, ripescata dalla C1, non era ancora attrezzata per la B: lui fece in tempo a lanciare Behrami. A Livorno la storia è nota e bizzarra: al primo matrimonio e al primo divorzio con Spinelli, sono seguite [...] le seconde nozze e il paradossale secondo divorzio, con Lucarelli e i suoi fratelli quinti in classifica. [...]» (Enrico Currò, “la Repubblica” 14/7/2006). «[...] È stato il primo acquisto del Milan di Berlusconi, anche il primo strappato alla Juventus, aveva già un accordo con Boniperti, però il neopresidente rossonero si impuntò. Voleva lui, Donadoni, scelto per il talento e per un carattere fuori norma. L’unico taciturno capace di comunicare. Veniva dalle giovanili dell’Atalanta e se le era fatte tutte, fino a piazzarsi sulla fascia destra e a spingere sempre più avanti. In attacco. Strano ragazzo, restio a parlare, a coprire, a farsi notare: ha sempre spiazzato chi gli stava intorno. In rossonero ha vinto qualsiasi cosa, 5 scudetti, 3 Coppe Campioni, 2 Intercontinentali e supercoppe varie: non era il capitano, non era il leader, non era l’uomo immagine perché la sua giocava a sparire, basso profilo e alto rendimento, la descrizione perfetta di uno che non puoi classificare. [...] ascoltava ed evitava le risposte banali, preferiva pensarci su. Dieci anni al Milan, titolare fisso con Sacchi e con Capello, necessario sempre come testa pensante. Lo hanno lasciato andare per raggiunti limiti di età, ma lo hanno rivoluto indietro due stagioni dopo. Lo spogliatoio andava in pezzi e serviva l’unico capace di ristrutturarlo. Donadoni è tornato dall’America, stava con i New York Metrostars a imparare l’inglese e una vita senza calcio, in un posto dove il calcio pesava ancora poco. Invece Capello lo ha richiamato, costringendolo a un’altra mischia da tensione e aspettative. Poteva dire no, ma forse proprio lì, in quei due anni di transizione fra campo e panchina ha capito che poteva stare anche dall’altra parte. [...] Di tutti i milanisti finiti in panchina, Van Basten, Ancelotti, Rjikaard, lui era quello su cui lo spogliatoio di invincibili non avrebbe mai scommesso. Chiuso e attento, aspettava e sorvegliava le paturnie altrui, ma nessuno si immaginava la vena decisionista, autoritaria, l’istinto di chi sa portare tutti dalla stessa parte, il piglio da conduttore. Per commentarlo nel nuovo lavoro escono parole come timido, educato, per bene, come se non ci fosse polso o tattica nella sua gestione. [...]» (Giulia Zonca, “La Stampa” 14/7/2006). «Timido, introverso, poco incline a farsi pubblicità: con un altro carattere e con altra malizia nelle “public relation” oggi sarebbe ricordato come uno dei più forti giocatori italiani del dopoguerra. […] Ala destra dal repertorio completo: finte, scatto, dribbling, cross e tiro. Con il tempo accentra il suo raggio d’azione diventando uno dei centrocampisti italiani più completi degli anni ‘90. In azzurro raccoglie l’eredità di Bruno Conti» (Dizionario del calcio italiano, a cura di Marco Sappino, Baldini&Castoldi 2000). ««Tifavo Milan sin da piccolo [...] Fui uno dei primi colpi di Berlusconi. All’epoca, l’Atalanta fungeva da succursale della Juventus, Cesare Bortolotti, il presidente, era già in parola con Boniperti. Arrivò il Cavaliere e cambiò la storia: mia, del Milan, del calcio. Dieci miliardi di lire: una cifra, per quei tempi [...] Sonetti è stato importante sul piano caratteriale. Sacchi, a livello tattico. Capello, come gestione dello spogliatoio. Di problemi, ne ho avuti solo con Zac. Non ero più un ragazzino, ci scontrammo sui metodi di allenamento. E così, per carenza di dialogo, il rapporto fu tutt’altro che idilliaco. Alla fine, però, ci scappò l’ennesimo scudetto, sei in tutto [...] Con Sacchi mi divise, almeno inizialmente, la posizione in campo. Venivo dalla provincia, ero abituato al mio tran-tran di ala tornante: pretese che mi sdoppiassi, trequartista in fase d’attacco, esterno destro di centrocampo quando la palla l’avevano gli avversari [...] A Lecco, in C1, venni esonerato e poi ripescato. C’era stata una presa di posizione - sbagliata, secondo me - di un dirigente contro un gruppo di giocatori. A Livorno, con Spinelli, filò tutto liscio, decimi in serie B, ma poi il presidente pensò o gli fecero credere che avessi dei pruriti strani, e così mi mollò. Al Genoa, con Preziosi, resistetti tre partite, quasi un record. Era l’estate dei Tar, ricorda?, Gaucci contro il Palazzo, il Genoa in perenne bilico fra la C e la B, con il mercato in funzione di una categoria e poi, improvvisamente, di un’altra. Insomma: un’esperienza travagliatissima [...]» (Roberto Beccantini, “La Stampa” 22/1/2005).