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 2003  agosto 03 Domenica calendario

LENTINI

LENTINI Gianluigi Carmagnola (Torino) 27 marzo 1969. Calciatore. Lanciato dal Torino (finalista nella Coppa Uefa del 1992), col Milan vinse gli scudetti del 1993, 1994, 1996 e la Champions League del 1994 (finalista nel 1993 e 1995). 13 presenze in nazionale • «Giocò molto bene quella sera Gigi Lentini. A Marassi, 2 agosto 1993, Torneodel Centenario. ”Il nostro nuovo Gullit”, gongolava il presidente Berlusconi. ”Più potente e fantasioso di Ruud”, lo correggeva l’allenatore Capello. Dopo il primo anno di Milan, passato a metabolizzare un trasferimento traumatico da 65 miliardi, Gigi era pronto a dimostrarlo. Il c.t. Sacchi guardandolo si sentiva già mezzo campione del mondo. Il futuro stava decollando: con questa elettrizzante sensazione Gigi salì sulla sua Porsche gialla, la notte del 2 agosto 1993, direzione Torino. ”Dopo la partita avremmo avuto un giorno libero, perciò cercai qualcuno che mi portasse l’auto a Genova. Nessuno. Ma prima di partire in pullman, lasciai le chiavi dell’auto a Milanello, nel caso fosse spuntato qualcuno all’ultimo momento. Non le avessi lasciate... Ma quella notte fu una zuppa di fatalità. All’ultimo momento un mio amico taxista si offre: ok, te la porto su io. Parto da Genova, imbocco la A3, Torino-Piacenza-Brescia. Davanti a me c’è un camion, barcolla, perde della merce: piastrelle, mattoncini... Ci passo sopra, sbando, ma riesco a tenere la macchina in strada. Ho il cuore a mille. Mi fermo al primo autogrill. Controllo i danni: ruota bucata. Chiedo al benzinaio se me la cambia, vado a bere un bicchiere d’acqua: tremo per lo spavento. Sul ruotino c’era scritto: non superare i 70 all’ora. L’avessi cambiato io, ci avrei fatto caso. Il benzinaio si raccomanda: con questa devi andare piano. Ok, ma per un ragazzo di 23 anni, cazzo vuol dire andar piano? Su una Porsche che va ai 280, mi sembrava di camminare, ai 150. Invece... Sulla corsia opposta al momento dell’incidente passa un mio ex compagnodi squadra. Riconosce la mia auto che brucia, chiama il 113. Mi ha detto che ero sdraiato a bordo strada. Un camionista di Vicenza ha raccontato invece che ero in mezzo e lui ha messo di traverso il camion e ha fermato le auto. Il mio angelo custode, hanno scritto. Trasportava quaglie. Ogni volta che ho giocato a Vicenza, poi, è venuto allo stadio. Pochi giorni dopol’incidente, avrei dovuto giocare la Supercoppa in America, contro il mio Torino. Ci tenevo un sacco. Fu la prima rinuncia. Non sono uno che vive di rimpianti, ma uno grosso ce l’ho: Usa ”94. Se non giochi un Mondiale, non puoi dire che sei stato un grande giocatore. Sacchi mi caricava: ’Gigi, io ti aspetto fino all’ultimo’. Non ce l’ho fatta. Berlusconi diceva: ’Sei il nostro Tarzan, tornerai come prima’. Nel momento peggiore, Galliani mi prolungò il contratto di 3 anni. Il Milan con me si è sempre comportato bene. Per questo che oggi sono un milanista da batticuore: per la finale di Champions ho sofferto come un cane... Mi piace Rui Costa. Pippo Inzaghi era con me all’Atalanta, lo guardavo e pensavo: come fa, con questi mezzi tecnici, a segnare così tanto? Ma lui è sempre al posto giusto, poi ci dà come ci dà, ma intanto la butta dentro. All’inizio non volevo venire al Milan. Boniperti mi invitò a cena: ’Non andare alMilan, ti diamo quello che ti danno loro e ti lasciamo un anno al Toro’. A 23 anni pensi di fregare il mondo, io pensai di fregare la Juve. Ok, dico no al Milan, fingo di dire sì alla Juve, poi alla fine dell’anno... Figuriamoci se uno come me, nato al Filadelfia, voleva la Juve... Volevo solo restare granata, a Torino avevo i miei amici. Ma amici e genitori mi martellavano: sei matto... Alla fine mi convinsi: ok, mi sistemo la vita e mi faccio una carriera. Berlusconi mandò un elicottero che mi portò ad Arcore. In cielo mi chiedevo: come cazzo sarà questo grande Berlusconi? Mi venne incontro tutto sudato, in tuta, correva nel parco. Ma allora fa le cose che facciamo noi... Mi trattò come un padre. L’ho sempre stimato. Tutti quei miliardi indignarono Agnelli e il Vaticano, ma la Juve avrebbe speso altrettanto. E, dopo quell’affare, ce ne furono di più grossi. A me spiace che dopo 10 anni se ne parli ancora in tribunale. Per il nome: processo Lentini. L’affare l’hanno fatto le società, chiamatelo processo Toro- Milan. ”Nel finale della stagione – 94-95 ero tornato il Figlio del vento. Giocai una serie di partite ad alto livello, segnai 5-6 gol. Ok, ci siamo: sono ancora il giocatore del Toro che eliminò il Real dalla coppa Uefa. Lo sento. Mi manca solo una grande vittoria per convincere tutti. Ad ogni sbaglio sentivo dire: non è più quello di prima, la botta in testa gli ha tolto lo scatto. Cattiverie e ironie. Del Piero sa cosa voglio dire. Prima dell’incidente avevo fatto partite vomitevoli, ma nessuno ci aveva fatto caso. Dopo l’incidente, bastava uno stop sbagliato per sentirmi dire: non torna più. E invece ero tornato. Con una grande vittoria avrei aperto gli occhi a tutti e l’occasione c’era: Milan- Ajax, finale di Champions ”94-95. Ero sicuro di giocare, me l’ero meritato. Invece Capello mi inserì all’85’. Lì si ruppe il rapporto. A muso duro. Non ha mai creduto alla mia guarigione. In buona fede: nessun tecnico si taglia le palle per farti un dispetto. Ma umanamente sbagliò: non mi parlava. Poteva farne a meno, aveva grandi alternative. Dopo quella delusione mollai di testa. Non ho mai più avuto la determinazione di prima. La finale del ”95 mi ha fatto più male dello schianto del ”93: dall’incidente sono tornato, dalla bocciatura di Capello no. Avessi giocato e vinto la coppa, avrebbero urlato: è tornato Lentini! E magari avrei giocato un Mondiale… ”Ma mi considero uno fortunato. Incidente, compreso. Poterlo raccontare è la mia fortuna più grande. L’ho pensato davanti a disgrazie come quelle di Mero e di Zanardi, uno senza gambe. Penso a Dio come a un tipo che mi ha dato, non che mi ha tolto. Non vado in chiesa, ma dal ”93 non bestemmio più. E se anche mi ha tolto qualcosa sul lavoro, me lo ha ridato altrove. Senza quello schianto, vivendo a mille all’ora, forse non avrei apprezzato così tanto la presenza di Alessandra, Nicholas e Rebecca: la mia famiglia. Nessuno mi ha fatto togliere gli orecchini. Come a Miccoli. Non doveva farlo. Cosa significa? Che era un buffone e ora un ragazzo serio? Io i miei non avrei accettato di toglierli. Il calciodi ieri? Sento ogni tanto Mondonico e Sordo. Gli altri del Milan, no. Ma il calcio è così, allontana. Giocare a pallone continua a divertirmi, perché mi tiene in forma. Non ho un grande sogno, quindi non mi manca niente. Chiudere la carriera al Toro non mi interessa più come un tempo. I cavalli di ritorno non funzionano. Sono sereno, guido senza prendere rischi. Quell’incidente non fu colpa dell’imprudenza, ma dell’ignoranza. La vecchiaia non mi spaventa. Mi si sgonfieranno i muscoli sotto i tatuaggi. Pazienza... La vecchiaia è un po’ come il mio schianto: c’è di meglio, ma l’importante è esserci per raccontare”» (’La Gazzetta dello Sport” 3/8/2003).