1 agosto 2003
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Stange Bernd
• . Nato a Gnaschwitz (Germania) il 14 marzo 1948. Allenatore di calcio, dal novembre 2002 sulla panchina dell’Iraq (nel suo passato anche l’Hertha Berlino). "Aveva subito lasciato la Germania, si era trasferito a Bagdad e, con un contratto quadriennale, aveva cominciato il suo lavoro di riorganizzazione delle due squadre. Poco prima che scoppiasse il conflitto era rientrato precipitosamente in patria. Pur restando nella sua casa di Jena, nelle settimane della guerra il tecnico era riuscito in qualche modo a mantenere i contatti con elementi delle sua squadra. Alla fine delle ostilità sul campo di battaglia, la Fifa e la ricostituita federazione di Bagdad gli avevano confermato l’incarico e lui s’era dato subito da fare, cercando di riorganizzare, sia pure a distanza, le squadre a lui affidate. [...] Alla fine, ha deciso di rientrare a Bagdad. [...] A Bagdad gli si è presentata davanti una situazione assolutamente disastrosa per quanto riguarda il calcio e le sue strutture: ”Ho dovuto semplicemente prendere atto del fatto che anche nel calcio in questo Paese si deve ricominciare tutto da zero. Qui non c’è più nulla. E’ scomparso tutto. Non ci sono palloni, non c’è alcun campionato, nessun allenamento. Tutto fermo”. Particolarmente desolante, nel panorama generale delle distruzioni e delle devastazioni, lo stato dello Stadio Nazionale di Bagdad, una volta simbolo del calcio in Iraq, dove decine di migliaia di spettatori accorrevano alle partite delle squadre del massimo campionato, quasi tutte emanazioni di enti pubblici o organizzazioni militari: ”Il terreno di gioco è stato distrutto dai carri armati americani, non c’è più erba [...] Ho con me50 giocatori: 25 dell’Olimpica e 25 della nazionale maggiore. Nessuno di loro ha riportato danni fisici dalla guerra, ma si può capire quali siano i danni psicologici. [...] Ci si allena in condizioni molto difficili. Anche l’abbigliamento dei giocatori è ridotto al minimo; hanno un solo paio di scarpe e due maglie a testa. E le maglie devono essere usate sia per gli allenamenti, sia per le partite. Dalla Germania, grazie alla federazione tedesca ed all’Adidas, sono arrivati i palloni [...] Ci alleniamo ogni giorno alle 18 della sera, perché qui la temperatura arriva a 50 gradi. Non ci si può immaginare quanto sia dura, ma proprio per questo ammiro ancora di più i miei ragazzi, che si impegnano in simili condizioni pur di continuare a giocare. un miracolo [...] Considera quest’incarico una missione: ”Credo di avere un obbligo morale, qui. Perché la gente di questo Paese non ha nessuna colpa della guerra e neppure i miei giocatori. Sono soltanto calciatori, non politici. Vogliono soltanto giocare al calcioe ogni giorno mi pregano di non abbandonarli. E io mi auguro che, dopo tanti anni di cattive notizie dall’Iraq, del dittatore Saddam Hussein, della guerra, di bambini che muoiono, finalmente ne arrivino di buone. Il calcio è una bella notizia, si gioca dappertutto nel mondo dove c’e pace ed è un gran segno di pace’" (Marco Degl’Innocenti, ”La Gazzetta dello Sport” 23/7/2003).