Varie, 31 luglio 2003
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Thielemann Christian
• Berlino (Germania) 1 aprile 1959. Direttore d’orchestra. Direttore stabile della Filarmonica di Monaco di Baviera • «Divo del podio ai vertici della sua generazione. […] assurto giovanissimo alla guida di teatri come l´Opera di Düsseldorf e quella di Norimberga, dal ’97 direttore della Deutsche Oper di Berlino, generato dalla stessa linfa dell´albero genealogico a cui appartengono Nikisch, Furtwängler e Karajan, è un leader dal carisma possente, oggi più che mai travolto dal successo (clamoroso l´esito del Tristano e Isotta diretto nel giugno 2003 a Vienna). E se il tradizionalismo espresso nelle scelte (esegue di rado musica contemporanea), insieme all´orgoglio sbandierato per le radici, lo hanno fatto accusare di atteggiamenti conservatori e nazionalisti (’queste accuse sono il frutto dell´ossessione tedesca per le colpe del passato, che fa scambiare per nazionalismo l´amore per la propria cultura”, replica lui), la sua coscienza profonda del repertorio romantico tedesco lo ha incoronato come il più attendibile erede della tradizione direttoriale teutonica. ” la dimensione in cui sono nato e cresciuto: ne porto le impronte”, racconta. ”Ho visto dirigere Karajan e Böhm, mi sono nutrito delle incisioni di Furtwängler. C´è un suono tedesco molto peculiare a cui faccio riferimento: scuro, rotondo...”. Come iniziò il suo rapporto con la musica? ”In modo naturale. Pur non essendo musicisti, i miei genitori adoravano la musica, e a casa mia se n´ascoltava tanta. Fin da piccolo mi portavano ai concerti, e a Berlino il livello è straordinario. Ho iniziato a studiare a 4 o 5 anni. Mentre gli altri ragazzi ascoltavano pop e rock, io mi tuffavo in Beethoven”. Uno dei suoi modelli è Furtwängler. Cosa l´affascina di lui? ”La spontaneità sublime. Il che non significa che l´architettura del pezzo non sia chiara. Ne sapeva offrire con nitore abbagliante la linea: si sentiva sempre dove voleva andare; non solo per i prossimi 5 metri, ma per i prossimi 500 o 5000. Era un´equazione perfetta tra cervello e cuore”. Sul podio usa di più la testa o il cuore? ”Cerco di dividermi al 50 per cento tra i due versanti. Ma a volte bisogna dirigere al 30 per cento con la testa e al 70 con il cuore: non si deve pensare troppo”. A 19 anni divenne assistente di Karajan. Come lo ricorda? ”Dirigeva in modo rilassato, con un controllo assoluto dell´orchestra. Comunicava una conoscenza infinita dei materiali, come se per lui fossero stati la cosa più naturale al mondo. Ma forse ero troppo giovane per capire a fondo. Se oggi potessi lavorargli accanto gli farei un mucchio di domande”» (Leonetta Bentivoglio, ”la Repubblica” 24/72003). «Per un periodo, dovevano essere più o meno dieci anni fa, fu la star dell’Orchestra romana di Santa Cecilia. In quell’occasione lo conobbi la prima volta, in una straordinaria esecuzione della Messa in Do maggiore di Beethoven. Già il fatto esser quest’Opera un capolavoro disprezzato dalla dottrina come dalla pratica e la sua scelta da parte del Maestro m’impressionò assai. L’esecuzione, piena di sensibilità oltre che prodiga di tutte le astuzie tecniche, la bellezza del gesto del Maestro, in particolare il suo impiego del braccio sinistro, accesero in me un’ammirazione fortissima per lui. Poi Thielemann passò a una posizione di predominio al nostro Teatro Comunale di Bologna. Ascoltai un Cavaliere della Rosa di rarissima finezza sotto la sua bacchetta. Ma non capii come un simile musicista avesse potuto farsi guastare la testa dai dirigenti il Teatro coll’accettare una regia scandalosa e miserabile in un suo inane tentativo di provocazione e una compagnia con troppi buchi. cretino o fa il cretino?, mi domandavo. L’anno successivo capitanò un Tristano imperniato sulla regia d’una povera disgraziata orfana della Repubblica Democratica di Ulbricht. Anche in quella circostanza una sorta di silenzio-assenso da parte sua costituiva approvazione del progetto scenico. E già da allora, guardate la schizofrenia, egli tendeva a costruirsi un personaggio da Guardiano della Musica, secondo l’indimenticabile immagine coniata da Adorno per Furtwängler ma in realtà molto più appropriata per il sottovalutato Eugen Jochum. In altre parole, Thielemann pareva rivendicare un ruolo etico oltre che tecnico, manifestando però fin d’allora di possedere le doti solo per il secondo. Al Tristano non mi disturbai ad andare. Ed eccomi di fronte a lui dopo alcuni anni nei quali, se ho compreso lacerti di notizie, la sua rivendicazione di Custode della Tradizione s’era fatta più ufficiale e più forte. Eccomi vederlo dirigere un’eccellente orchestra inglese, la Philharmonia , dal suono inclinato verso quel brillante che pare l’antitesi delle concezioni di Thielemann. Tale il programma: 1) Lohengrin, Preludio atto I, esecuzione eccellente; 2) Interme zzo della Manon Lescaut di Puccini, scelta geniale giacché il primo pezzo ”tristanico” della musica italiana era seguito dal Prelu dio e Finale dello stesso Tristano di Wagner. Seconda parte: Morte e trasfigurazione di Strauss, al quale, geneticamente, nulla può seguire. E invece Thielemann chiude col Till Eulenspiegel che, così collocato, è un vero errore di grammatica. Siamo esterrefatti. Geniale com’è, Thielemann legge Strauss in maniera entusiasmante, alla quale non sapresti trovare un difetto, non dirò tecnico, di struttura, inquadramento, ethos. E il gesto mai eccessivo ma preciso, parco ed espressivo, aiuta a comprendere una natura di direttore nato. Di Puccini va detto lo stesso, con l’aggiunta d’una sontuosità di suono rara in un brano che s’esegue in buca, non sulla pedana. [...]» (Paolo Isotta, ”Corriere della Sera” 23/12/2003).