29 luglio 2003
CUTICCHIO Mimmo
CUTICCHIO Mimmo. Nato a Gela il 30 marzo 1948. Puparo. «Il più potente cuntista della scena italiana, michelangiolesco scultore di sillabe, omerico cantore di cicli cavallereschi, superbo uomo siciliano dotato di barba storica e di sapienza fisica, padre putativo di una genia di raccontatori, artista-mito dell’Opera dei Pupi, [...] Cuticchio è la personificazione delle teorie di Kleist sulla marionetta, della pittura corporea di Covili, della lezione accentratrice e sinfonica di Carmelo Bene, e di suo ci mette una malia da remoto racconto d’inverno shakespeariano non esente da ghigni. Che il suo talento rapsodico sia ora materia formativa in Accademia, a Roma, è più che giusto» (Rodolfo Di Giammarco, ”la Repubblica” 9/5/2005). «Lo guardi e pensi a Polifemo, perché è grande, forte, nero. Ma lui dice di avere l’anima di Icaro. Salire verso il Sole è per lui un rovello e uno scopo. Anche disobbedendo a Dedalo, il padre, il grande costruttore di labirinti, che gli intimava di stargli accanto, di non deviare dalla rotta, di non abbandonare la tradizione. E lui al padre ha disobbedito. Fu a Torino, in una tappa del viaggio in treno che da Parigi riportava a Palermo padre e figlio, nel febbraio del 1967. Seduto nella sala-museo di via Bara all’Olivella, proprio di fronte al teatrino in cui ogni giorno danno spettacolo i ”Figli d’arte Cuticchio”, Mimmo ricorda quell’episodio come la svolta radicale. Aveva diciannove anni. Fino a quel momento era stato il compagno più fidato di suo padre Giacomo. Fino a quel momento non aveva conosciuto l’orizzonte largo. Vivevano e lavoravano in Sicilia, dove suo padre aveva cercato di salvare una tradizione che guerra ed emigrazione avevano quasi cancellato. Mimmo ricorda che suo padre mise i pupi sul carretto e fece un viaggio a ritroso nel tempo: portò i pupi nei paesini dove non esisteva alcuna forma di divertimento: nei paesi di mare in inverno, in montagna d’estate. In ogni luogo montava un teatrino dentro i magazzini che affittava e non smontava alla partenza: li lasciava pronti per il ritorno. Mimmo visse così per diciannove anni, passando per tutte le fasi del lavoro con i pupi, cambiando continuamente casa che era anche teatro, cambiando scuola e compagni. Oggi dice: ”Sono fortunato, perché ho la tradizione addosso”.Ma a diciannove anni, a Parigi, capì che suo padre era Dedalo e lui Icaro. Palermo aveva donato all’Ambasciata d’Italia stucchi e arredi di un palazzo famoso. Giacomo Cuticchio fu invitato a inaugurare la sala dell’Ambasciata in cui furono rimontati gli stucchi. Altri spettacoli furono portati nella ”cave” di una libreria in Boulevard St. Michel, nel quartiere latino. Ma Giacomo Cuticchio non ci si trovava. Lo imbarazzava avere un pubblico di bianchi e di neri. Domandava: ”Ma chi devo far vincere, i saraceni?”.E decise di tornarsene a casa. La libreria era diretta da Enrico Pannunzio, che gli disse: ”Lasciami tuo figlio”.E lui: ”No, ti lascio il mio aiutante”.Sul treno che correva verso Palermo, quella decisione ronzava nella testa di Mimmo, che improvvisamente sbottò: ”Ma come! Lasci i pupi, lasci un estraneo, e non lasci me?”.La tappa di Torino fu fatale. Mimmo scese dal treno e al padre allibito disse: ”Vai avanti tu, io prendo il prossimo”.Invece andò a comprare un biglietto per Parigi. Lui non si era mai chiesto se doveva far vincere i bianchi o i neri. Fra i pupi appesi ai muri dalla sala di via Bara all’Olivella, seduto accanto alla macchina del vento e a quella della pioggia, Mimmo Cuticchio pone in quell’episodio l’inizio della sua rivoluzione. Poiché a Parigi studiò quel che non aveva mai studiato; e da Parigi scese poi a Roma, alla scuola di teatro ”Sharoff”, facendo contemporaneamente l’attore di fotoromanzi, interpretando qualche parte al cinema. La scuola era diretta da Aldo Rendine, che conosceva Giacomo Cuticchio e vedendosi davanti Mimmo gli disse: ”Ma che ci fai tu, qui? Di giovani attori ce ne sono tanti; di giovani pupari, nessuno”.Gli rispose Mimmo: ”Io qui voglio capire”.Ricorda: ”Studiai Brecht e Stanislavskij. Rendine mi insegnò a leggere le poesie. Diceva: molti attori fanno innamorare con la loro voce, ma, alla fine, non resta niente della poesia. Lesse con me Pirandello, parola per parola, pensiero per pensiero. Mi parlò della supermarionetta e di Gordon Craig, che diceva: le marionette, dopo gli angeli, sono gli esseri più vicini a Dio”.Era il ’73. Mimmo tornò a Palermo e prese in affitto il teatrino di via Bara all’Olivella. ”Io sono un nomade - spiega -, ma volevo avere un nido, un punto di partenza. Soprattutto volevo dare una casa ai pupi. Non mi piaceva che dormissero qua e là. Io potevo dormire dappertutto. Loro, no. Gli dissi: ora voi avete una casa, io vi garantirò”.Ma che fare di quel teatrino? Rifare la tradizione? Riproporre tale e quale l’epopea dei paladini di Francia, Orlando, Rinaldo, la bella Angelica, Gano il traditore? Mimmo capiva che queste cose non avrebbero portato pubblico. Era necessario trovare una strada nuova, scrivere cose nuove. Osò quel che nessuno aveva mai osato. Scrisse un canovaccio su Cagliostro. Nella sua nuova casa-teatro passò dieci anni cercando di capire i vecchi canovacci, provando a riscriverli e inventandone di nuovi: Genoveffa di Brabante, una Passione di Cristo. Andava anche nelle scuole, dalle elementari all’università, per raccontare ai ragazzi la vita del puparo, per proporre testi, per rappresentarli. Ormai tutti avevano in casa la Tv. ”Sarà la morte dell’Opra”, dicevano i vecchi pupari. Per Mimmo, invece, la Tv era una sfida: sollecitava linguaggio e ritmi nuovi. E lui provò a ridurre i tempi, a limitare le parole. Poi, tra gli anni Ottanta e Novanta, fece un’altra cosa che nessun puparo aveva mai fatto: uscì dalla piccola scena dell’Opra per entrare nella grande scena. Grazie a Peppino Celano aveva scoperto il ”Cunto”.Si presentava in scena senza pupi, magari con una spada in mano e, con la sola suggestione della voce, evocava paesaggi e battaglie, raccontava amori e inganni. ”Avevo anch’io le voci di dentro: un tesoro, la memoria di quel che ”vedevo” da bambino mentre ascoltavo. E poi, cos’era il recitarcantando? Mio padre non l’aveva mai sentito nominare, ma lo faceva benissimo. Mi lanciai e scoprii che il cunto funzionava al di là delle parole, al di là della lingua. Ero sempre Icaro, però avevo imparato a costruire le ali”.Fu con le nuove ali che Mimmo Cuticchio affrontò gli ”anni della sperimentazione più spietata”.Chiama così il decennio tra il ’90 e il 2000, nel quale la tradizione viene rovesciata e il pupo ”recita” con l’attore a viso aperto, alla pari. ”Allestii un Macbeth. Io ero l’unico attore in carne ed ossa circondato da pupi alti un metro e ottanta. Io interpretavo Macbeth, ma non perché volessi fare l’attore. Volevo riproporre la visione mia di bambino, quando i pupi mi sembravano uomini veri. Con quello spettacolo tornava il sogno della mia infanzia, volevo rivedere i pupi negli occhi, perciò, con mio fratello Nino, abbiamo costruito questi pupi. Portammo lo spettacolo a Città di Castello e in qualche altra piazza, ma senza il finale, che non riuscivo a trovare. Quello spettacolo era il mio sogno, ma io non volevo diventare prigioniero del sogno. Dovevo svegliarmi, altrimenti il sogno diventava incubo. E allora mi venne l’idea di chiudere il Macbeth col teatrino dei pupi che entrava sulle ruote. Ecco: i pupi piccoli si riprendevano la scena e tornavano ad essere quel che sono”.Alla ”sperimentazione spietata” seguì la ”sperimentazione gioiosa”, l’attuale, contrassegnata dal Don Giovanni di Mozart, che ha viaggiato poco, ma che andrà a San Pietroburgo e al Cairo, una creazione che riepiloga una vita, un po’ comica, un po’ drammatica, un po’ vecchia, un po’ nuova, col puparo che sta ora davanti e ora dietro le quinte, circondato dai figli e dagli allievi. Icaro non vola più. Adesso pare un patriarca. Nella casa grande tutti hanno un compito e i figli cominciano a fare quel che ha fatto lui tanto tempo fa, lavorano coi canovacci, magari li riscrivono. Il figlio Giacomo non ha ancora vent’anni, ma prepara il primo spettacolo tutto suo. Sarà una storia di paladini. Si comincia da lì. Si comincia sempre da lì. Il patriarca sorveglia e progetta. Nel frattempo sono arrivati i riconoscimenti pubblici, l’Unesco ha dichiarato i pupi patrimonio dell’umanità, l’Opra si è trasformata in un fenomeno elitario e persino snob, tuttavia Cuticchio continua a riempire di volti e di voci il suo antro delle meraviglie. Arriverà a mettere in scena la politica? ”Me l’hanno proposto soprattutto verso gli anni Ottanta. Mi proponevano politici, facce, scandali. vero che volevo sperimentare, ma io volevo parlare di teatro, non di cabaret. Non potevo fare satira politica, non volevo che i miei pupi prendessero la faccia di questi signori. Erano troppo veri e seri”.Appeso al muro c’è un pupo con la faccia di Cuticchio. stato scolpito da Nino con la tecnica di sempre, usando legni diversi: il faggio e il noce per il corpo, il cipresso per la testa. La testa è la parte più preziosa del pupo. La testa è anima e identità. Perciò si usa il cipresso, perché il cipresso è l’unico legno che i tarli non divorano. Quella faccia è stata intagliata per lo spettacolo l’Urlo del mostro, che Mimmo scrisse con Salvo Licata. Aveva una doppia drammaturgia. La prima: Ulisse nella grotta di Polifemo vuole fuggire a Itaca. La seconda: Polifemo entra nel piccolo boccascena dei pupi per uscire in carne ed ossa nel grande boccascena. Spiega Cuticchio: ”Mi sdoppio in Ulisse e Polifemo. Racconto il viaggio di Ulisse, ma anche il mio viaggio. Anch’io scendo nell’Ade. Incontro i pupi che mio padre ha dovuto vendere e incontro anche mio padre, gli chiedo il senso della tradizione, gli chiedo se sbaglio”.La risposta? Cuticchio per la prima volta sogghigna: ”Mi sono fatto dare la risposta che volevo sentire”.Cioè? ”Stai facendo il possibile per far rivivere i pupi”» (Osvaldo Guerrieri, ”la Stampa” 29/7/2003).