Varie, 27 luglio 2003
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Schlesinger John
• Londra (Gran Bretagna) 16 febbraio 1926, Palm Springs (Stati Uniti) 25 luglio 2003. Regista. «Premio Oscar nel 1969 per Un uomo da marciapiede […] il primo titolo che, malgrado fosse vietato ai minori, smontò lo spirito conservatore dell´Academy ed ebbe sette Nomination e tre Oscar. Ma c´è anche Billy il bugiardo, Via dalla pazza folla, Domenica, maledetta domenica, Il giorno della locusta: è tanto il cinema bello e importante di John Schlesinger e non importa se qualche film non è riuscito del tutto, come l´ultimo, Sai che c´è di nuovo? del 2000, con Madonna e Rupert Everett, nel quale c´era comunque il ritratto di un gay tutt´altro che convenzionale. ”Io credo nelle diversità, sessuali o politiche, amo descriverle”, diceva Schlesinger e citava Domenica maledetta domenica come ”un film in cui l´omosessualità era raccontata come la cosa più normale del mondo”. […] Viveva volentieri negli Stati Uniti – ”Gli inglesi sono poco ambiziosi, gli americani lo sono molto di più e, malgrado tutto, mi permettono di osare” […] Elegante, bello, lo sguardo intenso, in cui s´alternavano severità e ironia, cominciò come attore in teatro e in cinema, ma fu nel ´61, quando il documentario Terminus, cronaca di un giorno alla Waterloo Station di Londra, vinse un premio a Venezia, che decise definitivamente per la regia. E con il primo titolo, Una maniera d´amare con Alan Bates del ´62 vinse a Berlino. Era un film sulle prime ribellioni giovanili al conformismo, un tema ripreso in Billy il bugiardo, Darling, Via dalla pazza folla, considerati anticipazioni dei fermenti del ´68, con attori che ne sarebbero stati simbolo come Tom Courtnay e Julie Christie, una delle sue scoperte. Cresciuto nel clima del ”free cinema”, se ne staccò, perché, diceva, ”il free cinema privilegiava aspetti sociali, io cercavo il romanticismo”. E lo espresse nel modo più commovente con le indimenticabili immagini della più improbabile e tenera delle amicizie, quella tra il cowboy e l´italo americano zoppo e tisico, Jon Voight e Dustin Hoffman, che Un uomo da marciapiede lanciò come star» (Maria Pia Fusco, ”la Repubblica” 26/7/2003). «Aveva lanciato Julie Christie e una generazione di attori inglesi bravissimi, da Alan Bates a Tom Courtenay a Peter Finch. Soffriva però di un disturbo, aveva due nazionalità e personalità, due stili, due voglie. Quella inglese dell’oxfordiano di buona borghesia (papà pediatra, 4 fratelli, teatro universitario) che si butta nella rivoluzione del Free Cinema del ’ 60, quando gli schermi inglesi traslocarono dalla sala da tè alla cucina, mettendo in scena vite difficili. La seconda, quella dell’autore anglo-americano, che continua ad avere il dente avvelenato con Hollywood (provincia di Babilonia): prova, il dramma su folla e follia collettiva del cinema del ’ 20, Il giorno della locusta, scritta da Nathanel West. Era un talento di spettacolo totale. Diresse nel ’ 73 il National Theatre, amava l’opera, allestì I racconti di Hoffman, iniziò con i documentari, specialista in Churchill. […] Per lui il cinema era una somma di dettagli che doveva restituire una certa malinconia cecoviana: una lente posta sui nostri rapporti d’amore e disamore. Amava i fragili, i vinti, gli illusi: al contrario dei ribelli no stop dei film di Reisz, Anderson, Richardson, gli ”eroi” di Schlesinger sono infelici e velleitari, prigionieri di varie classi sociali. I primi titoli sono piccole bombe: Una maniera d’amare, problemi di suocere e coabitazione; Billy il bugiardo, i sogni proibiti di un provinciale; Darling, con cui la Christie vince l’Oscar ed esporta la prima minigonna, modella sfruttata. Ogni riferimento al caso Profumo, scandalo di politici, vip e prostitute, non era affatto casuale. Il grande successo arriva nel ”69 con Un uomo da marciapiede, melò maschile a due voci con Jon Voight, cowboy texano che va a fare il gigolò per gay in una laida New York, e Dustin Hoffmann, poveraccio tisico e sciancato che sogna Miami e poi più. Reso possibile dalla caduta del codice Hays, che aveva bloccato per decenni la morale americana sul tasto dell’ipocrisia fu il primo film vietato a concorrere per l’Oscar. Ne vinse poi tre tra cui uno allo sceneggiatore Waldo Salt, vittima risorta del maccartismo. Al tema centrale dell’omosessualità – anche la sua opera ultima, Sai che c’è di nuovo? era una storia tra Madonna, il gay Everett e un bebè – il regista torna nel ’71 col suo capolavoro, Domenica maledetta domenica, che oltre allo scalpore del primo bacio maschile sulla bocca, esponeva con crudele malinconia la cronaca, scandita dal telefono, usato come segno di costume, degli ultimi dieci giorni del mènage a tre tra un designer bisessuale, l’amico omo e una 40enne. E dopo? Amante dei romanzi ottocenteschi, Schlesinger traduce Via dalla pazza folla di Thomas Hardy in un kolossal scolastico e fastoso. La sua doppia anima, nella miglior vena romantica, si specchia negli amori angloamericani di Yankees con Gere e la Redgrave (dirigere gli attori era la sua specialità). Ma il pubblico lo ritrova solo nel ”75 col gioco del gran thriller Il maratoneta in cui il prediletto Hoffman è il piccolo ebreo contro il moderno trafficante nazi-dentista (Olivier). Il secondo tempo della sua carriera sarà spesso un disastro, perfino la satira autostradale di Crazy runners. Invece della gente normale, Schlesinger si mette a raccontare di pazzi, psicopatici, maniaci, killer, innocenti e prossime vittime, believers e sconosciuti alla porta, sette horror e spy story ( Il gioco del falco con Penn e Hutton). E’ invece nelle sue vene malinconico-sentimentali M. me Sousatska con cui la maestra di piano Shirley McLaine vince la coppa veneziana. Il regista risorge col suo estro introspettivo in piccoli film tv: Tavole separate da Rattigan, il delicato Cold comfort farm con una mini Virginia Woolf nel Sussex anni ’ 20, An englishman abroad, biografia della mitica spia Guy Burgess, che tradì l’alta società passando a Mosca ma rimanendo ostaggio delle raffinatezze del costume e della storia inglesi. Un nulla d’autobiografico?» (Maurizio Porro, ”Corriere della Sera” 26/7/2003). «Studia letteratura inglese all’università di Oxford, ma la sua vera passione è il teatro. Con alcune compagnie drammatiche note e importanti si esibisce come attore in giro per il mondo, recitando Shakespeare e Wilde, Shaw e O’Neil. Nei primi Anni ”50 interpreta alcuni film televisivi per passare al cinema nel 1953 con Marinai del re, diretta da Roy Boulting. In quel periodo interpreta una decina di film in parti per lo più di secondo piano, ma realizza invece numerosi cortometraggi per la Bbc. Sarà soprattutto questa attività di documentarista ad aprirgli le porte, come regista, del cinema spettacolare. Sono gli anni della formazione internazionale del ”free cinema”, con i film di Tony Richardson, Karel Reisz, Lindsay Anderson. Schlesinger, che vince nel 1961 un premio alla Mostra di Venezia col documentario Terminus, girato nella stazione di Waterloo a Londra, esordisce nel lungometraggio a soggetto con Una maniera d’amare, interpretato da Alan Bates, aggiudicandosi l’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 1962» (Gianni Rondolino, ”La Stampa” 26/7/2003).