Varie, 25 luglio 2003
ARESE
ARESE Franco Centallo (Cuneo) 13 aprile 1944. Ex mezzofondista. Uno dei campioni più amati dell’atletica azzurra, è stato primatista italiano di tutte le distanze del mezzofondo, dagli 800 ai 10.000, e campione europeo dei 1500 m (1971 ad Helsinki). Ritiratosi dall’agonismo, ha fondato la Asics Italia. Nel 2004 è stato eletto presidente della Fidal. «Era un mezzofondista alto e magrissimo, un cartavelina con le lunghe gambe storte. La sua origine contadina lo portava ad accettare senza discutere la logica della fatica. Sapeva che quelle gambe magre, come quelle dei corridori neri, e incurvate avrebbero potuto portarlo lontano dalla vita d’abitudine dei campi con pochi lampi. Era stato avviato in pista da tale Olivero, poi era stato chiamato alla Snia, dove lo spirito pazzo di Bettella gli aveva insegnato ad affrontare la vita. In seguito era passato al Fiat sotto Marcello Pagani, figura importante dell’atletica italiana del rinnovamento e infine, nel 1967, a Torino aveva incontrato Tino Bianco, detto Blanche, tecnico disincantato, ma abilissimo nello stimolare la curiosità e la vanità del giovane talento. Sapeva come parlargli in dialetto, perché in Piemonte la lingua del villaggio è un must, che fa la differenza. Lavoravano sodo e nel 1969 è arrivata la prima grande occasione: i campionati europei, che in quegli anni erano una manifestazione seconda solo all’Olimpiade. Era il Karaiskakis di Atene, al Pireo che ora hanno rifatto per dedicarlo al calcio, il palcoscenico. Franco era il favorito nei 1500, ma un quarto d’ora prima della partenza della finale lo abbiamo visto avviarsi verso la pista pallido come un cencio. Lo avevamo chiamato. Si era voltato, ma non era riuscito neppure a rispondere, gli battevano i denti per l’emozione. Quella finale fu una tortura, finì inghiottito fra i mediocri. Vinse il britannico Whetton, che Arese aveva stracciato due settimane prima a Verona. Fu una lezione severissima, ma gli servì, perché nel 1970 cambiò pelle. Prima stabilì il primato italiano dei 1000 nell’intervallo di una partita di calcio della Lazio in maggio, poi dominò a Stoccolma i 1500 della finale della coppa Europa. Diventò un idolo al nord. Con Blanche spendeva molto tempo ad allenarsi in Finlandia e così a poco a poco costruì le premesse per la sua impresa più grande, il titolo europeo dei 1500 ad Helsinki. Ricordiamo quella giornata grigia e fredda, Arese si espresse in un capolavoro tattico. ”In quel periodo – ricorda – mi allenavo anche tre volte al giorno, alle 8 di mattina, alle 13 e poi alle 17. Mi sono reso conto che un ritmo simile di lavoro ti può fare andare fuori di testa. In quei giorni capivo David Bedford, che si allenava come un cavallo e poi la domenica si riempiva di birra, forse per dimenticare tutta quella fatica folle... Però in un anno ho stabilito i primati italiani dagli 800 ai 10.000. E poi avevo anche dominato una maratona. La sorpresa l’ho avuta nel 1972, quando Vasala, atleta che avevo sempre battuto, si trasformò all’Olimpiade di Monaco, all’improvviso era diventato un marziano. Purtroppo quello era il segnale che i dottori stavano diventando più importanti degli allenatori. La lotta al doping è sacrosanta, perché lo sport ha bisogno dei valori veri per essere attrattivo, se no perde la sua identità e la sua gioia di vivere” Franco ha firmato diciotto primati italiani nella carriera, che si è chiusa il 2 giugno 1976 a Torino. ”La gara che mi ha appagato di più è stata la maratona che ho corso a San Silvestro 1971 a Roma. Ho vinto in 2h20” affibbiando sei minuti al secondo, uno specialista, De Menego. Forse però sbagliai a farla così presto e alla fine di un anno pieno zeppo di impegno. Ma allora l’entusiasmo e la voglia di fare erano difficili da dominare. L’atletica spettacolo era agli inizi e noi eravamo travolti dall’entusiasmo dell’ambiente” [...]. Chiuso il capitolo agonistico Arese ha prima insegnato, poi è stato tecnico del mezzofondo azzurro fino al 1981. Ha iniziato a lavorare per l’Asics nel 1982 e la sua carriera imprenditoriale è stata ricca di successi. [...]» (Gianni Merlo, ”La Gazzetta dello Sport” 28/11/2004). «Padre contadino. ”Nel 1972 sono venuti a prendermi con la limousine a New York in un albergo della Quinta Strada. Dissi all’autista in livrea: ”Io sono di Centallo. Lo sai dov’è Centallo?’. L’autista americano girò leggermente la testa e disse: ”What?’. ”Fa niente, un’altra volta..’”.[…] Un settimanale economico di Tokyo gli ha regalato una copertina: ”Campione del lavoro”. ”Ho fatto settantamila chilometri a piedi e adesso sono qui. Sono un uomo fortunato perché sono sempre stato bene di salute. E perché ho fatto sport, atletica. Tutto questo non ci sarebbe senza don Silvestro, i campeggi sul Monviso e a Pian del Re, le Olimpiadi Vit, del giornale il ”Vittorioso’, e i campionati delle parrocchie […] I miei affittarono una tabaccheria a Cuneo. Io uscivo alle otto del mattino e tornavo, tutto pieno di polvere, alle otto della sera. Si andava sul Colle della Maddalena e poi giù in città, a tutta velocità, a vedere i risultati del Giro d’Italia. L’arrivo della tappa era scritto con il gesso su una lavagnetta. Primo Coppi, secondo Bartali, terzo... Io ero coppiano, restavamo lì a bocca aperta e poi si discuteva e si fantasticava. Era la metà degli anni Cinquanta. Non c’era la televisione, ascoltavamo il festival di Sanremo alla radio. Una bella vita, la nostra vita. Io sono stato fortunato, mi hanno fatto studiare e sono diventato ragioniere come i miei fratelli. Figlio di un contadino, ma ragioniere […] Nel ”60, selezione campionati studenteschi. Facciamo i 400 e batto tutti. Il professore mi dice: ”Sei troppo magro, torna il prossimo anno’. E non mi fa gareggiare. Hai capito? Ho aspettato un anno, ho corso e ho vinto […] Anche se ero di Cuneo. Ci prendevano in giro. Anche il grande Totò con le sue gag: ”Io sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo...’. Una volta stavamo andando in treno da Torino a Firenze, era il 1963. Quelli di Torino avevano la puzza al naso. Non ti dico i loro allenatori. Uno fece un ghigno a un suo allievo: ”Ehi, quel pistolone lì è di Cuneo: te lo mangi’. Faccio i 1500 e vinco, arrivo secondo negli 800. E pensa: a Cuneo stavo perdendo il treno. Sono salito al volo, mi sono aggrappato al maniglione, il tecnico e i mei compagni urlavano: dài che ce la fai, dài, non mollare […] Il tuo treno passa una volta, forse due, se ti va di lusso. Sono sceso dai treni, mi hanno trovato un lavoro. Il primo in Snia, ufficio contabilità, ragioniere. Stipendio 70mila lire al mese. Lavoravo e mi allenavo. Dopo quindici giorni il capufficio mi chiama e mi consegna una busta. Dentro ci sono trentacinquemila lire. Resto lì, un po’ sorpreso. Il capo mi fa: ” l’acconto del tuo stipendio, il saldo con la prossima busta paga a fine mese’. Perché acconto?, chiedo. ”Scusa, non lo sai che gli operai sono pagati ogni quindici giorni? Come fanno secondo te adarrivare al 27?’. Operaio. Ero ragioniere, mi aspettavo una piccola qualifica e mi avevano preso come operaio. Un po’ di delusione. Ma, sai, allora era così”. Secondo impiego, Fiat. [...] ”Novantamila al mese, mezza giornata di lavoro, tranne il lunedì tutto pieno. Frequentavo l’Isef al mattino. Dalle 2 del pomeriggio alle 6 ufficio. Quando gli altri uscivano io andavo ad allenarmi. Si correva dentro e fuori. Ma ero fortunato, ero inserito nel mondo Fiat. Diciamolo: non si stava male, dài. Io ero all’ufficio assegnazione vetture ai dipendenti. C’era la coda, una lista infinita. Prendevano l’auto, la tenevano sei mesi e poi la rivendevano e riguadagnavano i loro soldi. Discussioni, baruffe e raccomandazioni per la graduatoria: una delle più ambite, specialmente dagli scapoli, era la 850 coupé. Sono stato lì un anno. Uno dei miei superiori, un dottore, non ricordo il nome, ogni volta che entravo mi scrutava con aria da cospiratore: ”Cosa fai qui? Vai via!’. Io restavo impalato. E lui: ”Via, via. Vai via finché sei in tempo. Sei giovane, scappa da questo posto, non farti più vedere’. Non capivo, ma piano piano cominciava a venirmi il magone”. Gli anni di Torino però sono buoni. Franco Arese vive bene e insegna al liceo Majorana. ”Nascono Emanuele ed Edoardo, i primi due figli [...] al Comunale, nell’intervallo di Torino-Lazio. il 1970. Un pomeriggio stupendo, faccio il record italiano. Poi io ero del Toro, andavo a cena con i giocatori. La sera ci si vedeva da Urbani, vicino alla stazione. Si giocava a carte e si parlava di tutto. Ma pensavo a casa e quando tornavo a Cuneo mi veniva la pelle d’oca. Non lo dicevo, perché non volevo fare la figura del provinciale, ma sentivo la nostalgia”. Poi lascia la scuola, diventa agente della Tacchini, entra nell’Asics. E fa una prova di ritorno a Cuneo. ”Avevamo una casetta messa su coni risparmi delle corse. Dissi a mia moglie Vera: ”Senti, proviamo a fare le vacanze a Cuneo. Se ci piace, ci torniamo’. Non siamo più tornati. A Torino”» (’La Gazzetta dello Sport”, 5/7/2003).