varie, 24 luglio 2003
RONALDINHO
(Ronaldo Assis Moreira) Porto Alegre (Brasile) 21 marzo 1980. Calciatore. Dal gennaio 2011 al Flamengo. Campione del mondo nel 2002. Col Barcellona vinse la Champions League 2005/2006. Pallone d’Oro 2005. Ha giocato anche nel Milan (2008-2010) • «Era reduce da un biennio luci ed ombre, forse più ombre che luci, a Parigi (55 presenze e 17 reti nel Psg). Qui, nella ville lumiere, il ragazzo che si porta appresso un imbarazzante sorriso alla Bugs Bunny, non soltanto aveva litigato con l’allenatore Luis Fernandez, ma aveva pure chiuso la sua avventura picchiandosi con i tifosi (tifosi? Si fa ovviamente per dire): insulti, spinte, schiaffoni. Soltanto l’intervento di un paio di guardie del corpo aveva disperso i facinorosi che, a ricordo della bravata, si erano addirittura portati via il suo telefono cellulare. Dev’essere un vizio, questo di Ronaldinho. Che pure a Porto Alegre, la sua città, quella in cui era cresciuto e si era affermato calcisticamente (40 partite e 15 gol), era finito nel mirino dei tifosi. Una firma clandestina con il Psg (gennaio 2001) lo aveva infatti costretto a cinque mesi d’inferno e all’inattività di fatto. Eppure non è che in Brasile, a quei tempi, avessero una grande considerazione del suo talento. Prova ne sia che la Seleçao lo snobbava, anche se a 17 anni era stato il miglior giocatore del Mondiale di categoria in Egitto (vinto, ovviamente). Pare che sia stata proprio questa scarsa credibilità in patria a convincerlo ad avventurarsi in Europa passando per la porta di servizio del campionato francese: “La serie A italiana o la Liga spagnola potrebbero bruciarlo” confessò infatti suo fratello Roberto che gli fa da manager. Oggi però, che la qualità del suo calcio ha messo tutti d’accordo, Ronaldinho difende la scelta di allora: “Il campionato francese è molto difficile. Chi pensa il contrario è fuori strada. Vi si pratica un calcio fisico ma pure molto tecnico. Il calcio francese mi ha migliorato ed il Ronaldinho di oggi è anche figlio di quell’esperienza”. Il Ronaldinho di oggi è anche un campione blindato nella sua reggia dorata di Barcellona. Chi volesse strapparlo al Barça dovrebbe in effetti sputare sangue: la clausola di rescissione del suo contratto ammonta infatti a 100 milioni euro. Una pazzia. Ma intanto per Romario, uno sempre acido, “Ronaldinho è il miglior giocatore brasiliano degli ultimi dieci anni” con buona pace di Ronaldo (quello vero) mentre Adriano Galliani, prima di dirottare i suoi sogni sul basket e su un campione un po’ datato (Michael Jordan), non nascondeva di concupire proprio lui (calcisticamente parlando, s’intende) vestito della maglia rossonera del Milan. Del resto Barcellona con il suo mare e le sue atmosfere magiche, sembra essere diventata la dimensione giusta per il mattacchione che da Parigi si era portato dietro la poco invidiabile etichetta di nottambulo. Celebre la copertina del mensile inglese “World Soccer” in cui, alludendo alle sue presunte bravate, si giocava con le parole player (giocatore) e playboy (c’è bisogno di traduzione?). Pare invece che nella città di Gaudì Ronaldinho si sia immerso in una dimensione più culturale che godereccia: a differenza delle decine di stranieri che l’hanno preceduto, il funambolo brasiliano ha subito mostrato interesse per il catalano, “una lingua che esprime tutta la fierezza di un popolo”. Forse è (anche) per questo che i tifosi blaugrana stravedono per lui: come dimostrano le centinaia di presenze agli allenamenti del Barça, che sono pubblici, a differenza di quanto accade da noi in Italia dove l’importante è nascondere, isolare, sterilizzare i nostri strapaganti campione (ma anche i sedicenti tali). [...] “Il tipo di dribbling che più mi caratterizza è l’‘elastico’, un gesto tecnico abbastanza complicato. Di solito il difensore non riesce a comprendere cosa sta per succedere. Quando me la sento, lo faccio, non c’è alcun segreto. Il primo giocatore a cui ho visto fare l’‘elastico’ è stato Rivelino: ricordo che rimasi fulminato davanti al televisore. Successivamente anche Romario e Ronaldo lo hanno fatto. Confesso di essermi allenato duramente per adattare questo tipo di dribbling alle mie caratteristiche e oggi posso dire di averlo messo a punto”. [...] Ma in realtà che cos’è l’‘elastico”? “Non saprei come descriverlo...” ammette sconsolato Ronaldinho ma basta spulciare qualche testo specializzato per ricavarne una definizione ufficiale. Ad esempio l’“Equipe Magazine” [...] offre questa versione: “Di fronte al difensore, si solleva leggermente il pallone con l’esterno del piede destro fintando uno scatto in quella direzione; poi, con la palla incollata alla scarpetta, la si passa velocemente sul piede sinistro e si accelera, lasciando l’oppositore senza reazione. Questo movimento richiede la capacità di muoversi in spazi ristretti ed un gioco di gambe eccezionale”» (Alberto Costa, “Corriere della Sera” 4/11/2004) • «Il bambino che ha messo in soffitta il totem di Romario è tutto denti e fantasia, e ha il dono di cambiare marcia alle partite. Perché possiede un motore invisibile, con un carburante che non finisce mai. […] Un giorno pensò di venire in Italia. Ma suo fratello maggiore, che si chiama semplicemente Assis e che venne scartato dal Torino, gli disse che sarebbe stato meglio aspettare. “In Italia si deve andare quando si è più maturi, e comunque attenzione alle fregature”. Anche lui pensavano fosse una mezza fregatura. Un altro dribblatore d’aria. Uno come Denilson, tocco di puro diamante ma sempre qualcosa in più, sempre qualcosa di troppo. Non è così. Del pallone ha imparato a non innamorarsi. Il pallone è una cosa bellissima quando si ha il coraggio di privarsene, ha insegnato Assis a Ronaldinho e lui ascolta. […] Quando giocava al Gremio come un angelo, i tifosi fecero una colletta per non lasciarlo partire. E non c’era mica la coda per comprarlo, solo il Paris Saint Germain aveva i soldi giusti, più dell’obolo dei tifosi. E Ronaldinho partì» (Maurizio Crosetti, “la Repubblica” 22/6/2002) • «È figlio e fratello d’arte ma nessuno prima di lui era stato cosí fortunato. Suo padre Joao era stato portiere nel Gremio, ma per mettere tutti a tavola aveva fatto l’elettricista. Poi era morto in modo tragico quando Ronaldinho aveva solo 9 anni. Suo fratello maggiore è stato il suo vero ispiratore, Roberto Assis, che a 16 anni era già titolare nel Gremio. Un mezzo fenomeno, dicono. Tanto che aveva ricevuto un’ottima offerta dal Torino. Disse di no, perché il Gremio gli dette un bello stipendio e lui preferí non lasciare casa. Anzi, con i soldi la casa la comprò a tutta la famiglia: una villa con piscina. Fu l’inizio della fine. Papà Joao morí affogato proprio nella piscina. Roberto Assis si infortunò poco dopo gravemente a un ginocchio e smise di fare il fenomeno. Un colpo durissimo per il piccolo Ronaldinho Gaucho: “Era stato papà a insegnarmi a dribblare. Nel corridoio di casa sistemava le sedie una in fila all’altra e io dovevo superarle palla al piede. Per aumentare le difficoltà, come difensore avversario, mi lanciava dietro il cane, che a rubare la palla era un vero fuoriclasse”» (Massimo Lopes Pegna, “La Gazzetta dello Sport” 28/7/2003). «Troppo brutto? D’accordo, assomiglia a Pippo. Ma in campo è uno spettacolo di genio, pigrizia e freestyle. [...] E ad ogni tiro, tacco, cross, il segno della croce. Una, due, tre volte. E’ un ragazzo religioso, Ronaldinho. Al punto che quando [...] ha rotto con una pallonata un vetro della cattedrale di Santiago de Compostela dove stava girando uno spot per la Liga, è andato in ginocchio dal vescovo a chiedere scusa. Brutto sì, ma attore efficacissimo negli spot kolossal di Pepsi e Nike, fin da quando la Pepsi gli fece interpretare la parte di uno sfigatissimo bambino destinato dalla famiglia a diventare arbitro (!) che scopriva la sua vera vocazione calciando em bicycleta una lattina caduta dallo scaffale di un supermercato. Così, rivisto negli spot Nike a palleggiare con un pupazzetto animato e, da ultimo, a sfidare la nazionale portoghese nella pancia di uno stadio, Ronaldinho è - al limite - uno che non ha nemmeno bisogno di una squadra per giocare. Forse nemmeno di un campo. Gli basta il pallone» (Alberto Piccinini, “il manifesto” 28/4/2004).