22 luglio 2003
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Kubler Ferdy
• . Nato ad Adliswil (Svizzera) il 24 luglio 1919. Ciclista. Professionista dal 1940 al ’ 57, era soprannominato «l’Aquila di Adliswil» e, per l’audacia delle sue azioni, «le Fou Pédalant» , il pazzo in bicicletta. Ha segnato, con Koblet, il periodo d’oro del ciclismo svizzero. Ha vinto il Tour de France del ’50 con 9’30’’ su Ockers e il campionato del mondo di Varese, nel ’51, davanti a Magni e Bevilacqua. Al Giro d’Italia, è arrivato 4? nel ’50 e 3? nel ’51 e ’52. Ha vinto il Giro della Svizzera nel ’48 e ’51, il Giro di Romandia 1948-51 e per due volte di fila (’51 e ’52) la Liegi- Bastogne-Liegi e la Freccia Vallone. Vent’anni di bici, quando sulle strade del mondo circolavano personaggi come Coppi, Bartali, Magni, Van Steenbergen, Koblet, Robic e Bobet. Bastano? Altri 28 anni come maestro di sci dallo stile impeccabile sulle piste di Crans Montana. [...] Il decano dei vincitori di Tour de France (vinse nel 1950), il più antico portatore di maglia gialla (Lilla, prima tappa del Tour ’47) ed è l’unico trionfatore che potrà dire di aver sfilato per il Cinquantesimo e per il Centenario della Grande Boucle. stato uno dei grandi protagonisti di quell’epoca d’oro che era il ciclismo del secondo dopoguerra. Attaccante focoso, si difendeva bene in salita, andava molto forte in discesa, volava a cronometro e aveva una buonissima volata. Con queste doti, unite a una personalità straripante, si è costruito una carriera tra le più ricche, anche se la sua generazione (è coetaneo di Coppi) è stata forse la più folta e prestigiosa in un secolo di bici. Professionista dal 1940 (come Coppi), ha perso grandi occasioni nei lunghi anni della Guerra. Ma nel 1947, al suo debutto nel Tour de France, lascia subito il segno. Ferdy vince la tappa d’avvio, a Lilla, e veste la prima maglia gialla dell’era moderna. ”Faceva un caldo infernale. Non avevo una squadra né un direttore sportivo. C’era il mio amico Max che guidava la macchina e mi faceva da meccanico e da massaggiatore. Quella prima maglia gialla era di una lana così spessa che si è presto infeltrita, poi si è bucata e ho dovuto buttarla. Ma il ricordo è ancora fresco. Intatto”. Per il successo finale deve aspettare tre anni, dopo la sorpresa Robic, il bis di Bartali e la prima di Coppi. Kubler conquista l’edizione del 1950, quella del polemico abbandono della squadra italiana. Gli azzurri lasciarono dopo la tappa di Saint Gaudens, vinta da Bartali, con Magni in maglia gialla. Sui Pirenei i tifosi avevano tirato sassi e preso a pugni Bartali. La situazione era precipitata e non c’erano più garanzie di sicurezza per i nostri corridori. ”Ci furono dei disordini, i francesi furono un po’, forse troppo, pesanti con gli italiani e Binda ritirò la squadra. Io ero dispiaciuto di quell’abbandono, perché senza gli italiani la gara è diventata meno controllabile. Fino ai Pirenei gli italiani avevano tenuto la gara in pugno. Mi stavano portando in carrozza. Magni era in maglia gialla e Bartali era secondo. Ma nessuno può dire chi avrebbe vinto se non avessero abbandonato. Io però avevo già battuto Magni a cronometro a St. Brieuc e poi rivinsi la crono di Lione con oltre 5 minuti su Stan Ockers. Dentro di me sono convinto che avrei vinto ugualmente [...] Sul podio di Parigi mi fregavo le mani e dicevo: finalmente anch’io posso guadagnare un po’ di graniglia... Avevo cominciato a correre nel 1939 e non avevo praticamente mai preso soldi. La Seconda Guerra aveva rovinato tutto. Il successo al Tour mi apriva le porte di una nuova vita”. L’anno dopo Kubler beffò Magni (ancora lui!) al Mondiale di Varese. ”Quella è una vittoriadi cui sono orgoglioso. Giornata caldissima eppure mi bastarono 3 borracce di tè con zucchero e limone per quasi 300 chilometri. Gli italiani mi tirarono la volata. Magni, quel giorno, era nettamente il più forte. Fece una cosa straordinaria rientrando sul nostro gruppo in fuga. Sentii Binda che disse ”deve vincere Magni” e mi misi alla ruota di Fiorenzo, mentre Minardi e Bevilacqua lanciavano lo sprint. Scattai ai 300 metri, spingendo il 53x15, presi due o tre biciclette e Magni, forse stanco per il lungo inseguimento, non mi raggiunse più. Ogni volta che incontro Fiorenzo mi scuso ancora”» (Pier Bergonzi, ”La Gazzetta dello Sport” 2/7/2003).