Varie, 21 luglio 2003
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Ciotti Sandro
• Roma 4 novembre 1928, Roma 18 luglio 2003. Radiocronista. A 5 anni comincia a suonare il violino, a 13 entra nelle giovanili della Lazio. Al Conservatorio prende il «diplomino» (sette anni di studi). Prosegue l’attività agonistica giocando con Bari, Forlì, Anconitana e Romulea. Musica e calcio segnano per sempre la sua vita. Più avanti scriverà una canzone assieme a Enzo Jannacci (Veronica) e sarà sempre inviato Rai al Festival di Sanremo. Entra in Rai nel 1958 e nel 1960, all’Olimpiade di Roma, debutta come radiocronista sportivo. l’inizio di una fantastica avventura: 14 Olimpiadi tra estive e invernali, 15 Giri d’Italia, 9 Tour de France, 8 Mondiali di calcio più centinaia di radiocronache. Negli anni Ottanta passa in televisione e conduce la Domenica sportiva. Va in pensione nel 1996, l’ultima radiocronaca la firma al Sant’Elia di Cagliari. «Non era una voce della radio, era la voce più riconoscibile di una radio che non c’è più [...] The voice, come lo chiamavano i colleghi, per sottolineare il tono baritonale, il timbro profondo, l’usura delle corde vocali. Preparato, pungente, disincantato quanto basta in un mondo che conosce solo incantesimi, è stato violinista, calciatore, paroliere, critico di cinema e di musica, regista, spietato tombeur e finalmente il più popolare radiocronista di calcio. Celebre il suo modo di chiamare la linea: ”Scusa Ameri, scusa Ameri, t’interrompo per segnalare che...”, in un duetto con l’altra star di Tutto il calcio... che però nascondeva un’incompatibilità di carattere fra i due. La sua voce era una firma, un brand inconfondibile, come si dice oggi. ”Vengo da una famiglia borghese medio- alta e quindi con le sue brave velleità (studio del pianoforte per le figlie, sport elitari per i figli). Venni fatalmente, unico maschio, avviato a discipline socialmente gratificanti: nuoto, equitazione, canottaggio. Manco a dirlo mi ribellai. Nei modi e nei confini dei tempi, naturalmente. Cioè giuocando clandestinamente a calcio”. In questo brano autobiografico, forbito nello stile, c’è tutto lo spirito multiforme con cui Sandro Ciotti ha affrontato la sua lunga carriera: mentre si occupava di sport (per passione) si interessava di altre discipline ”socialmente gratificanti” (per vocazione) quasi a dimostrare una sua distaccata superiorità, un’aristocrazia professionale. [...] Isuoi celebri modi di dire (’A beneficio di coloro che si fossero appena collegati”, ”Ventilazione inapprezzabile”, ”Stadio ai limiti della capienza”. Negli anni ha anche tentato la via televisiva, diventando il conduttore di una delle più seguite trasmissioni sportive, La Domenica sportiva. Che non è stata però la più felice delle sue esperienze. Non a tutti è piaciuto: è stato accusato di non tener conto delle esigenze del video, di essere compiaciuto, di gigioneggiare, di regalare alle vallette complimenti galanti con troppa dovizia. Probabilmente, Ciotti doveva interpretare un ruolo che non gli era congeniale: quello del rappresentante dell’Istituzione. Buoni rapporti con tutti, assenza di critiche, discreti virtuosismi verbali per appianare, levigare, smussare ogni ombra di giudizio negativo. Nei confronti della tv era volutamente démodé come il collo delle sue celebri camicie. Ciotti, lo smaliziato disinteresse di chi ha già visto il fondo delle cose, non amava il calcio moderno: gli ornamenti barocchi dei suoi commenti erano rimasti ai terzini, alle ali, allo stopper. Del resto lui apparteneva all’immaginario della radio, a quelle indimenticabili domeniche di Tutto il calcio minuto per minuto. ”Nello spazio fra le nuvole, con le regole assegnate”, al calcio e alla sintassi» (Aldo Grasso, ”Corriere della Sera” 19/7/2003). «Ciotti non avrebbe sbagliato un congiuntivo nemmeno sotto tortura. L´ho conosciuto nel ’65, aveva ancora una voce normale. Quell´altra, prima increspata poi rauca, diceva che gli era venuta dopo una radiocronaca di dodici ore filate sotto la pioggia alle olimpiadi messicane. Una pacchia per gli imitatori, quella voce, ma anche in un certo senso la sua cifra stilistica, la riconoscibilità, il suo modo discreto di entrare nelle case, di raccontare lo sport e non solo. Figlio di giornalista, figlioccio del poeta Trilussa, studi classici e musicali (col violino aveva iniziato a sei anni) Ciotti ha attraversato sport e spettacolo con sicurezza consapevole. A calcio aveva giocato nelle giovanili della Lazio, poi nel Forlì con Italo Allodi, nell´Anconitana, nel Livorno. Un centrocampista coi piedi buoni, ma capace di farsi sentire nei contrasti (alla Ottavio Bianchi, per dare un´idea). Uno che non ci stava mai a perdere (anche a carte, soprattutto a carte). Da radiocronista, è così che preferisco ricordarlo, aveva coniato qualche espressione: il mediano di sostegno, mezzala di raccordo. Forte degli studi classici, usava una lingua accessibile, costruzioni semplici, chiare, ogni tanto un po´ ricercata (ventilazione inapprezzabile, spalti gremiti ai limiti della capienza). Un professionista vero, documentato, più all´inglese che all´italiana. ”Il miglior giornalista sportivo che ho incontrato” disse Johan Cruyff. E pretese sul contratto che il regista del film su di lui, intitolato semplicemente 14, fosse Ciotti. [...] Ciotti è diventato "the Voice" (questo gli piaceva, il paragone con Sinatra) in una Rai in cui era ancora possibile spaziare tra i generi, senza rinchiudersi a vita nell´orticello di una specializzazione. Gli piaceva la musica, gli piaceva il calcio, il ciclismo (15 Giri, 9 Tour). Cambiava abito: dalle tute azzurre della Rai d´una volta, piene di tasche e cerniere, allo smoking, ma la qualità del servizio (asciutto, essenziale, guai ad allungare il brodo) restava uguale, alta, inconfondibile. Oggi si può dire che non era così difficile diventare popolarissimo, parlando di sport e canzoni. Si aggancia all´Italia che tifa, che si innamora, che canta, che sogna. Sì, ma la fedeltà della gente si conquista, non si compra. E nella fedeltà di Ciotti all´avvenimento (2.400 partite, 40 Festival di Sanremo) il pubblico vedeva appagata la sua fiducia. Io gli ho creduto quando mi ha raccontato che Tenco non si era ucciso, mai l´avrebbe fatto, ma era stato ucciso. Ciotti era lì, e in più mi diceva una cosa che volevo credere. Perché dargli torto? Gli ho dato retta anche una sera a Tolosa, quando si giocava la rituale partita tra i giornalisti francesi del Tour e il cosiddetto Resto del mondo. Il nostro capitano Ciotti, naturalmente. Giovane Mura (allora mi chiamavano così, aveva cominciato Gualtiero Zanetti) tu marchi quello tozzo, il numero 8, lo vedi quello un po´ zoppo? Sì che lo vedevo, non l´avrei visto molto nel senso della marcatura. Fintava con la gamba offesa e tirava delle stangate che il nostro portiere Sergio Valentini detto con affetto Gatto Magico (in notturna non avrebbe visto un treno, altro che un pallone) non intercettava. Sostituito con ignominia alla fine del primo tempo (4-0 per loro, tre gol dello zoppo) dissi a Ciotti: ma chi è questo? E lui, serafico: ”Just Fontaine, capocannoniere ai Mondiali in Svezia, potevi picchiarlo un po´”. La sua prima radiocronaca era stata dalle Olimpiadi romane, Danimarca-Argentina 3-2, con due gol di Harald Nielsen che poi sarebbe finito al Bologna, e un gol inutile di Nasone Bilardo. Una delle prime la finale tra India e Pakistan di hockey su prato. Un lavoraccio, perché molti dei giocatori in campo si chiamavano Singh. ”Vorrei morire cantando” aveva detto a Bruno Gentili, che può essere considerato nello sport il suo erede. Non ci è riuscito, ma è morto nella sua bella casa sul Tevere. Tanti libri, il biliardo, il tavolo da scopone sempre pronto e anche quell´altro, per lo Scarabeo (mitiche sfide con Massimo Bucchi). Ma ha scritto canzoni per Buscaglione, Marino Barreto, Bruno Martino, uno dei suoi grandi amici, e la più famosa di queste canzoni è Veronica, proprio quella di Iannacci (al Carcano, in pé), così milanese eppure scritta da un romano. Amico di Salvatore Accardo (’è come Platini, solista e uomo-orchestra”) ma anche di Loren, Lollobrigida, Vitti, Manfredi, Sordi, Ciotti ha avuto la fortuna (o meglio se l´è guadagnata) di non dover scegliere tra le sua passioni, lo sport e la musica. Ma era un´altra Rai e dunque un´altra Italia. Oggi fioccherebbero le interrogazioni parlamentari se Bizzotto coprisse Sanremo e Fiorello il Tour. Da radiocronista Ciotti ha portato eleganza, pulizia della lingua, competenza. Ironia, anche. Ricordo che chiuse una cronaca dall´Olimpico, dove il Cagliari era stato ingiustamente sconfitto, con questa frase: ”Ha arbitrato Lo Bello davanti a 80 mila testimoni”. Mi ricordava Sordi (scapolone, una famiglia di sorelle, un´accentuata tendenza al risparmio) ma con più energia. Nei posti più improbabili (l´ultimo è stato l´atrio tristissimo di un hotel a Sibiu) se lui diceva ”dai, facciamo l´ultima”, significava andare a letto alle 4. Era un abitante della notte, a oltranza. Non so come facesse, così si nasce e si muore, l´ennesima sigaretta come Yanez: sempre senza filtro, sempre americana, Chesterfield o Camel ad azzurrare la stanza. ”Sai perché la prima sigaretta del mattino è la più buona? Perché è la più distante dall´ultima”» (Gianni Mura, ”la Repubblica” 19/7/2003). «Definiva la radiocronaca ”un esercizio che rimane più alto della telecronaca. E’ come una splendida amante che però va rispettata come se fosse una moglie. Un esaltante modo di comunicare, in diretta, a milioni di ascoltatori che pendono dalle tue labbra. Ma obbliga a un’attenzione feroce”» (Mario Gherarducci, ”Corriere della Sera” 19/7/2003). «Suo padrino era statoTrilussa, poeta romano, al secolo Carlo Alberto Salustri, che al papà di Sandro, Gino, rilegatore di libri, dedicò un sonetto: ”Se ce mette la mano Ciottarello / qualunque libro sia diventa bello / quindi coraggio, letterati: avanti / Ci avete chi ve lega tutti quanti”. Libri, musica, cinema e calcio: così crebbe il giovane Ciotti, che a lungo si divise tra scuola e Conservatorio, dove si diplomò in violino. Sui banchi dell’istituto Marco Antonio Colonna conobbe Franco Sensi, il presidente della Roma di oggi, più vecchio di lui di due anni. ”Sensi - rievocava Ciotti - veniva a scuola in limousine con autista ed era un buon centravanti”. [...] Nel 1949, al Forlì, allenatore Michele Andreolo, campione del mondo 1938, segnò 14 gol. Più un record: ”Trasformai 48 rigori di fila. Il segreto? Tirare rasoterra nell’angolo, senza emozionarsi”. In quel Forlì, a metà campo, si muoveva Italo Allodi, futuro creatore della Grande Inter. Ad Ancona Ciotti portava i capelli lunghi e poiché continuava a suonare in improvvisate orchestre lo soprannominarono Beethoven. In contemporanea col calcio, l’approccio al giornalismo. Prime collaborazioni a ”La Voce Repubblicana”, poi il posto al Giornale d’Italia. E nel ’58 l’approdo alla Rai, con il programma radiofonico K. O., incontri e scontri della settimana sportiva. Nello stesso anno il primo servizio da inviato, al Festival di Sanremo. Il Ciotti giornalista di Festival ne avrebbe seguiti più di quaranta. Lo sport lo riavvolse di prepotenza nell’estate 1960. Olimpiade di Roma, nellasquadra dei radiocronisti comparve Sandro Ciotti. [...] Un flash datato 1984: ”Roma-Dundee, semifinale di coppa Campioni. A pochi minuti dall’inizio non avevamo il foglio delle formazioni. Ciotti in tribuna, io a bordo campo. A tradimento mi passò la linea: E ora Gentili ci parlerà dello schieramento del Dundee. Non sapevo niente degli scozzesi e me la cavai chiamando dei giocatori coi nomi di marche di whisky. Temevo l’ira di Sandro, che però si complimentò: Bravo, in radio ci vuole fantasia, bisogna riempire il vuoto”. Di Ciotti resterà un film, Il profeta del gol, del 1976. Vita e opere di Johann Cruijff. [...] Quella pellicola è una lezione di giornalismo e vi si racconta la leggenda del bosplan, la collina del disonore. ”La palestra del grande Ajax anni Settanta - illustrò Ciotti - su quell’altura facevano gli allunghi Cruijff e compagni”. Lì si forgiò il calcio totale, chi cedeva su quelle rampe non era degno dell’Ajax. Nonsidiscute, Ciotti era uno da bosplan» (’La Gazzetta dello Sport”, 19/7/2003).