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 2003  luglio 21 Lunedì calendario


Idi Amin

AMIN Idi Koboko (Uganda) 1924~, Gedda (Arabia Saudita) 16 agosto 2003. Politico. Ex despota ugandese. «Fu nel 1979 che perse tutto e se ne dovette scappare via da Kampala. Da allora ha vissuto in esilio da buon musulmano, dopo aver governato da pessimo cristiano. […] Rubò, saccheggiò, accumulò finché esercitò il suo potere sfrenato. Ha avuto infinite mogli e numerosissimi figli [...] Ai tempi in cui imponeva il suo regno di terrore si disse che era pazzo, ma la vita che ha condotto successivamente in Arabia Saudita dimostra che ciò non era vero. Amin si divertiva, Amin se la godeva, o forse pensava che così deve fare un uomo che comanda. Gli si imputano 200 mila morti, forse 300 mila. Qualcuno dice mezzo milione. L´Africa post-coloniale ha prodotto un´infinità di dittatori. Ne è stato senz´altro il continente più prolifico. Nella stragrande maggioranza essi sono caduti in un meritatissimo oblio. incredibile invece quanto Amin sia ricordato, quasi con simpatia. Le sue sparate, i suoi eccessi, il suo regime caricaturale ne hanno fatto un personaggio fuori dal tempo, un archetipo, un Ubu re che è esistito per davvero. Un indimenticabile. Tutti i grandi giornalisti che si sono occupati di Africa hanno scritto di lui, a cominciare da Ryszard Kapuscinski (Ebano, Feltrinelli); un inglese ne ha perfino romanzato la vita (Giles Foden, The Last King of Scotland: "ultimo re di Scozia" era uno dei titoli che Amin si era auto-attribuito). Gli hanno dedicato due film e il suo personaggio compare almeno in un terzo. Idi Amin è rimasto insomma il dittatore africano per antonomasia, grottesco sanguinario avido incompetente, un uomo che faceva ridere mentre i suoi sudditi morivano a migliaia per un guizzo della sua volontà. Eppure egli è rimasto popolare tra le gente della strada di Kampala: perché non apparteneva a nessuna della maggiori tribù ugandesi, che continuano a farsi la guerra in ogni modo; e perché cacciò dal paese 50 mila indiani e pachistani - i gruppi etnici che controllano il commercio in buona parte dei paesi africani - spogliandoli di tutto. Un gesto infame, che piacque moltissimo agli ugandesi. Idi Amin nacque nel nord-ovest dell´Uganda. Era di tribù kakwa, una piccola minoranza a cavallo del confine di tre paesi: Uganda, Sudan, Congo. Venne con sua madre a Kampala e visse di espedienti, vero figlio del popolo e della strada, finché non fu arruolato poco più che ventenne nei King´s African Rifles di Sua maestà britannica, di cui l´Uganda era all´epoca uno dei tanti possedimenti coloniali. Partecipò a svariate campagne, tra cui quella contro la rivolta dei Mau Mau in Kenya, e salì rapidamente i gradi della gerarchia. Era sergente, diventò presto generale. Tanto più in fretta in quanto i britannici, che si preparavano ad andarsene, volevano "africanizzare" amministrazione e forze armate. Fu anche un bravo pugile, campione nazionale dei pesi massimi dal ´51 al ´60 (l´unica cosa che Idi Amin ha in comune con il più grande statista africano, Nelson Mandela, il quale però era un peso medio). Il primo presidente ugandese, Milton Obote, lo nomina capo di Stato maggiore ma poi lo accusa di aver rubato il tesoro dei guerriglieri anti-Mobutu del vicino Zaire (oggi Congo), che gli era stato affidato. L´unico modo di evitare l´arresto è impadronirsi del potere con un colpo di Stato. L´unico modo di non perdere il potere è uccidere i fedeli di Obote (che appartiene, lui sì, a una delle tribù più potenti e dunque controlla un poderoso sistema di obbedienza e lealtà). il gennaio del 1971: Idi Amin avvia un regno del terrore che durerà otto anni. L´aneddotica sul regime di Idi Amin è talmente ricca, talmente pittoresca da far sospettare che sia, almeno in parte, apocrifa. La gente gettata in pasto ai coccodrilli. Le teste dei nemici conservate nel frigorifero. Elizabeth Bagaya, ministro degli Esteri, accusata alla radio nazionale di aver avuto rapporti sessuali con un bianco in una toilette dell´aeroporto di Parigi. Gli uomini d´affari occidentali costretti a portare il dittatore su una specie di sedia gestatoria. Le medaglie finte che gli coprivano letteralmente l´uniforme di "maresciallo di campo a vita", il titolo che si era conferito da sé. E l´immensa armata di morti che continuava a ingrossarsi finché nel 1979 l´esercito della vicina Tanzania non invase il paese e lo spazzò via» (Pietro Veronese, ”la Repubblica” 21/7/2003). «Ha impersonato la caricatura del dittatore africano, brutale, rozzo, irrispettoso e soprattutto crudele. Ha massacrato almeno mezzo milione di suoi concittadini [...] ”puro figlio d’Africa”, come amava definirsi [...] Nessun tribunale l’ha mai giudicato per crimini contro l’umanità. In quegli anni nessuno pensava a una cosa del genere. Non si sa bene quante mogli e concubine avesse. Di figli, comunque, ne aveva a dozzine e tutti lo chiamavano con affetto ”Big Daddy” (Grande Papà). Il più famoso dei dittatori africani nasce a Koboko, un villaggio abitato dai kabaka, una piccola tribù musulmana dell’Uganda. Nonostante gli sforzi dei missionari della scuola che frequenta, resta semianalfabeta. In compenso, apprende dalla madre stregona (abbandonata dal padre) le pratiche di magia nera. Durante la guerra viene utilizzato dalle truppe coloniali inglesi in Birmania e Somalia e subito dopo nella repressione della rivolta mau-mau in Kenia. Si distingue per le azioni spietate e feroci. Viene nominato effendi (sergente maggiore), il grado più alto per un militare nero nelle forze coloniali di Sua Maestà. La sua mole, quasi due metri per oltre 120 chili, gli permette di diventare e restare per nove anni campione d’Uganda dei pesi massimi nel pugilato. Al momento dell’indipendenza il primo ministro Milton Obote lo spedisce nel Nord del Paese per reprimere le bande di razziatori di bestiame. Lui commette tali e tante atrocità (tra l’altro, si diverte a tagliare personalmente il pene dei prigionieri) che il governo inglese chiede sia processato. Obote ottiene invece che sia spedito in Gran Bretagna per un ulteriore addestramento militare. Al ritorno Obote lo nomina generale e capo di Stato maggiore e con lui organizza il colpo di Stato contro il presidente (e re dei baganda) Edward Mutebi Mutesa II. Ma il sodalizio tra i due non dura molto. Utilizzando i fondi ottenuti con contrabbando d’oro e d’avorio, il 25 gennaio 1971, Idi Amin, approfittando di un viaggio di Obote a Singapore, prende il potere. In questa impresa lo aiutano gli israeliani e i britannici che non vedevano di buon occhio la politica socialisteggiante del presidente defenestrato. Subito nomina se stesso ”Sua eccellenza presidente a vita, maresciallo di campo, Al Hadji Doctor, Croce della Regina Vittoria, Croce Militare, signore di tutte le bestie della terra e dei pesci del mare, conquistatore dell’impero britannico in Africa, in generale e in Uganda in particolare e re di Scozia”. Ma la comunità internazionale non bada al folklore: tutti si scordano delle atrocità passate e apprezzano i primi gesti del nuovo presidente che fa rientrare in patria le spoglie del re morto in esilio, apre le galere dei prigionieri politici, scioglie la polizia segreta di Obote. Nessuno si cura del fatto che intanto sta costituendo le sue squadre della morte. Solo un anno dopo, nel 1972, i sostenitori di Amin si accorgono di aver fatto male i conti. Un controgolpe organizzato da Obote, scappato in Tanzania, fallisce e Idi Amin scatena la repressione. Decine di migliaia di civili vengono massacrati per le strade. Le squadre della morte chiamate ufficialmente ”Unità di Salute Pubblica” rapiscono, torturano, ammazzano senza pietà. Gli intellettuali, un’intera generazione, vengono uccisi o costretti all’esilio. Amin, già megalomane, diventa completamente paranoico. Ordina l’assassinio dell’arcivescovo anglicano e sbatte in galera quello cattolico. Non smentisce le atrocità che gli attribuiscono i giornali, ma se ne vanta. ”I miei nemici? Li taglio a pezzi e poi getto la carne ai coccodrilli - dichiara divertito -. I loro peni? Li attacco alla cintura”. Scatena la guerra economica: espelle gli indiani e pachistani e nazionalizza tutte le imprese britanniche. Rompe le relazioni con Israele, caccia 500 consiglieri militari israeliani e si allea a Gheddafi e all’Unione Sovietica. Si proclama ”vincitore di tutte le guerre”, dispensa consigli alla regina Elisabetta e a Nixon. Reso furioso dalla gelosia, licenzia il suo ministro degli Esteri, la bella principessa Bagaya, ”per aver fatto l’amore in una toilette dell’aeroporto di Parigi con un bianco non identificato”. Il 3 luglio 1976 Amin, ”invincibile per definizione”, è coperto di ridicolo quando un commando israeliano attacca l’aeroporto di Entebbe, dove i palestinesi hanno dirottato un Airbus dell’Air France diretto ad Atene, libera 256 ostaggi e distrugge tutti gli aerei militari ugandesi. L’errore fatale lo commette nell’ottobre 1979. Con l’aiuto dei libici attacca la Tanzania per annettersi Kagera, la provincia di confine. I tanzaniani contrattaccano e arrivano a Kampala. Il gigante crudele deve scappare, prima in Libia, poi in Iraq, infine in Arabia Saudita. Ma in Uganda fomenta una piccola e sanguinaria rivolta islamica» (M. Alberizzi, ”Corriere della Sera” 17/8/2003). «[...] il 15 maggio 1974, i soldati avevano arrestato otto ”sospetti” nelle strade della capitale, rastrellati senza alcuna spiegazione. Tra loro c’era anche un vecchio maestro elementare. Il corridoio che portava alle celle era lungo venti metri, le pareti imbrattate di sangue, il pavimento fatto di assi coperte di chiodi. I sospetti furono obbligati a togliersi le scarpe e a camminare sui chiodi, mentre i guardiani li picchiavano selvaggiamente. Dopo alcune ore i soldati consegnarono loro alcune pesanti mazze di ferro. Dalla cella vicina tirarono fuori una trentina di prigionieri, più morti che vivi. ”Uccideteli” ordinarono minacciandoli con i fucili; e loro cominciarono a picchiare con le mazze fino a quando tutte le vittime rimasero immobili in una pozza di sangue. Era una pratica normale: quando la prigione era troppo affollata ”si sfoltiva” così, con le mazze e il lavoro gratuito degli altri prigionieri. I guardiani, energumeni selvaggi e analfabeti, ogni tanto organizzavano spettacoli costringendo le vittime a picchiarsi o ad avere rapporti sessuali. Nella «palestra” appendevano un poveretto e lo usavano come punching-ball. Talvolta ”dimenticavano” qualcuno nelle celle più lontane. Lo ritrovavano dopo mesi che rosicchiava il cadavere di chi era stato meno resistente di lui. Il mite maestro, costretto a diventare boia, e i suoi compagni di sventura furono trasferiti in un gulag nella foresta, nascosto tra smaglianti piantagioni di the. Per alcuni giorni non diedero loro da mangiare. I soldati, tutti di razza nilotica come Amin, un giorno cominciarono a gridare: ”Chakula, chakula” cibo, cibo. I poveretti accorsero sperando che il digiuno fosse finito. Al centro del campo, invece, i soldati sgozzarono alcuni di loro, poi, dopo aver leccato il sangue sulla lama, li tagliarono a pezzi e li infilarono sugli spiedi. ”Il pranzo è servito”, annunciarono sghignazzando. ”Avevamo fame - raccontò con mesta semplicità il maestro - ci vergognavamo tanto, ma lì c’erano i fucili. Abbiamo buttato giù e non abbiamo più detto una parola”. Storie di ordinario orrore come queste popolano le cronache dell’Uganda da quando nel 1971 questo ex sergente, mezzo clown e mezzo macellaio, prese il potere tenendolo in pugno, in un sanguinoso baccanale, fino al 1979, anno in cui i vicini tanzaniani esasperati riuscirono a cacciarlo. Dicono conservasse le teste dei nemici uccisi in frigorifero (ma forse è una leggenda); al suo medico raccontò una volta di aver praticato il cannibalismo (ma forse era una orrida vanteria); fece tagliare a una donna gambe e braccia facendole poi ricucire al contrario mostrandola poi ai parenti inorriditi (e questo è vero). Eppure Amin non è il passato, tragico e grottesco, dell’Africa, il rovescio del buon selvaggio; è il suo orribile presente. Dai grandi laghi alla Liberia nuovi Amin impazzano, tengono in pugno stati e regioni, privatizzano l’Africa, la massacrano con metodo e furore. La crudeltà, i suoi vantaggi, Amin li imparò dagli inglesi. Era un soldato di un reggimento scelto dell’impero, i King’s African Rifle. Furono gli ufficiali britannici, inamidati e spocchiosi, che gli insegnarono come si uccide silenziosamente con il coltello, come si fanno parlare i prigionieri infilando stuzzicadenti sotto le unghie, come si punisce un villaggio sospetto bruciandolo insieme agli abitanti. Lui, gigantesco, semianalfabeta, nei guai con qualsiasi lingua che non fosse il dialetto delle tribù musulmane del nord, ascoltava, imparava e metteva in pratica. C’era da combattere una guerriglia molesta a metà tra negritudine e riti demoniaci, i mau mau del Kenia. Gli inglesi usavano mezzi spicci: nei campi di concentramento bruciavano i timpani ai prigionieri con carboni accesi; ad altri tagliarono le orecchie. Un tenente, che fu pure decorato, era famoso perché contava i neri che uccideva come fossero trofei di caccia. Amin era un apprezzato aguzzino, obbediente e instancabile. Il maggiore Ian Grahame scrisse sulle note caratteristiche: ”Forte valoroso leale, un vanto del reggimento”. ”Il vanto” era specializzato negli interrogatori. Quando i suoi ascari circondavano un villaggio faceva allineare gli uomini e li costringeva a depositare il pene su una pietra. Poi con il ”panga”, un coltellaccio locale, minacciava di evirarli se non consegnavano le armi e i capi della setta. Il bottino dei raid era sempre sontuoso. Quando l’Uganda divenne indipendente e fu affidato a Milton Obote, Amin era già salito, con questi metodi, alla carica di capo di stato maggiore. Obote era un chiacchierone, confusionario, arrogante e poco democratico. E coltivava idee pericolose: per esempio ridurre i latifondi dei coloni. Seccati da tanta ingratitudine furono proprio gli inglesi a favorire il golpe del loro affettuoso sergente. Insieme agli israeliani che cercavano un alleato contro i fondamentalisti sudanesi. Fu per entrambi un cattivo affare. Amin come altri dittatori africani viveva a metà strada tra due mondi. Adorava quello dei vecchi padroni, sognava che lo adottassero riconoscendolo come uno di loro. Per questo pretendeva una scorta di scozzesi con le cornamuse quando veniva a Londra, e scriveva alla regina offrendo capre e banane per sfamare gli inglesi in difficoltà. Lo prendevano per svitato e lui, ferito, reagiva facendosi portare in giro su un baldacchino sorretto da alcuni malcapitati uomini d’affari inglesi. Ma la psicanalisi non spiega tutto. Amin , con la sua astuzia selvatica, aveva compreso che si poteva sfruttare, per tenere il potere, anche il mondo nuovo, quello dell’Africa indipendente e terzomondista. L’ex pugile che sosteneva di poter battere sul ring anche Cassius Clay spingeva il tasto dell’anticolonialisno, faceva l’occhiolino all’Urss, aiutava i palestinesi e il terrorismo arabo. I leader che oggi lo maledicono, definendolo un orco impazzito e cannibale, per anni hanno applaudito le sue tirate contro i colonialisti, lo consideravano un eroe dell’africa e lo accoglievano con tutti gli onori ai vertici della organizzazione per l’unità africana, facevano finta di non sentire quando tesseva gli elogi di Hitler. Sembra incredibile ma in Uganda riscuoteva consenso: in un paese dove ogni mattina si vedevano galleggiare nel Nilo le carcasse dei suoi oppositori mangiucchiate dai coccodrilli. Dei suoi massacri si è perso il conto. Faceva uccidere vescovi e ministri, ugandesi e indiani, mogli e presunti agenti della Cia. Eppure piaceva quel gigante obeso che accumulava donne e faceva politica come se fosse un continuo spettacolo. La sua bibbia economica aveva un solo articolo: quando manca il denaro basta stamparne dell’altro. L’Uganda, un tempo ricco, era ridotto in miseria. Un colpo definitivo lo subì quando i commandos israeliani gli portarono via sotto il naso gli ostaggi di un aereo dirottato dai palestinesi che lui aveva ospitato a Entebbe. Cercarono decine di volte di ammazzarlo; alla fine riuscirono a organizzare un golpe abbastanza efficiente. Si rifugiò da Gheddafi, poi ripiegò sull’Arabia Saudita. Fingeva di essere diventato piissimo. Viveva tra piscine, auto di lusso, bar dei grandi alberghi e belle donne che importava dal suo vecchio regno, per attenuare la nostalgia» (’La Stampa” 17/8/2003).