Varie, 20 luglio 2003
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Roddick Andy
• Omaha (Stati Uniti) 30 agosto 1982. Tennista. Ha vinto gli Us Open del 2003. Ha perso quattro finali dello slam, tutte contro Roger Federer: Us Open 2006, Wimbledon 2004, 5005, 2009 (16-14 al quinto set) • «[...] oltre al servizio [...] ha veramente poco. Gli esperti sostengono che, considerata la violenza della sua battuta, difficilmente arriverà a 30 anni senza guai seri alla spalla destra. Il movimento in battuta di Roddick, dicono, è molto in stile baseball, e i lanciatori di baseball si riposano tra un match e l’altro quattro giorni, tempo che il marine americano non può concedersi» (Andrea Scanzi, ”il manifesto” 27/1/2005) • «Ha grandi problemi di concentrazione, è una specie di Maradona della racchetta. Tecnica e distrazione si mescolano nei suoi cromosomi. stato tirato su bene da papà Jerry, che si occupa di investimenti, e mamma Blanche, già insegnante e ora casalinga. Ha due fratelli a cui è molto unito. Una famiglia americana di Omaha, Nebraska. Solidi principi. Andy è un bravo ragazzo e rappresenta alla perfezione la nuova generazione di tennisti americani (Fish, Blake) che, a differenza degli ”anziani”, sono molto uniti tra di loro, si frequentano, si piacciono, si stimano. Bravo – anche a golf – ma discontinuo. Brad Gilbert è l’uomo giusto per rimetterlo in riga, per aiutarlo a crescere» (Roberto Perrone, ”Corriere della Sera” 30/6/2003) • «Chi è nato ad Omaha è abituato a combattere e a vivere ogni giorno come se fosse un D-Day, anche se l’Omaha di Roddick è nel Nebraska e la prima spiaggia disponibile è tre Stati più a Sud. Chi è cresciuto ad Omaha, prima di trasferirsi al sole della Florida, sa scegliere le parole per commentare con la giusta dose di solennità il primo trionfo in uno Slam della carriera. ”Penso non si potesse scegliere una sceneggiatura migliore di questa. L’emozione del ritiro di Sampras, la commozione per l’addio di Chang... tutto molto bello, è tutto molto intenso”.[...] Un biondino che sembra uscito da un frullato di Courier, Agassi e Connors, la faccia tosta come McEnroe, teatrale più di Andre nell’esultanza, la bocca spalancata da fumetto in carne e ossa, i colpi accelerati da videogioco in avanzamento veloce, l’antipatia di Jimbo (nello spogliatoio pochi colleghi lo amano) e una fidanzata glamour come Sampras, Mandy Moore, attricetta e cantante pop, abbastanza popolare negli Stati Uniti da finire sulla Cnn labbra contro labbra con il suo Andy, la risposta per teenager (lui 21 anni, lei 19) a Ben Affleck e Jennifer Lopez. [...]» (Gaia Piccardi, ”Corriere della Sera” 9/9/2003) • «C’era una volta un bambino che nascondeva gli occhi storti sotto un cappellino da baseball. Un fratello, John, era All Americanalla University of Georgia, e l’altro, Lawrence, era un dio delle immersioni sub, ma lui voleva fare di più, molto di più: ”Mai pensato a fare il dottore o l’ingegnere, per me college voleva dire sport, diventare tennista”. Papà Jerry, che investiva in Borsa e mamma Blanche, casalinga, molto sportivi, lo avrebbero voluto eroe del football, dell’University of Nebraska, di cui sono fanatici. Si spostavano sempre: da Omaha, Nebraska, dove è nato Andy, ad Austin, Texas, quando aveva 4 anni. E i vicini protestavano sempre per quegli ”sdeng- stack”, i rumori metallici di una pallina che picchiava a tutte le ore contro la porta di un garage. ”I ragazzi erano pazzi per il tennis. Una volta a El Paso, alla vigilia di Natale, girammo fino alle 10 di sera per trovare un campo con le luci”, racconta mamma Blanche. E così, quando Andy aveva 10 anni, ci fu l’ultimo trasloco, a Boca Raton, Florida, il paradiso dei tennisti. Nell’ex palude il ragazzino col cappellino diventò l’attrazione locale. Tanto che un giorno che un fotografo e un cronista italiani fecero visita alla grande speranza Monique Viele, teenager tutta imbellettata già a 15 anni, quella teppa di suo fratello sussurrò complice: ”Che venite a fare qui? Quello vero è A- Rod”. Anche se a casa Roddick erano scintille. Mamy educava il ribelle con multe salate. ”Ogni protesta mi toglieva 5 dollari dalla paghetta. Io insistevo e lei arrivava a 10, a 15 dollari a botta. Non avevo mai una lira”, schiumava di rabbia Andy picchiando ancor più forte in garage, anche se non vinceva mai. Nemmeno nel basket e nel golf. Però, poi, di pura forza e volontà, a 18 anni diventò il numero 1 della categoria, sradicando Australian Open e Us Open juniores senza perdere un set. E annunciò ai suoi: ”Passo pro”. Sveglia alle 5.30, un’occhiata ai giornali (’Solo lo sport”) , mezz’ora in catalessi (’Al risveglio Andy è intrattabile”, svela l’amico Mardy Fish), colazione, alle 6.30 novanta minuti d’allenamento prima della scuola, alle 2 ancora incampo, per 4 ore, poi a casa a fare i compiti, cena e a letto. Così per due anni, sotto l’ex pro francese Tarik Benhabiles: – Mi ha dato le basi e mi ha portato in alto”. Come premio i successi Challenger 2000 e, a 19 anni e spiccioli, il record di più giovane top 20 del mondo 2001. Ma soprattutto: ”Battere Sampras a Key Biscayne, una delle emozioni più forti della vita; il primo successo Atp, ad Atlanta, più giovane teenager Usa, dopo Chang, i giornali erano pieni di titoli così; debuttare in Davis, contro l’India vinsi i due match, ero del gruppo”. Grazie allo sponsor Andre Agassi, che l’ha voluto in Davis per – annusare l’aria dei professionisti come sparring partner” e gli ha tirato fuori l’anima guerriera. ”Ci ho messo più di altri perché avevo dei problemini tecnici e caratteriali”. Perché il ribelle di casa, era ribelle anche in campo, con troppe palline lanciate in tribuna per stizza, troppe racchette scagliate con violenza per terra, troppe partite vinte moralmente ma perse nel punteggio finale. [...] Voleva spaccare il mondo con servizi a 232 chilometri all’ora (il record che eguagliava a Wimbledon) o a 240 come il primato che ha fissato nel 2003, accoppiandoli a dritti di impressionante potenza. Altri due titoli, altre due finali, l’ingresso fra i primi 10 del mondo, ma negli Slam, i tornei che contano, restava lontano, e gli venivano i crampi e non accontentava il suo orgoglio. E così, dopo il disastro nel primo turno del Roland Garros 2003, salutava il vecchio, caro, amico Tarik e s’affidava anima e corpo a quel diavolo di Brad Gilbert, il cultore del ”vinci giocando sporco”. ”Girati il cappellino dalla parte giusta; usa tutta la tua potenza, ma non tirare sempre dalla stessa parte per spaccare l’avversario dove dici tu; non aver paura del tuo rovescio, picchialo e diventerà vincente”, gli ha detto ”la voce fresca”. E A-Rod ha perso due sole partite: con Federer a Wimbledon e con Henman a Washington: ”Prima andavo nel panico, adesso sono così calmo che quasi m’impressiono. Certo, anche nella prima finale dello Slam, proprio agli Us Open, contro il nuovo numero uno del mondo, Ferrero. Sono venuto tante volte agli Us Open, ero qui quando Connors arrivò in semifinale da vecchio, a.... 67 anni (39, nel 1991, n.d.r.). Adesso vinco io mentre Sampras e Chang si ritirano: come sperare in una storia migliore?”..Una favola americana. Anche troppo bella per essere tutta vera» (Vincenzo Martucci, ”La Gazzetta dello Sport” 9/9/2003) • «Ilie Nastase, John Newcombe, Jimmy Connors, Bjorn Borg, John McEnroe, Ivan Lendl, Mats Wilander, Stefan Edberg, Boris Becker, Jim Courier, Pete Sampras, Andre Agassi, Thomas Muster, Marcelo Rios, Carlos Moya, Yevgeny Kafelnikov, Pat Rafter, Marat Safin, Gustavo Kuerten, Lleyton Hewitt, Juan Carlos Ferrero, e infine Andy Roddick. Dall´inizio dell´Era del Computer tutte queste maglie gialle sono sfilate davanti ai nostri occhi ammirati, in testa al giro del mondo con racchetta. Qualcuno di loro non aveva solo talento, ma solidità, come il Divino Sampras, che è rimasto al n. 1 per un totale di 286 settimane, Buster Keaton Lendl 270, Jimmy l´Antipatico Connors 207. Altri, tipo Pat Rafter e Carlos Moya sono passati come le stelle a San Lorenzo, e già si fatica a ricordarli, se non per la loro bellezza. [...] Roddick somiglierà alle stelle vere, o alle comete? Non è facilissimo, privo come sono della sfera di vetro, leggere nel suo futuro. Così, a prima vista, direi che galleggerà a metà del gruppo, anche perché i suoi avversari di oggi non sembrano Immortali, come vengono qualificati i campioni ammessi alla Hall of Fame di Newport. [...] Giudicato una sorta di killer del servizio [...] uel che impressiona, di lui, è spesso la violenza, la facilità di superare i 220 orari, velocità che pare oltre i limiti fisiologici di ribattuta. [...] Sono dunque leciti i dubbi di chi già afferma che il bambino americano è un campione a metà? Direi di no. Non si vincono gli US Open, due Supernove, e tre altri grossi tornei se non si è qualcosina più di un stella filante. Certo, Andy non è un campione a tutto campo, rimane, per ora, un attaccante dal fondo, usa il rovescio soltanto per palleggiare, o per passare. Ma nessuno dovrebbe essere in grado di togliergli facilmente l´iniziativa nei games di battuta, né di palleggiargli impunemente sul diritto. ”Ho moltissimo da imparare” l´ho sentito dire con divertita sorpresa. E´ anche intelligente, quindi, e per niente montato. Non è un genio, d´accordo. Ma quanti sono i geni, in questo gioco?» (Gianni Clerici, ”la Repubblica” 1/11/2003).