Varie, 20 luglio 2003
Tags : Maria Mutola
Mutola Maria
• de Lourdes Maputo (Mozambico) 27 ottobre 1972. Mezzofondista. Campionessa olimpica degli 800 a Sydney 2000, campionessa mondiale nel 1993 e nel 2001. «Non sarà bella, ma è affascinante. Affascinante come corre […] Certo, non è facile seguire le sue orme, ma forse per percorrere questa strada è necessario aver conosciuto la fame, aver avuto paura della guerra civile che da sempre incatena il suo Mozambico. Una guerra dimenticata, una delle tante. Lei, Maria, è diventata l’orgoglio di questo paese, soppiantando nel cuore della sua gente addirittura Eusebio, che prese la nazionalità portoghese per giocare nel Benfica. Eppure anche lei avrebbe potuto sedersi, perché con il suo fare da maschiaccio, a Maputo, era diventata una piccola celebrità giocando a pallone. Ci dava dentro, scattava e segnava anche giocando con gli uomini. Invece ha cercato di andare a studiare negli Stati Uniti. Non aveva una lira e riuscì a varcare l’oceano solo grazie a una colletta e al contributo del fondo di solidarietà del Cio che le permise di iscriversi a una scuola superiore di Eugene. Eugene è la culla della Nike, l’azienda che nei primi anni Novanta l’ha presa sotto l’ala e le ha permesso di diventare ciò che è diventata […] Eppure Maria non si dà delle arie, non snobba mai chi paga il biglietto per sedersi sulle tribune dello stadio dove corre. l’indiscussa numero uno degli 800 […] Cosa può sognare ancora? ”Sognerei il primato del mondo – dice con un velo di tristezza – ma quell’ 1’53’’28 della Kratochvilova per me è irraggiungibile”. Già, quella della Kratochvilova era un’altra atletica, scritta da donne mostruose che si sgonfiavano come gomme bucate una volta conclusa la carriera. Onore alla Mutola, onore a una campionessa uscita da un mondo senza futuro» (Pierangelo Molinaro, ”La Gazzetta dello Sport” 20/7/2003). «’Sì, giocavo anch’io a calcio, ma non ero centravanti, bensì ala sinistra. Toccavo bene il pallone con ambedue i piedi, ma sulla fascia sinistra mi veniva più facile scappare via, tagliare verso l’area e tirare. Sì, segnavo, segnavo molto, anche agli uomini. No, non avevo paura della loro forza, sapevo farmi rispettare. Ma che futuro può avere una donna nel pallone? Nessuno. Così ho preferito correre. La nostra famiglia non aveva tanti mezzi, ma è terribilmente sportiva. Siamo in sei, 4 sorelle. Mio fratello Carlos ad esempio, è stato nazionale di basket [...] A 15 anni grazie al denaro del fondo olimpico di solidarietà sono riuscita ad andare negli Stati Uniti, a Eugene, dove mi sono iscritta alla high school e ho potuto continuare a correre”. Eugene, Oregon, la pista vicino alla sede della Nike, l’industria che a Beavertown confeziona calzature e abbigliamento sportivo. Qualcuno dell’entourage rimase impressionato dalla cattiveria in pista di questa ragazzina nera. ”E mi fecero il primo contratto. Non era tanto denaro, ma riuscivo anche a spedirne a casa. Avevo 15anni. Ricordo la prima volta che andai a New York per correre ai Millrose Games: mi girava la testa guardando i grattacieli”» (Pierangelo Molinaro, ”La Gazzetta dello Sport” 14/8/2003).