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 2003  luglio 20 Domenica calendario

DE OLIVEIRA Manoel Oporto (Portogallo) 12 dicembre 1908. Regista • «[...] nato ricco, atleta, campione di salto con l’asta, acrobata, pilota automobilistico, attore, dandy e seduttore al volante della sua Packard decappotabile, figura delle cronache mondane, incarcerato dalla polizia del dittatore Salazar, dirigente industriale dell’azienda paterna, espropriato dalla ”rivoluzione dei garofani”, proprietario di una casa disegnata da un allievo di Le Corbusier completata da un collaboratore di Niemeyer, sposato e padre di quattro figli, cineasta meraviglioso

DE OLIVEIRA Manoel Oporto (Portogallo) 12 dicembre 1908. Regista • «[...] nato ricco, atleta, campione di salto con l’asta, acrobata, pilota automobilistico, attore, dandy e seduttore al volante della sua Packard decappotabile, figura delle cronache mondane, incarcerato dalla polizia del dittatore Salazar, dirigente industriale dell’azienda paterna, espropriato dalla ”rivoluzione dei garofani”, proprietario di una casa disegnata da un allievo di Le Corbusier completata da un collaboratore di Niemeyer, sposato e padre di quattro figli, cineasta meraviglioso. [...]» (Lietta Tornabuoni, ”La Stampa” 27/11/2005). «Grande maestro, Manoel de Oliveira: i suoi film emanano un incantamento raro. Siedi nel buio, guardi immagini stupende e inquadrature preziose, ascolti testi bellissimi che esprimono idee profonde e perturbanti: si può chiedere di più? [...]» (l. t., ”La Stampa” 3/9/2005). «Il più grande regista cinematografico del Portogallo, ospite regolare della Mostra di Venezia […] Nobile e misterioso come il suo cinema […] ”Il teatro è quello che si fa su un set prima di mettersi a girare il film. Il teatro è materiale con attori in carne e ossa, il cinema è immateriale, fatto di fantasmi. Il teatro finisce quando finisce lo spettacolo, il cinema comincia quando lo spettacolo è finito”» (Simonetta Robiony, ”La Stampa” 18/7/2003). «Famoso per un stile astratto e magnifico che isola ogni istante di tempo e che con Le soulier de satin raggiunse le sette ore di filmato, è incapace di dare risposte secche: dietro ogni precisazione ce n’è un’altra e un’altra ancora, esattamente come fa i i suoi film. Un incontro con lui dura ore. [...] ”Credo che i festival siano importanti. Vedere film che presentano paesaggi, storie, costumi, etnie diverse è un modo per battersi contro la globalizzazione perchè ci fa conoscere la identità degli altri. la concretizzazione del senso della liberta. Cos’è infatti la libertà? Non è un diritto, la libertà, ma un dovere. Il dovere di rispettare il prossimo. [...] Il passato è il solo tempo possibile. Il futuro si ignora, il presente se ne va in un attimo. Se non c’è la memoria del passato non c’è identità. Il guaio e che oggi non si insegna ai bambini a coltivare la memoria. Si pensa al successo, ai soldi e basta. questo ci ha portati in un vicolo cieco. Più denaro, più sviluppo, più inquinamento, più disuguaglianze. Non vedo via d’uscita per ora. [...] Sono un autore indipendente. In Italia ho cominciato ad essere noto con Francisca, poi con Parola e utopia. Negli Stati Uniti con Le soulier de satin che andò a Venezia e mi fece ottenere un riconoscimento con John Houston e con Fellini. In quell’occasione fui anche chiamato ad Hollywood come nome di prestigio. Non ci andai perchè ne temevo i condizionamenti. [...] Il cinema come il teatro è il racconto della vita. Finché c’è vita ci sarà cinema. Mi preoccupa piuttosto il grande consenso di pubblico che incontrano oggi alcune cose orribili viste in sala o trasmesse dalla televisione. [...] Sono stato uno sportivo. Mangio quel che mi piace evitando ciò che mi fa male. Lavoro. E ho smesso di fumare da quarant’anni. Avevo cominciato suggestionato dai miei compagni anche se non mi piaceva ed ero arrivato a fumare più di due pacchetti di sigarette al giorno, ignorando che mi danneggiassero. Era diventato un vizio. Ma ciò che ci piace sono proprio i vizi. [...] Da cosa nascono i miei film? Dal mio subconscio”» (Simonetta Robiony, ”La Stampa” 14/10/2003). «Il più delle volte non riesco a dire perché ho risolto quella scena in quel modo: so solo che cerco di comunicare allo spettatore ciò che penso» (Roberto Nepoti, ”la Repubblica” 19/7/2004). Vedi anche: Tullio Kezich, ”Sette” n. 8/2002;