Nicoletta Picchio, "L’Italia che conta", Il Sole 24 Ore, Milano 2003, 18 luglio 2003
Tre secoli fa, sulla piana della fascia ionica che va da Corigliano a Isola Capo Rizzuto, i conci per produrre liquirizia erano una miriade
Tre secoli fa, sulla piana della fascia ionica che va da Corigliano a Isola Capo Rizzuto, i conci per produrre liquirizia erano una miriade. I contadini strappavano la pianta dal terreno perché la credevano infestante. Più tardi si scoprì che non era vero. La nascita del concio, cioè della procedura per trasformare la liquirizia, si fa coincidere con il 1731. Le radici vengono spezzettate, rese morbide con una mola di pietra, messe a bollire assieme all’acqua in grandi caldaie. La pasta ottenuta viene pressata, ribollita, consolidata in piatti, fino a che diventa solida. Le donne lavoravano la pasta bollente a mano. Raccolta da ottobre a marzo, lavorazione estiva: in caso di scarsità di manodopera si facevano venire dalla Basilicata i pillucci, detti così perché si avvolgevano le caviglie con strisce di pelli. I Borboni proteggevano la produzione di liquirizia calabrese, che va invece in crisi con l’Unità d’Italia per via dei dazi.