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 2003  luglio 17 Giovedì calendario

Nadal Rafael

• Maiorca (Spagna) 3 giugno 1986. Tennista. Dieci titoli del grande slam: sei Roland Garros (2005, 2006, 2007, 2008, 2010, 2011), due Wimbledon (2008, 2010), un Australian Open (2009), un Us Open (2010) • «[...] la sua famiglia è borghese: una famiglia unita, dai forti valori e dallo spirito sportivo, tanto che un fratello di papà, Toni, gestiva un circolo tennis di 5 campi in terra rossa e l’altro, Miguel Angel, era calciatore professionista e colonna della difesa del Barcellona e della nazionale spagnola. Fortuna è stato quindi avere testa e fisico da atleta. Fortuna è stato nascere a Manocor, nell’isola di Maiorca, dove i campioni dello sport spuntano come funghi. Fortuna è stato avere un ”fratello maggiore” come il il collega e corregionale Carlos Moya. [...] A 4 anni ”Rafa”, come l’hanno sempre chiamato, teneva spesso gli occhi bassi alla ricerca di una palla: piccola e gialla come quella di tennis o grande e a rombi come quella di calcio. Zio Toni gli aveva appena messo in mano la prima racchetta: era stato un buon seconda categoria nazionale, anche se il fenomeno era sempre l’altro fratello, Miguel Angel, già campione delle Baleari. Il moretto coi capelli tagliati da paggetto parlava poco e velocissimo, quanto correvano le sue dita sui tasti dei videogames, ma batteva coetanei e ragazzi più grandi anche di un paio d’anni, senza problemi. Si fermava solo per ascoltare zio Toni: ”Gli raccontavo che ero stato calciatore anch’io, gli dicevo che avevo battuto tutti anche a tennis, e soprattutto gli facevo credere che avevo virtù superiori, che potevo forzare il destino. Erano trucchi per educarlo alla disciplina”, racconta il suo angelo. Perché Rafa è testardo e quando partiva per la tangente non si fermava più, tanto alla fine vinceva lo stesso: ”Allora andava anche spesso a rete”. Solo che a 7 anni incontrò un tipo più forte e stava perdendo netto, 3-0, quando zio Toni gli disse: ”Che combini? Ragiona, non farti battere dalle emozioni, altrimenti io che sono un mago fermo la partita con la pioggia”. Ma, una volta in trance come venerdì a Siviglia quando ha travolto Andy Roddick, Rafa continuò come diceva lui e arrivò a 3-2, quando la pioggia cominciò davvero a cadere. Allora il ragazzino corse in tribuna, in lacrime: ”Ti prego, zio, io voglio vincere. Giuro che gioco con calma, giuro che penso, ma fai riprendere il match”. Così, imparando ad ascoltare sempre zio Toni, l’aspirante tennista Rafael Nadal ha imparato a rispettare gli avversari (è la prima regola dello sport e della vita”), a non rompere mai racchette (’C’è tanta gente che non può permettersene una, non è giusto distruggerla così, per un gesto di rabbia”), a essere umile (’Siamo tutti uguali, non si è migliora solo perché si tira la palla di là di una rete, ci sono cose ben più importanti”), a non bruciare le tappe (’Ha fatto tutta la trafila normale, senza tante wild card per giocare tornei superiori alle sue possibilità e senza lussi”). Così, a 8 anni Rafa batteva quelli di 12, ma soprattutto, a 10 anni, superava lo zio campione, Miguel Angel, e a 12, dovendo decidere fra calcio (’Che preferiva”) e tennis (’Do’era appena diventato campione d’Europa”), scelse definitivamente la racchetta. Intanto gli era nato il primo grande amore tennistico della sua giovane carriera, quello per l’altro majorchino, Carlos Moya: ”Appena l’ho visto giocare ho pensato: ”Un giorno voglio lottare come lui’” [...] Figurati che emozione provò quando, a 14 anni, Moya riuscì a svicolare dalla scuola della fatica di Barcellona e a tornare a casa solo a patto di allenarsi col fenomeno Nadal: un po’ nella capitale, un po’ a metà strada da Manocor, a 50 chilometri, sui campi veloci dell’hotel Marriott di Son Antem. Intanto il ragazzino s’era fatto un nome anche fra i professionisti: aveva sostituito all’ultimo momento Boris Becker nel torneo seniores di Santa Ponsa contro Pat Cash, campione a Wimbledon 1987, lui che ancora vegetava nei tornei Futures, e l’aveva clamorosamente battuto. ”Al momento mi vergognai pure, mi sono ripreso solo quando quel terribile mancino spagnolo di 14 anni eliminò Ancic a Wimbledon 2003”, ha raccontato poi l’australiano. Allora, nel 2000, nella trionfale finale di coppa Davis Spagna-Australia di Barcellona, Rafa giocava solo come raccattapalle. Solo nel 2001 cominciava la calata fra i pro, bruciando come al solito le tappe e guadagnando 715mila dollari di premi che, aggiunti alle sponsorizzazioni Nike e Babolat, lo fanno già un milionario (in dollari). A 18 anni chiede il premesso a papà per uscire la sera, non ha né la moto né l’automobile. Appena può torna a Maiorca e scappa a pesca, ben felice di cucinare poi per la famiglia la sua ultima invenzione di ”pasta ai frutti di mare”. Più fortuna di così» (Vincenzo Martucci, ”La Gazzetta dello Sport” 7/12/2004) • «Simil-analfabeta […] si esprime non si dice in castigliano, e neanche in catalano, ma in un gergo meno comprensibile, che - mi dicono gli amici spagnoli - si chiama maiorchino. […] Viene infatti dall’ isola di Maiorca, un posto fin qui noto per gli amori di Chopin e George Sand, e per ospitato una raffinata colonia inglese, nella quale primeggiava il poeta Robert Graves: non certo per i tennisti. A Mallorca, in un tempo non lontano, è nato però un bellissimo ragazzo, che in altri tempi sarebbe stato bagnino. […] Questo tipetto dal viso paffuto, non dissimile da Charlie Brown, ha avuto in sorte un braccio mancino col quale avrebbe potuto gestire irresistibili affondo, centrare un canestro da tre, mettere ko un peso massimo. Per la nostra fortuna di aficionados, ha trovato sul suo percorso una racchetta, e un campione come Moya, bisognoso di allenarsi. E tanto bene lo ha allenato, che alla prima occasione, ad Amburgo, ne è stato battuto. Rimaneva il dubbio che questo piccolo arrotino potesse smarrirsi, trasportato sui prati dalle native spiagge. Ma, con qualche ragionevole riluttanza nei riguardi della rete, il piccolo non solo allenta liftoni, ma, alla prima necessità, stacca la manina bruna dalla presa bimane, e perpetra taglietti avvelenati quasi fosse nato sulle rive del Tamigi. Di questo fenomeno ha raccontato un aneddoto interessante Cash al mio amico Cazzaniga: ”Dovevo giocare una esibizione a Mallorca con Becker. Mezz’ora prima della partita, Boris si nega, per una bua. Giocherai con un ragazzino quattordicenne, l’unico tennista disponibile, mi dicono. Vado in campo preoccupato di fargli fare qualche game, perché magari non mi si metta a piangere. Perdo facile, in due set, e solo allora gli domando come si chiami: Rafael Nadal”» (Gianni Clerici, ”la Repubblica” 26/6/2003) • «Il ragazzino è terribile. Non solo a sedici anni era già entrato fra i primi 100 del mondo. Non solo, nonostante la fama da terraiolo, è arrivato al terzo turno di Wimbledon. […] Gli occhi sono due vivacissime fessure di ossidiana, scolpite dentro un faccino serio e tenero insieme, da pokemon mediterraneo. La mente è da senatore: ”Mi chiedono spesso se giocare a questi ritmi, alla mia età, è un sacrificio. Forse, ma i miei coetanei sono a casa, con un libro in mano, a studiare. Io sono qui, all’aria aperta, a giocare a tennis. E mi diverto”. Maturo e sicuro da far quasi paura, il niño» (’La Stampa”, 26/6/2003).