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 2003  luglio 16 Mercoledì calendario

RICUCCI

RICUCCI Stefano Roma 11 ottobre 1962. Finanziere. Arrestato il 18 aprile 2006 (aggiotaggio) • «[...] immobiliarista romano diventato in pochi mesi l’’uomo nuovo” della finanza italiana. Ricucci, del resto, è presente in tutte le partite che contano. [...] Fino al 2002 Ricucci era famoso soprattutto per il fidanzamento con Anna Falchi [...]. Da quel momento in poi, invece, il suo nome è entrato con sempre maggior frequenza nelle cronache finanziarie, grazie a una serie impressionante di acquisti di partecipazioni azionarie per svariate centinaia di milioni di euro. Acquisti che allora come oggi hanno sempre sollevato un interrogativo: dove prende tutti questi soldi Ricucci? L’uomo nuovo della finanza italiana, alla guida di un gruppo controllato tramite la Magiste che secondo i suoi calcoli ha un valore complessivo di circa 2,15 miliardi di euro (1,3 miliardi di partecipazioni azionarie e 850 milioni di patrimonio immobiliare), non nasce ricco. Figlio di un autista dell’Atac, ha trascorso l’adolescenza a San Cesareo, un paese a Sud di Roma. La ”leggenda” narra che la sua fortuna inizia grazie alla liquidazione del padre con la quale compra un immobile che rivende quasi subito guadagnandoci e reinvestendo i proventi in altri immobili. Da allora, dice lui, è stato tutto un volano di felici affari immobiliari, anche se secondo alcuni il suo vero ”colpo” è stata l’apertura di uno studio odontotecnico ai Castelli: tra i clienti, infatti, Ricucci avrebbe conosciuto un importante dirigente di banca che l’avrebbe introdotto nei giri che contano. E in questi giri l’ex odontotecnico avrebbe incontrato gli uomini che gli hanno cambiato la vita: Gianpiero Fiorani e Emilio Gnutti. Fantasie o realtà? Comunque sia, i veri affari, Ricucci li inizia a fare proprio con loro. E sono tutte fortunate operazioni di Borsa, nelle quali sia Fiorani che Gnutti hanno ruoli di primo piano. Dismessi immobili per circa 200 miliardi di lire (100 milioni di euro), nel 2000 Ricucci rileva per circa 250 miliardi di lire (125 milioni di euro) il 3% di Hopa (la finanziaria di Gnutti e dei suoi soci bresciani). Poco dopo la Hopa partecipa con la sua controllata Bell alla scalata di Olivetti a Telecom. E quando Tronchetti Provera rileva Telecom, Ricucci incassa consistenti plusvalenze. Nello stesso anno Ricucci entra con il 5% nella Iil, Investimenti immobiliari lombardi. E realizza un forte guadagno quando la Iil viene comprata dalla Popolare di Lodi di Fiorani, nel cui capitale l’immobiliarista romano è arrivato fino al 4,9% per poi ridiscendere all´1,9% attuale. Nel 2001, sempre al seguito di Gnutti e dei bresciani, Ricucci rileva il 14% in Holinvest e partecipa all’operazione Serenissima-Infracom (lo spin off dell’Autostrada Brescia-Padova), con la Fondazione Cassa di Verona di Paolo Biasi. Nel 2002 il gran colpo: entra in Capitalia con il 4% circa facendo esclamare a Cesare Geronzi la famosa frase ”Ricucci chi?” e ne esce alcuni mesi dopo con una plusvalenza ”mostruosa” (si parla di 120 milioni). Nel 2003 entra prima in Bnl e poi in Rcs, con sempre un unico grande obiettivo: fare l’ago della bilancia e realizzare plusvalenze (pari secondo i suoi calcoli dal 2000 ad oggi a 500 milioni per le operazioni finanziarie e a 200 milioni per le operazioni immobiliari). In questa chiave si spiegano anche i suoi cambiamenti di fronte, come in Bnl, dove doveva affiancare il patto Bbva-Generali-Della Valle e invece si è inserito nel contropatto di Caltagirone, e i suoi repentini dietro-front, come l’uscita da Capitalia, che inizialmente doveva essere un investimento strategico. [...]» (Fabio Massimo Signoretti, ”la Repubblica” 23/4/2005). «Il volto nuovo della finanza italiana. Originario dei Castelli ma con una splendida casa a via Margutta, un figlio e alle spalle un matrimonio ed una storia con Anna Falchi, ha esordito con grande successo nel campo immobiliare dove è riuscito ad accumulare un ingente patrimonio poi liquidato (negli ultimi due anni e mezzo avrebbe incassato qualcosa come 300 milioni di euro) per acquisire quote importanti di banche e società finanziarie. Presidente della società di famiglia, la Magiste (da Matteo e Gina, i genitori) la holding nata negli anni ottanta che vanta un giro d’affari di 500 milioni di euro che ha ampliato la partecipazione all’azionariato di Capitalia passando da una quota del 2,095% al 3,693%. anche consigliere e socio al 3,7% di Hopa, la finanziaria bresciana che fa capo ad Emilio Gnutti. Proprietario di un panfilo, amante degli orologi e del blu, controlla il 3,90% della Popolare di Lodi» (’Il Messaggero” 25/6/2003). «Ammette che a muoverlo è ”l’ambizione, la voglia di arrivare a fare qualcosa di importante”. E che ”nell’alta finanza i soldi non bastano se poi non ti invitano ai tavoli che contano”. E, fino a qualche tempo fa, Stefano Ricucci, a quei tavoli, non sedeva. Oggi, dopo aver comprato il 3,9% di Capitalia, il 3,9% della Popolare di Lodi (’ora è il 2%”) e il 3% della Hopa, la finanziaria di Emilio Gnutti, sono cambiate molte cose. ”La scorsa settimana mi hanno chiesto l’autografo perché ho dato la disponibilità a sottoscrivere fino a 20 milioni di inoptato dell’aumento di capitale nella Lazio. Mi è sembrato assurdo: ho fatto operazioni per centinaia di milioni di euro e mi riconoscono solo per i 20 della Lazio”. E, forse, per il legame con Anna Falchi, che ha regalato a Ricucci la prima notorietà. La ”scalata” comincia negli anni 80 ”quando San Cesareo, un paese vicino a Roma, si stacca da Zagarolo per fare Comune a sé. Il nuovo piano regolatore rende edificabile un piccolo terreno di mia madre e mio padre mette un’ipoteca sulla casa. Con alcuni costruttori realizzo un piccolo centro commerciale. Riesco a convincere la banca e la farmacia a trasferirsi lì, e il centro decolla. Ho guadagnato 186 milioni di lire”. Ricucci vende, deposita in banca e chiede nuovi affidamenti. Così dopo San Cesareo ”con 1 miliardo ho comprato un’altra area, ceduta dopo sei mesi a 1,7 miliardi”. Racconta Ricucci che grazie a questo meccanismo fa crescere il suo gruppo che controlla con la lussemburghese Magiste: vende sulla carta, deposita in banca, chiede fidi, compra di nuovo e così via. E, fido dopo fido, si lega alle banche che lo finanziano alle quali inizia a vendere sportelli bancari: ”Facevo circa 50-60 sportelli l’anno e scontavo gli affitti per avere altri affidamenti”. La finanza arriva a metà degli anni 80. ”Avevo 25 anni e circa 2 miliardi da parte. In quel periodo stavano nascendo i fondi comuni e ho messo i soldi in Imi Capital e Abbondio Professionale. Sei mesi dopo mi sono ritrovato con 4 miliardi”. Con il consueto meccanismo arrivano altri affidamenti, altre operazioni e ”nel ’90 mi trasferisco a Roma dove con la prima operazione guadagno 20 miliardi sui quali mi sono fatto dare affidamenti”. Nel 2001 la Magiste International arriva a possedere immobili per 500 milioni di euro che ”ho iniziato a vendere: 100 milioni di immobili a Generali Immobiliare e 240 circa alla Iil di Emilio Gnutti, conosciuto in quell’occasione”. Un incontro ”fatale” quello con il finanziere bresciano (’un fenomeno”) , che gli apre le porte della Hopa, di cui attraverso la Magiste Ricucci acquista il 3% e, soprattutto, un posto in consiglio d’amministrazione ”accanto a banchieri e imprenditori molto importanti per uno ’piccolo’ come me”. lì che impara che – le relazioni sono tutto” e che ”i soldi non bastano se poi non ti invitano a far le operazioni”. E Gnutti lo invita nella Bell, che controllava Olivetti: ”In sei mesi ho guadagnato 100 milioni di euro”. E grazie a Gnutti conosce Gianpiero Fiorani, l’amministratore delegato della Popolare di Lodi ”un coetaneo con cui c’è stato subito feeling”, che aprirà altre porte e gli regalerà il privilegio ”di sedere a tavola con il governatore Antonio Fazio, l’anno scorso a Lodi”. Ma ”se non mi invitano - racconta - , mi invito da solo”. Come ha fatto quando ha comprato il 3,9% di Capitalia ”a 0,7 euro, e oggi vale il doppio”. Ma per sedersi davanti al presidente, Cesare Geronzi, ha dovuto aspettare otto mesi. L’errore ”è stato di annunciare pubblicamente l’acquisto di quel pacchetto, ho sbagliato nelle forme”. Ma lo ”strappo” viene ricucito. E ora che Capitalia sta formando il nuovo patto di sindacato, racconta ”ho dato la mia disponibilità, ma non decido io”. La lezione, insomma, dice di averla imparata. ”Nella vita ci sono tre cose che non puoi comprare: l’amore, la salute e il biglietto di ingresso nel Gotha della finanza. Se non ti vogliono non entri. Il cammino da fare è comunque lungo. Credo di essere a buon punto: diciamo che ho fatto tutti i tornanti e inizio a vedere l’autostrada”» (Federico De Rosa, ”Corriere della Sera” 22/7/2003) • «’Ricucci chi?” - come replicò Cesare Geronzi [...] a chi gli domandava di quell’immobiliarista che stava accumulando azioni su azioni di Capitalia - non se lo chiede più nessuno. ”Ricucci dove?”, piuttosto [...] Una sorta di Don Ciccio Ingravallo finanziario di gaddiana memoria, insomma, ”ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi”. ”Ricucci come?”, poi. Ovvero, come ha fatto l’odontotecnico nato a Roma [...] da una famiglia normalissima, con un papà che faceva l’autista dell’Atac, a trovare i capitali che lo hanno lanciato prima nel mondo del mattone e poi in quello della finanza con un patrimonio tra azioni e immobili che lui stesso stima in due miliardi di euro, ossia poco meno di quanto capitalizzano in Borsa l’intera Mondadori o il gruppo Espresso. Di qui la curiosità, legittima, sulla ricchezza e sulla trasparenza di quel trio di immobiliaristi - Coppola, Statuto e naturalmente Stefano Ricucci - ora finanzieri d’assalto. L’interessato la sua risposta l’ha data [...] con una garbata lettera in cui spiega anche che ”non accetto lezioni di trasparenza da questo sistema e dai suoi rappresentanti”. Del resto tutto il percorso tra lo studio di odontotecnica di San Cesareo e le fortune attuali sta nel racconto ormai leggendario e ricco di particolari che negli scorsi anni Ricucci stesso non ha mai negato a chi si interessava alla sua eccezionale progressione economica. In sintesi: inizio Anni ’80, nuovo piano regolatore di San Cesareo, terreno edificabile della madre, prestito del padre con ipoteca sulla casa, costruzione di piccolo centro commerciale ”e così ho guadagnato 186 milioni di lire”. Di là in poi è un crescendo ininterrotto narrato secondo uno schema rigorosamente esponenziale: ”Con un miliardo ho comprato un’altra area ceduta dopo sei mesi a 1,7 miliardi”. Nell’87 il primo incontro con la finanza: ”Avevo 25 anni e circa due miliardi da parte”. Li investe in fondi comuni e - sì, indovinato - ”sei mesi dopo mi sono ritrovato con quattro miliardi”. Quindici anni tra mattoni, fondi e banche prima di fare il grande salto nella finanza, con un indiscutibile fiuto nello scovare situazioni ”calde” su cui scommettere. Così l’ingresso e l’uscita da Capitalia gli lasciano in tasca almeno 100 milioni di euro di plusvalenze; o il passaggio nella Hopa di Chicco Gnutti - con il quale però non è rimasto amico - gli consente di ricavare la sua parte nell’affarone della vendita di Telecom a Marco Tronchetti Provera. Ora, non più ai margini ma prossimi al centro della scena finanziaria italiana - sebbene le porte dei patti di sindacato rimangano per lui inesorabilmente chiuse - Ricucci conta su una rete di rapporti consolidati. Quello con Fiorani, innanzitutto, anche perché la Popolare di Lodi è una delle banche che hanno linee di credito a suo favore [...] ma anche con il potente capo della Confcommercio Sergio Billé con il quale ha [...] messo in piedi la Confimmobiliare. [...] Ricucci e la cronaca, infine, capitolo da non sottovalutare. Quella rosa, innanzitutto, che si innesta sul duraturo rapporto con l’ex miss Italia diventata attrice Anna Falchi, destinato a trasformarsi in matrimonio (’ma voglio pochi invitati, al massimo una ventina”) [...] e si spinge nelle pagine sportive con una toccata e fuga nell’azionariato della Lazio - di cui Anna è tifosissima. Ma in tanta esposizione mediatica ”che non è altro che la indesiderata conseguenza di importanti sfide imprenditoriali che mi vedono protagonista”, come ha scritto [...] c’è spazio anche per vicende meno frivole. Come i colpi di pistola sparati il 27 luglio 2002 contro gli uffici della Magiste, appena dieci giorni dopo un furto di orologi per 250 mila euro a casa Ricucci. O la vicenda che lo vede contrapposto al fratello dell’ex moglie Francesco Bellocchi, già dirigente della Magiste, e che [...] gli è costata la richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura di Roma per truffa, appropriazione indebita e calunnia. Cose spiacevoli. Ma ”Ricucci chi?” non lo dice più nessuno» (Francesco Manacorda, ”La Stampa” 17/4/2005).