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 2003  luglio 15 Martedì calendario

Mccullin Don

• . Nato a Londra (Gran Bretagna) il 9 ottobre 1935. Fotografo. «Il più grande fotografo di guerra al mondo con James Natchwey [...] ”Vivo in una casa della campagna inglese molto isolata. Nella mia vita ho avuto tante relazioni, una moglie è morta, però io abito tutto solo in questa casa da sedici anni. Ho un archivio di migliaia di immagini che tengo nelle scatole, negli armadi, sotto i letti, dovunque, e l’archivio si trova separato dalla mia camera da letto da un corridoio lungo e stretto. Ma, di notte, questa distanza spesso sembra annullarsi e ho l’impressione che i fantasmi di tutte le vittime delle guerre e degli orribili crimini che ho fotografato escano dalle scatole e vengano a trovarmi. Ecco perché, quando ho fatto un libro che riassumeva le tappe fondamentali del mio lavoro, l’ho intitolato Sleeping with ghosts, ”Dormire con i fantasmi”. Era il titolo più adatto non solo al libro ma alla mia vita perché sono trent’anni che dormo con i fantasmi” [...] La prima volta a Cipro, nel ’64, per la guerra civile. Poi, il Vietnam, la Nigeria, la Cambogia, il Pakistan, l’Uganda, il Kippur, Phnom Penh, l’Irlanda del Nord, il Biafra, la guerra del Golfo fino all’ultimo conflitto in Iraq. [...] ”Negli anni 60, la prima volta che sono andato al fronte, ero molto giovane. Giovane e ignorante . Credevo di affrontare la ’grande avventura’... Non pensavo alle vittime civili, alle migliaia di morti spazzati via dalla storia come mosche, nella mia testa c’era Hollywood, il cinema, il mito dell’azione... Il mio atteggiamento era quasi criminale! Sì, ero molto ignorante, non sapevo nulla sulla guerra [...] Per quello che mi riguarda, è cambiato tutto. E in modo drammatico. Sono letteralmente torturato dai sensi di colpa. Ci sono stati momenti tragici che non posso dimenticare. La cosa peggiore è stata guardare negli occhi uomini in lacrime negli attimi che precedevano la loro condanna capitale. O quelli dei bambini che stavano per morire di fame e di avvertire un senso totale di impotenza, di sapere di non poterli salvare. Molti anni fa, mentre ero in Biafra, sono entrato in un posto che mi era stato presentato come un ospedale. In realtà, non era un ospedale: era una scuola abbandonata e lì dentro c’erano novecento bambini che stavano morendo di fame, molti non riuscivano a stare in piedi, non c’era più niente da fare. Sono ancora perseguitato dai loro occhi. Mille e ottocento occhi, che mi fissavano implacabilmente. E’ stato orribile [...] Fin dall’antichità, gli eserciti non hanno mai risparmiato anziani, donne e bambini. E noi non lo sapevamo o fingevamo di non saperlo... I civili sono le prime vittime di un conflitto perché non sanno e non possono difendersi. Non sanno dove andare, come fuggire... Capiscono presto di essere stati abbandonati al loro destino [...] Vedere la guerra in televisione ha creato una nuova coscienza. Adesso la seguiamo addirittura in diretta e non possiamo accettarlo. E’ troppo. Questo è, senza dubbio, l’effetto positivo prodotto dalla televisione. Ma c’è anche un rovescio della medaglia, perché la tv può avvicinarci alla realtà come se fosse una fiction ... Nonostante tutto, una cosa è vedere una guerra stando seduti sul proprio divano e una cosa è essere sul posto e vedere davvero persone morire di fame e a causa della guerra!... In un modo o nell’altro, il vero nemico è la rimozione con cui cerchiamo di dimenticare queste atrocità. E’ la nostra indifferenza”» (Massimo Di Forti, ”Il Messaggero” 24/6/2003).