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 2003  luglio 14 Lunedì calendario

Tenet George

• New York (Stati Uniti) 5 gennaio 1953. Ex direttore della Cia (dall’11 luglio 1997 all’11 luglio 2004) • «Solo Allen Dulles, numero 1 della Cia durante gli anni ”eroici” della guerra fredda era rimasto nella sede di Langley in Virginia più a lungo di lui. [...] Quando [...] George Tenet era stato nominato a capo della Agenzia per antonomasia, quel mondo era già un rimasuglio del passato, dove i migliori se ne andavano perché stufi del nuovo potere dato ai ”burocrati” di Washington, gente abituata più alle congiure di palazzo che non ai ”complotti” che servivano davvero - moralmente accettabili o no - alla difesa degli interessi americani nel mondo. Negli anni di Clinton la Cia ha vivacchiato, ha ridotto i ranghi (e gli stipendi), ha riciclato i suoi uomini per incastrare i nuovi ”criminali della finanza” sottovalutando i rischi del terrorismo e la nascita di un fenomeno chiamato Al Qaeda. A quel nome il destino di Tenet è doppiamente legato. Perché è lui - insieme agli uomini del Fbi - il primo responsabile nel non avere capito che si stava avvicinando l’11 settembre, la data che avrebbe cambiato il corso della storia americana (e del mondo). [...] Se l’11 settembre era stato l’inizio, il vero colpo mortale alla credibilità di Tenet e della Cia l’aveva dato il cosiddetto Nigergate, lo scandalo di quella frase sull’uranio (che Saddam Hussein avrebbe tentato di comprare in un paese africano) che finì nel discorso di Bush più importante dell’anno (lo Stato dell’Unione) e che si rivelò una ”bufala” inventata in qualche ufficio di Roma per compiacere qualche amico potente o per farsi belli proprio agli occhi della Cia. Poco importa se quelle ”prove”, che prove non erano, venivano sollecitate dall’alto, forse da qualcuno che alla Casa Bianca conta veramente. Sicuramente non le aveva sollecitate il segretario di Stato Colin Powell, uno dei ”nemici” di Tenet che con il capo della Cia alle spalle il 5 febbraio del 2003 aveva presentato alle Nazioni Unite le ”prove” che servivano all’America per andare a fare la guerra al dittatore Saddam. George Tenet aveva tenuto duro, incurante degli attacchi dell’opposizione, sicuro dell’appoggio che ogni mattina riceveva in persona da George W. Bush quando ”sei volte alla settimana” si recava alla Casa Bianca per presentargli il rapporto di intelligence. Quando gli attacchi, massicci, sono iniziati anche dall’altro nemico che aveva nell’amministrazione, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, a Washington molti hanno pensato che per il capo della Cia – l’uomo che aveva servito ”fedelmente” sotto due presidenti di diversa fede e così diversi tra loro come Clinton e Bush - era arrivato il momento di farsi da parte. La botta finale è arrivata dai due ultimi scandali che hanno investito l´amministrazione Usa: Abu Ghraib e l’affare Chalabi-Iran. Le foto delle ”torture” che hanno fatto il giro del mondo hanno inchiodato alla pubblica responsabilità prima dei riservisti, poi qualche alto ufficiale, su fino ai vertici del Pentagono» (Alberto Flores D’Arcais, ”la Repubblica” 4/6/2004). « destino di tutti i direttori della Cia, quello di farsi legioni di nemici e di essere messi alla porta al primo insuccesso pubblico, essendo i successi segreti, appunto, sconosciuti. E di nemici, nel ”si salvi chi può” verso le elezioni, Tenet aveva fatto una collezione micidiale. Si era dovuto assumere la responsabilità del bidone sulla ”torta di uranio nigeriano” acquistata da Bagdad, che la Cia, inascoltata, aveva subito licenziato come una rudimentale invenzione passata da fonti ridicole. Aveva duramente contrastato il Pentagono e la sua corte di ideologi radicali su Chalabi, il millantatore che aveva già trascinato proprio la Cia del suo predecessore, Woolsey, in un bambinesco tentativo di insurrezione in Iraq finita come la Baia dei Porci e infatti ribattezzata ”la Baia delle capre”. E nella sua ultima deposizione al Senato aveva dovuto, lealmente e dolorosamente, accettare la colpa di non avere interpretato tutti gli indizi che conducevano a Ground Zero, pur avendo deposto sul tavolo del Presidente, pochi giorni prima della strage, un rapporto che illustrava i piani di Al Quaeda contro l´’America, ignorato da Bush. Il fardello di tutte le failures, i fiaschi americani, era caduto sulle spalle di uomo già inviso alla gang dei ”neocon” per essere stato compagno di università di Clinton, nella Georgetown dei gesuiti a Washington, pur essendo lui greco ortodosso e poi nominato proprio dal detestato Presidente, l’11 luglio del 1997. Il suicidio, nella tradizione degli imperi, assolve e monda lo sconfitto e Tenet ha scelto la spada simbolica del samurai per immolarsi politicamente prima che fosse umiliato sulla pubblica piazza. Ha scoperto l’urgenza di tornare in seno alla famiglia, smentendo l’alibi con la commozione aperta e lodevolmente mediterranea e sentimentale dell’addio, sapendo che avrebbe fatto un dispettuccio a Bush. E accettando l’etichetta che gli avversari gli hanno appiccicato addosso, quella dell’’uomo che sapeva tutto e non capiva niente” e che aveva addirittura ”inventato” la minaccia di Saddam» (Vittorio Zucconi, ”la Repubblica” 4/6/2004). «Accomodante, accattivante […] da sempre gode fama di essere un perfetto pettegolo washingtoniano, con un talento particolare per ingraziarsi i vertici politici. […] Quando era un semplice assistente di alto grado a Capitol Hill, era stato nominato da Bill Clinton la spia di più alto livello del paese, si era guadagnato la gratitudine di George W. Bush ben prima che fosse eletto presidente degli Stati Uniti. Nel 1999, infatti, sovrintese a una suggestiva cerimonia, nel corso della quale il quartiere generale della Cia in Virginia fu ribattezzato con il nome di Bush padre. Quando George W. fu eletto, confermò Tenet nel suo incarico, dopo essere stato colpito dal suo atteggiamento da guerrafondaio. Tra loro si scambiavano aneddoti di baseball e pettegolezzi sulla capitale. Dopo l´11 settembre, Bush si affidò completamente a Tenet affinché costui vagliasse la caterva di dati di intelligence oscuri e misteriosi. […]» (Michael Isikoff, Tamara Lipper, ”la Repubblica” 14/7/2003).