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 2003  luglio 14 Lunedì calendario

Daltrey Roger

• Sheperd’s Bush (Gran Bretagna) 1 marzo 1944. Cantante. Degli Who. «Se c’è una cosa che non sopporta è essere chiamato ”rockstar”. Anche se è il cantante degli Who, che è la band inglese numero tre della storia, dopo Beatles e Rolling Stones, anche se è uno degli eroi di Woodstock, anche se è la voce di Tommy, l’opera rock per eccellenza. [...] ”Rockstar è una definizione che si addice a Elvis Presley. Io ho sempre voluto essere solo un cantante rock, una persona vera. Io sono come Dylan, che viaggia per proprio conto, costantemente in tournée, senza guardie del corpo. Preferisce i bed & breakfast agli alberghi di lusso. Quel tipo di vita l’ho visto molto da vicino, ma è stato spaventoso, ho lottato con tutte le mie forze per starne alla larga. Ogni volta che qualcuno mi chiama rockstar, mi chiedo: Dio mio, vuol dire che sono cretino?”» (Giuseppe Videtti, ”la Repubblica” 30/6/2003). «[...] è sempre stato il salutista del gruppo. ”Donne tante, musica moltissima, qualche bicchiere, niente di più”, dice l’eroe proletario della mod generation [...] ”Mia madre Irene faceva castelli di sabbia, continuerà gli studi, andrà all’università, ripeteva. Ma io ero un bastardo figlio di puttana, facevo tutto il contrario di quello che mi dicevano a scuola. Il rock ero tutto quello che volevo dalla vita, niente di più”. Irene non la prese sul serio neanche quando gli Who, nel 1965, incisero il loro primo hit, quella My generation che è ancora un inno che i rocker si passano come una fiaccola olimpica da una generazione all’altra. ”Eravamo in classifica e lei continuava con la solita solfa: troverai mai un lavoro serio?”. Quando nel 1969 gli Who incisero Tommy, la prima opera rock, il loro nome era già scritto nell’albo d’oro. Il trionfo al festival di Woodstock di quell’anno, con la coreografica esibizione di Roger Daltrey, fu la santificazione della band anche oltreoceano. ”Ma quale opera”, minimizza Daltrey, ”opera per proletari, forse. Noi non avevamo la minima idea di che cosa fosse la musica colta. Il nostro manager Kit Lambert, invece, era infatuato della musica classica e convinse Pete a comprarsi i dischi di Henry Purcell. Quando ascoltò le nostre canzoni - che furono composte in sequenza solo per raccontare la storia di Tommy - gridò al miracolo. E fece un comunicato stampa in cui strillava che gli Who avevano composto una pièce wagneriana. La verità è che fino a Tommy gli Who erano una band squattrinata. Non c’era da dar torto alle insistenze di mia madre, che per anni continuò a pagare le mie stravaganze nonostante la famiglia facesse fatica ad arrivare a fine mese. Tommy fu una svolta, diede alla band uno spessore diverso, una credibilità maggiore. Noi in realtà stavamo lì a chiederci: ma che abbiamo fatto, non sono canzoni come le altre? Solo quando Pete cominciò a mettere mano a Quadrophenia, dopo il successo di Who’s next (che conteneva la leggendaria Baba O’Riley, ndr) cominciammo a pensare in termini di opera rock. Fino ad allora quell’etichetta era rimasta per tutti noi un’astrazione. Quadrophenia invece era un progetto molto ambizioso. Cercammo di rappresentarla in quadrifonia e fu un disastro. Negli anni Ottanta facemmo 70 repliche senza guadagnare una lira, perché l’allestimento ci costò un occhio. [...] Ero il cantante di una band formata da due alcolisti e un eroinomane [...] Io avevo un altro tipo di problema, dovevo tenere sotto controllo l’esubero di testosterone”. Fu Keith Moon, il batterista morto nel 1978, il primo a pagare il conto. Il bassista John Entwistle è morto d’infarto in un albergo di Las Vegas nel 2003, durante una tournée. Ma la coppia Daltrey- Townshend, che nell’Olimpo del rock ha la medaglia di bronzo dopo l’oro di Lennon-McCartney e l’argento di Jagger-Richards, riesce ancora a garantire un futuro agli Who. Daltrey ricorda il loro primo concerto: ”Fu a Chiswick, nel cortile di una scuola. Quel giorno John Entwistle mi presentò Pete Townshend. All’epoca ero con una band che si chiamava Detours, suonavamo cover degli Shadows. Nel momento in cui Pete mise mano alla chitarra, rimasi a bocca aperta. Mi dissi: se mai suonerà nel mio gruppo (stiamo parlando di quattro anni prima che nascessero gli Who, quando decidemmo di chiamarci High Numbers) dovrò essere un cantante straordinario o non sarò alla sua altezza”. [...]» (Giuseppe Videtti, ”la Repubblica” 29/11/2005).