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 2003  maggio 11 Domenica calendario

"La statura di Dumas (padre) era gigantesca come la sua produzione. Il suo umorismo irresistibile, la sua conversazione affascinante, la sua generosità inesauribile

"La statura di Dumas (padre) era gigantesca come la sua produzione. Il suo umorismo irresistibile, la sua conversazione affascinante, la sua generosità inesauribile. Per Parigi girava la voce che, mentre Dumas se la spassava, un poveraccio, un ”negro” tenuto a pane e acqua gli scrivesse i romanzi. C’era una notevole parte di vero in questa fiaba che sembrava scritta da Dumas. Prendiamo Ascanio. Come spiega la curatrice Giovanna Arese il romanziere l’ha scritto tutto d’un fiato, ma dietro quello slancio c’era uno dei tanti piccoli letterati dell’Ottocento. E’ Dumas stesso a spiegarlo. << Paul Meurice mi ha portato il piano del romanzo e ne ha scritto alcune parti. Io, come sempre, ho riscritto tutto>>. Tra le fate che si erano affollate intorno alla culla di Dumas, mancava infatti quella dell’ispirazione. Dumas poteva lavorare, e ci riusciva magistralmente, solo su una traccia già esistente. E non bastava, come nel caso di Ascanio che ci fosse lì pronta la movimentata vita di Benvenuto Cellini. Dumas aveva bisogno di un ulteriore passaggio, di un’intermediario da usare come guanto per poter afferrare la materia del futuro romanzo. Era questa segreta debolezza che minava lentamente i suoi rapporti con i collabortori, pagati profumatamente, ma esclusi dalla gloria del nome in copertina. Eppure, ogni volta che uno di loro, da Nerval a Maquet, aveva provato a scrivere da solo, era stato un fallimento. Quella che venne malignamente soprannominata <<l’industria di Dumas>> nasceva dal misterioso contrasto tra l’irruenza del romanziere e la sua incapacità di partire da zero per scrivere le sue storie. In realtà il corpulento Alexandre, che lavorava in camicia e pantaloni bianchi, era un nevrotico che si curava con la scrittura. Anche se sperperava, duellava e accumulava amanti, Dumas restava irrimediabilmente discosto dalla vita. Molti anni dopo Apollinaire espresse lo stesso concetto con un paradosso. I ”bouquinistes” – i venditori di vecchi libri sulle rive del fiume di Parigi – mantengono la Senna. I feuilleton di Dumas mantenevano la sua esistenza visibile, in cui i suoi stessi eccessi nel cibo, nel sesso e nella prodigalità erano il sintomo di un’estraneità, di una distanza invalicabile e del tentativo ripetuto di superarla. Una sera d’inverno aveva dovuto smettere di lavorare per il freddo. Allora era sceso nella camera della moglie, Ida Ferrier, per continuare a scrivere al caldo. Aveva ravvivato il camino e si era seduto al tavolo, quando si era accorto che Ida non era sola. L’uomo con cui l’aveva tradito era il suo vecchio amico, il dandy Roger de Beauvoir. Per un attimo aveva pensato di aprire la finestra e di buttare giù il fedifrago. Poi accorgendosi che Roger tremava di paura e di freddo, si era impietosito, l’aveva avviluppato in una coperta e si era rimesso a scrivere. In realtà per Dumas, come per molti scrittori, la vita é una breve parentesi tra una pagina e l’altra. La vera vita é quella che scorre sul foglio. Dumas credeva ai suoi personaggi. Lo si sentiva ridere da solo quando scriveva una frase comica. Un giorno, il figlio, sentendolo piangere, era corso da lui. <<Papà che cos’hai? E’ morto qualcuno?>>. <<Sì, é morto Porthos...>>".