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 2003  luglio 12 Sabato calendario

Taylor Charles

• Arthington (Liberia) 29 gennaio 1948. Politico. Ex capo di Stato liberiano (fino al 2003) • «La sua carriera è iniziata con un furto da un milione di dollari. La vittima (nel 1980!) un personaggio selvatico e pericoloso: l’ex sergente maggiore Samuel Doe. Semianalfabeta sognava in modo ossessivo e apparentemente senza speranze una laurea. Fece carriera massacrando in un baccanale di sangue la classe politica che aveva dominato la Liberia per centotrenta anni. Il golpe lo fece diventare presidente. L’amicizia con il collega della Corea del Nord lo trasformò in ingegnere con laurea alla università di Pyongyang. Il sergente era il primo liberiano non discendente dalla sussiegosa aristocrazia degli afroamericani a entrare nel Palazzo: fino a quel momento se non facevi parte di una delle famiglie che gli antischiavisti avevano rimandato a casa con le tasche piene di dollari, nella prima nazione libera dell’Africa, potevi solo sudare nelle piantagioni di caucciù o razzolare nelle immondizie. Ci voleva coraggio per rubare a un presidente che faceva fucilare gli avversari, legati a un palo, sulla spiaggia della capitale di fronte alla popolazione convocata in massa. Ma Taylor ha sempre fatto le cose in grande. Era figlio di un afroamericano ma anche di una nativa, sgusciava quindi indenne in quella sanguinosa successione di élite. Aveva studiato negli Stati Uniti, era il superburocrate del nuovo regime e rubare secondo le usanze africane gli spettava di diritto. Per addomesticare le tenace resistenza di questo capobrigante gli americani hanno dovuto spedire nel 2003 navi, elicotteri e marine. Eppure, nel 1985 erano stati sufficienti due robusti poliziotti per arrestarlo quando era arrivato in un aeroporto degli States con la valigia piena di dollari; e un mandato di cattura internazionale emesso dal vendicativo Doe, che aveva già fatto preparare un palo sulla spiaggia. Il personaggio è coriaceo. Nella sua biografia c’è anche una evasione alla Dumas, con le lenzuola annodate, dal carcere di Boston dove era detenuto in attesa di essere riconsegnato agli sgherri del sergente. Il burocrate disoccupato si trasformò in guerrigliero. Il datore di lavoro, con la casa straripante di petrodollari e l’ossessione di seminare ovunque un caos demoniaco, lo trovò in Gheddafi. Anni febbrili, selvaggi e fortunati quelli da signore della guerra. I dittatori africani erano tutti vecchi satrapi incartapecoriti. Taylor comprese per primo che era finita l’epoca in cui per strappare il potere bisognava fingere di aver letto Marx o diventare paladini dell’Occidente libero. Era iniziato il tempo dei saccheggiatori, del potere come business. Il bottino, le ricchezze minerarie immense del continente dei poveri, erano lì, pronte da ghermire. Poi bisognava solo firmare contratti. I bambini soldato? Li ha inventati lui; e ha intitolato il suo esercito, feroce e obbedientissimo, ”Small Boys’Units”. I clienti non vogliono leggere la tua biografia, diceva, controllano solo i prezzi e la sicurezza delle forniture. Dopo essersi allenato in Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone, Taylor si è immerso impetuosamente nel caos liberiano. L’antico nemico era scomparso, massacrato sulla spiaggia in un saturnale cannibalesco. Gli altri boss e capiclan non avevano il suo pestifero talento. Solo lui poteva riuscire nell’impresa di farsi eleggere presidente con regolari elezioni e il settanta per cento dei voti. I suoi slogan? ” vero che ho distrutto tutto ma datemi la possibilità di riparare”. E ancora: ”Ho ammazzato tuo padre, ho ammazzato tua madre; quindi votami se vuoi la pace”. Che nella sua beffarda ferocia vale un trattato intero di psicologia delle masse. […] Il fatturato del saccheggio autarchico segnava però il passo e Taylor si è lanciato nel saccheggio dei diamanti della vicina Sierra Leone: stupri di massa, amputazioni, saccheggi, uno scenario apocalittico in cui Taylor si sente a casa. In questi anni è stato ricevuto nelle capitali occidentali, ha partecipato, riveritissimo, ai raduni dei capi di stato africani, ha stretto mani di leader che oggi si affannano a ordinargli di farsi da parte. I suoi nemici sono numerosi come cavallette e, purtroppo, in quanto a scrupoli e obiettivi gli assomigliano. Alla fine hanno deciso di unirsi un improvvisato cartello di guerriglieri che, con ironia forse consapevole, si è dato il nome di ”liberiani uniti per la riconciliazione e la democrazia”. Sono agguerriti, ma il vero problema per Taylor è il mandato di cattura per crimini contro l’umanità che il tribunale internazionale per la Sierra Leone gli ha spedito. Il presidente è un uomo prudente. Quel dannato pezzo di carta può perseguitarlo ovunque, e non vuole diventare il Milosevic d’Africa» (’La Stampa”, 26/7/2003). «Tutto è incominciato dalla Costa d’Avorio, da un piccolo villaggio alla frontiera. Da qui, alla vigilia di Natale 1989, alla testa di poche centinaia di uomini, penetrò in Liberia deciso a conquistare il potere. […] L’allora presidente Félix Houphouet-Boigny, padre-padrone dell’indipendenza ivoriana, non aveva nulla in comune con quell’estremista di sinistra quarantenne, già leader studentesco a Monrovia, con una passione sfrenata per il denaro. Houphouet-Boigny aveva però un’amatissima figlioccia, Désirée. Désirée aveva sposato Adolphus Tolbert, figlio del presidente della vicina Liberia. Quando nel 1980 il sergente liberiano Samuel Doe prese il potere con un colpo di Stato, i Tolbert padre e figlio furono assassinati. Houphouet giurò vendetta e nove anni dopo Charles Taylor divenne lo strumento dei suoi piani. I guerriglieri di Taylor avanzarono rapidamente da est verso Monrovia. Il movimento però si divise presto e un altro leader, Prince Johnson, prese a rivaleggiare con Taylor. Furono anzi gli uomini di Johnson a catturare e assassinare l’ex sergente Doe, il quale in dieci anni si era rivelato un dittatore inetto e sanguinario. I governi confinanti erano in allarme. Fra i guerrieri di Taylor, addestrati e armati in Libia, c’erano dissidenti di tutti i loro paesi, ad eccezione della Nigeria. I capi di Stato dell’Africa occidentale temevano che la Liberia diventasse una base rivoluzionaria regionale. Decisero perciò l’invio di una forza d’interposizione, l’Ecomog, che aveva base in Sierra Leone. Taylor, defraudato della vittoria, promise che avrebbe fatto assaggiare ai sierraleonesi ”il gusto amaro della guerra”. Nel marzo ’91 cento armati entrarono in Sierra Leone dalla Liberia. Si chiamavano Fronte rivoluzionario unito (Ruf), il loro capo era Foday Sankoh. […]» (Pietro Veronese, "la Repubblica" 12/7/2003). «Io sono stato eletto regolarmente e gli osservatori hanno giudicato il voto corretto. Presiedo un governo democratico. D’altro canto cosa posso fare se l’unica superpotenza rimasta al mondo mi chiede di andarmene? Devo restare e accettare che si arrivi a un bagno di sangue? Ormai è così la politica del mondo. […] Sono vittima di un complotto. Le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza su ordine di Stati Uniti e Gran Bretagna ci impediscono di esportare diamanti e legno pregiato, cioè le nostre uniche ricchezze. L’economia liberiana è al collasso. Hanno voluto strangolarci […] Già al momento della mia elezione i britannici e gli americani hanno complottato contro di me. Non mi hanno mai aiutato.[…] In Africa tutti comprano armi e utilizzano consiglieri militari stranieri. Non è una novità. Tutti hanno scritto dettagliatamente dei mercenari utilizzati dalla Costa d’Avorio e nessuno ha detto niente. Ora ci si scandalizza solo se li utilizzo io. il gioco della doppia morale. Per quel che riguarda le armi, noi abbiamo sempre cercato di acquistare i nostri arsenali dai canali ufficiali finchè non ci hanno imposto le sanzioni, che io reputo ingiuste. Il Consiglio di Sicurezza non può impedire a un Paese sovrano di acquistare armi, specie se queste servono per combattere una guerriglia fomentata dall’esterno. Non si può arrivare al paradosso che il Lurd riceve armi clandestinamente e io presidente eletto regolarmente non posso acquistarle […] Ho il passaporto americano e metà della mia famiglia vive in America. Ho persino due nipoti che servono nell’ esercito Usa» .(Massimo A. Alberizzi, ”Corriere della Sera” 11/7/2003).