Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  maggio 24 Sabato calendario

Si crede comunemente che le grandi epidemie appartengano a un passato in cui non esisteva la medicina moderna

Si crede comunemente che le grandi epidemie appartengano a un passato in cui non esisteva la medicina moderna. Non é vero; e chi é interessato all’argomento può trovare qualche utile indicazione in un libro dell’americano Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie, pubblicato da Einaudi nel 1997 e (forse) ancora in commercio. Le epidemie tendono ad esaurirsi rapidamente in un mondo di comunità medio-piccole chiuse in se stesse (<<Un esempio classico di questa dinamica si ebbe nei secoli scorsi sulle Isole Far Oer. Nel 1781 una grave epidemia di morbillo sconvolse queste isolate terre dell’Atlantico settentrionale. Alla fine tutta la popolazione sopravvissuta era immune e il morbillo non fece la sua ricomparsa fino al 1846, quando fu portato da una nave danese>>); tendono invece a espandersi, e a durare, nel nostro <<villaggio globale>>: <<Le grandi malattie epidemiche si sono potute originare solo con l’arrivo delle società numerose e densamente popolate (...). Le prime presenze accertate di alcune malattie sono assai recenti: il vaiolo (scoperto grazie alle cicatrici su una mummia egiziana) nel 1600 a.C., gli orecchioni nel 400 a. C., la poliomielite epidemica nel 1840 e l’Aids nel 1959>>. La globalizzazione é il terreno di coltura ideale per epidemie sempre più rapide e tenaci; e il progresso scientifico, in questo campo, è lentissimo. Allegria!