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 2003  luglio 12 Sabato calendario

VonWright GeorgHenrik

• Helsinki (Finlandia) 14 giugno 1916, Helsinki (Finlandia) 16 giugno 2003. Filosofo • «Uno dei logici più acuti del secondo ’900 […] Amico, successore ed esecutore testamentario di Ludwig Wittgenstein (ereditò la cattedra a Cambridge e gli dedicò una monografia tradotta in Italia da il Mulino), insegnò anche negli Stati Uniti e in Germania. Perché ricordarlo? Innanzitutto per la sua opera Norma e azione del 1963, considerata ormai un classico (la traduzione è uscita anch’ essa per il Mulino); poi per l’impegno con cui studiò i nuovi orizzonti della logica. In questa disciplina ha lasciato una significativa traccia creando un sistema di logica deontica, da lui stesso definita ”una branca o un aspetto della logica modale”. Essa non si preoccupa delle proposizioni vere o false ma delle prescrizioni valide o non valide. Affrontando i ”modi deontici”, von Wright influenzò significativamente le teorie del diritto. Ripensò l’obbligatorio, il permesso, il proibito e l’indifferente (erano questi i quattro ”modi” da lui identificati). Inoltre il suo pensiero si è, tra l’altro, soffermato sul tempo, il problema per eccellenza del secolo scorso. Nel saggio del 1969 Tempo, cambiamento e contraddizione, egli faceva notare che l’assunzione della continuità del tempo e del cambiamento portava necessariamente a una descrizione contraddittoria della realtà. Offriva insomma nuova luce al concetto di ”contraddizione reale” che ha una storia tanto antica quanto travagliata. Classificato tra i filosofi analitici, e tale fu nelle sue ricerche più rilevanti, da qualche anno era però intento a criticare la nostra idea di progresso e temeva un futuro degradante, l’avvento di una nuova barbarie. Era, insomma, tornato a un suo amore giovanile, al celebre e maledetto libro - Benedetto Croce ne aveva quasi orrore - Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, a quel testo di morfologia della storia che forse era pieno di contraddizioni, che non rispettava le idee politicamente corrette, ma che rivelava alcune verità scomode e innegabili. Quest’opera, per ironia del destino, aveva colpito anche Wittgenstein, convinto di vivere in un periodo che segnava la fine di una grande cultura, della civiltà come noi la intendiamo» (Armando Torno, ”Corriere della Sera” 21/6/2003).